Ancona tuIl voto nelle Marche è un laboratorio politico sul futuro identitario del Pd

Le elezioni regionali marchigiane sono più di una sfida locale: mettono in gioco il senso stesso dell’opposizione, chiamata a scegliere se restare prigioniera del populismo o costruire un’identità riformista

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Le elezioni regionali nelle Marche si riveleranno particolarmente importanti, anzitutto per la coalizione di centrosinistra, e in particolare per il Partito democratico, suo azionista di maggioranza. Qualunque sia l’esito, infatti, le opposizioni saranno costrette a fare i conti con un’identità ancora da definire, e quindi a dare forma e peso al modello politico da scegliere, in ottica 2027.

In caso di vittoria, la scelta di Matteo Ricci, sostenuto da una coalizione larghissima che va dai civici moderati alla sinistra più radicale, segnerebbe un dato politico: il cartello con quasi la totalità delle opposizioni dentro, con al centro un candidato riformista – o tutto sommato riformista, torneremo qui – può competere con le destre.

Davanti a una sconfitta, saremmo di fronte a un fallimento pesante che costringerebbe il centrosinistra a ricostruirsi e ad aprire una riflessione più profonda, in particolare in seno al Partito democratico. A quel punto la sola via da percorrere sarebbe la presa di coscienza finale di una ricerca più radicale verso l’anima riformista – per chi scrive, comunque necessaria – nella composizione di una più riconoscibile e netta identità, che coniughi in maniera innovativa e seriamente strutturata le anime popolari e progressiste, accantonando le spinte populo-estremiste che partono dalle gogne giustizialiste che indeboliscono dall’interno e giungono alle conclusioni logiche della legge del sopruso dei più forti sui grandi temi internazionali.

Per questo, comunque vada, una distanza in politica nazionale sarà segnata, nell’alchimia di uno spazio-alternativa diverso da sintetizzare.

Per quanto riguarda la figura di Ricci, il candidato presidente è sì un riformista (che ha dimostrato anche di essere un buon amministratore, a più riprese pure ottimo, e di saper masticare politica, contingenze e tessere convergenze), ma è anche una personalità che ha spesso cambiato linea, causando sospetti di opportunismo – a cominciare dal sostegno a segreterie molto diverse che si sono succedute. In ogni caso, la scelta di un profilo con respiro molto più locale, maggiormente a suo agio nei confini interno-amministrativi di casa propria, è, sulla carta, nel contesto di specie, ciò che andava fatto.

Allo stesso tempo, l’amministrazione di Francesco Acquaroli si è mostrata eccessivamente anonima, anche a causa di una classe dirigente regionale di Fratelli d’Italia piuttosto inconsistente – il Pil regionale è cresciuto in maniera modesta, sotto la media nazionale, nonostante gli ingentissimi fondi del Pnrr, e nell’ultimo quinquennio le imprese sono diminuite di più del dieci per cento, con circa quarantatremilacinquecento aziende che hanno cessato la loro attività.

Tanti i piccoli-grandi temi (gestione Atim, spese di Svem, caso Putzu, l’aumento delle rette di ricovero, l’inadeguatezza dei soldi spesi per la ricostruzione immateriale dal commissario al terremoto Guido Castelli), che però sembrano non spostare più di tanto, dove il governatore uscente è favorito essenzialmente per posizionamento ideologico e convinzioni sistema-paese, in una regione nella quale i tre partiti di centrodestra sono arrivati a quasi il cinquanta per cento alle ultime europee, e in cui la coalizione unita guida quasi il sessantacinque per cento dei comuni.

La partita pare giocarsi quindi sulle due grandi questioni di economia/mercato del lavoro e sanità. La Zes, annunciata furbescamente in piena campagna elettorale, potrebbe rivelarsi una notizia buona per le imprese, forse decisiva, ma è pure la certificazione definitiva di un declino complesso da arrestare – cominciato comunque ben prima dei cinque anni di Acquaroli.

Ricci, lato sanità, spinge sulle liste di attesa sopra la media nazionale e sul crescente mancato accesso alle cure per motivi economici (così come sull’aumentare della mobilità passiva, e cioè dei cittadini che si curano fuori regione). Senza sottovalutare il peso dell’inchiesta per l’ex sindaco di Pesaro, che inevitabilmente ha suscitato e genererà un impatto da percezione diffusa.

Demografia e distribuzione della popolazione, poi, pesano in maniera determinante nelle Marche, tra le principali vittime del costante spopolamento di borghi e aree interne (in Italia, tra il 2014 e il 2024, settecentomila persone hanno abbandonato le aree interne, generando un calo complessivo del cinque per cento) – senza considerare i marcati tassi di invecchiamento, verso una tendenza nazionale da inverno demografico nei fatti inarrestabile. Di fronte ai numeri, è chiaro che la regione necessiti (anche) di movimenti migratori, sebbene i segnali di difficoltà nell’integrazione continuino ad apparire ben visibili (un dato su tutti: il tasso di disoccupazione tra gli stranieri è pari al diciassette per cento, ben più elevato rispetto agli italiani marchigiani).

Oltre gli esiti elettorali, per le Marche e perciò per il Paese, servirà un modello di centrosinistra che porti gradualmente non tanto al rifiuto del bipolarismo e della contrapposizione politica a due – quello lo stabiliranno le regole del gioco, e quindi leggi elettorali e decisioni politiche – quanto al rifiuto totale del bipopulismo, ossia alla logica-dialettica dello scontro polarizzante, che non fa avere reale contezza dei problemi e che impedisce di creare società civili più mature.

In una regione a grande vocazione manifatturiera ed esportatrice come le Marche significa provare ad avvicinarsi al futuro, con soluzioni da sguardo lungo, innovative e creative, ponendo alla base il recupero di attrattività come presupposto. E quindi fare squadra tra frazioni e comuni, verso una sinergia che abbracci servizi, infrastrutture, sviluppo tecnologico, incentivando creazione e sviluppo di startup innovative, aprendosi all’intelligenza artificiale.

Tutto ciò anche alla luce dei nuovi criteri sul bilancio Ue, di conseguenza sui fondi europei, sempre più ispirati alla logica della performance invece che alla spesa per attività, come nell’esperienza del Pnrr – un criterio che, almeno nelle intenzioni, innalza efficienza e controllo, premiando la capacità amministrativa.

È qui che serve un centrosinistra moderno, che non si nasconda dietro imitazioni sbiadite e rincorse frustranti, ma che esca fuori con coraggio e che dimostri di essere all’altezza dei tempi attuali.

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