Propaganda antisemitaCome Soros è diventato il nemico perfetto della destra globale

Ne “Il Discorso del Rabbino”, Ignazio Veca spiega che la narrazione contro il milionario ungherese è stata creata ad arte da un ebreo già consulente elettorale di Reagan, Trump e Netanyahu

Wikimedia Commons

Il nemico ideale non reagisce agli attacchi. Lo si può bersagliare continuamente senza temere il contrappasso, perché si trova nella situazione infelice di chi rafforzerebbe gli assalti se replicasse: ogni smentita rischia di essere una legittimazione della calunnia. Pur essendone spesso inconsapevole, chi lancia false accuse nello spazio pubblico tende a far scattare questa trappola perfetta. Chi orchestrò la campagna contro George Soros una decina di anni fa sapeva invece molto bene cosa stava facendo: era il suo lavoro. Nel luglio del 2017, sui muri ungheresi comparvero manifesti col volto di Soros accompagnato dalla seguente frase: «Non permettere che sia Soros a ridere per ultimo!». Era il culmine di una offensiva mediatica che era iniziata quattro anni prima.

Fino a quel momento, George Soros era stato un ricco finanziere che aveva goduto di particolare notorietà quando nel 1992 guadagnò un miliardo di dollari in una sola notte grazie a un’operazione speculativa sulla sterlina inglese. Per questa ragione era stato visto da molti come un parassita ma aveva poi sfruttato la ribalta e i guadagni accumulati in una vita da affarista per diffondere idee progressiste in tutto il mondo, devolvendo buona parte del suo patrimonio alla Open Society Foundations, una rete privata di gruppi non governativi da lui fondata per promuovere progetti di equità e giustizia.

Da filantropo e mecenate, Soros aveva non poco favorito con robusti aiuti economici il suo paese d’origine, l’Ungheria, e aveva contribuito alla creazione della Central European University (CEU) a Budapest. Oggi però la Ceu si è dovuta trasferire a Vienna, mentre gli uffici della fondazione si sono spostati a Berlino. Tutto perché Soros è stato designato come il nemico pubblico numero uno del regime neo-nazionalista di Viktor Orbán, assumendo i panni del grande burattinaio del capitale straniero che complotta contro la piccola Ungheria. Il miliardario filantropo è diventato un personaggio odioso che in breve tempo è stato sfruttato dai politici di tutto il mondo, diventando lo spauracchio delle destre europee e mondiali.

Da un certo momento in poi, questo capolavoro di propaganda ha camminato sulle proprie gambe mediatiche, sfruttando il web e le frustrazioni diffuse nelle opinioni pubbliche di mezzo mondo. A concepirlo fu però un uomo che condivideva con Soros una sola cosa: l’essere ebreo. Si chiamava Arthur Jay Finkelstein ed era un pollster, un consulente che sviluppa tattiche e strategie d’opinione per i propri clienti. Era stato il consulente elettorale di molti politici di destra, da Ronald Reagan a Donald Trump, passando per Benjamin Netanyahu, seguendo sempre la stessa metodica formula vincente: attaccare l’avversario invece di difendere il proprio programma; al posto di pensare a guadagnare voti, i candidati dovevano far perdere voti allo sfidante, polarizzando l’elettorato.

In questa strategia di marketing politico – che in gergo si chiama negative campaigning e che Finkelstein ribattezzò rejectionist voting – la costruzione dell’avversario è centrale, è lì che si investono le energie per distruggere la fiducia degli elettori. Quando si era ritrovato senza avversari politici in seguito alla schiacciante vittoria elettorale del 2010, Orbán si rivolse a Finkelstein per cercare un nuovo obiettivo. E lui lo trovò. Soros era l’avversario perfetto: ricco, anziano, ungherese e soprattutto fuori dal gioco politico nazionale; era il nemico da martellare senza doverlo affrontare.

L’operazione fu talmente vincente, che la narrazione sul magnate che tira le fila della minaccia contro la patria da difendere è diventata un prodotto che si crea da solo la domanda, a disposizione di tutta la destra globale. L’invenzione è scappata di mano al suo inventore, che nel frattempo è passato a miglior vita. Come ha sintetizzato l’autore di una magistrale inchiesta giornalistica sul fenomeno: «L’Anti-Soros è un’arma open source gratuita, globalizzata e adattabile».

Verosimilmente, per Finkelstein tutto questo era solo lavoro. Si trattava di piazzare un prodotto ideologico per soddisfare il cliente di turno: gli affari sono affari. Ma il pubblico ha completato il racconto, nutrendolo con uno stereotipo più vecchio: quello dell’ebreo malvagio e avido che vuole dominare il mondo.

Il tragico risultato della campagna è stato che il lavoro di un ebreo americano ha propiziato la sovrapposizione sulla figura dell’ebreo George Soros di una classica rappresentazione dell’antisemitismo contemporaneo. I paradossi del presente chiamano così in causa il passato, sbattono in faccia ai contemporanei un esperimento naturale di rara limpidezza.

Nella vasta e confusa fenomenologia delle accuse di complotto che circolano nel tempo presente, possiamo per una volta scorgere senza troppi veli gli attori e i processi, la produzione e la ricezione di un racconto cospirazionista. Il mito di Soros è un falso costruito a tavolino, e tuttavia contribuisce a plasmare il mondo mentale di tanti uomini e donne, che lo incontrano sui manifesti, nei discorsi di politici di professione, nel grande mare solcato dagli algoritmi della rete. E ci credono malgrado tutto.

Copertina Il Discorso del Rabbino

Tratto da “Il discorso del rabbino” (Il Mulino), di Ignazio Veca, 25€, pp. 312.

X