Arianna Porcelli Safonov arriva al Teatro Carcano con Picchiamoci, appuntamento fissato per oggi alle 20.30 e parte della rassegna “Oreste è salvo?”, dedicata alla Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne. Il riconoscimento del reato di femminicidio e le tensioni culturali che lo accompagnano fanno da sfondo a uno spettacolo che usa la risata come strumento di contatto con una materia che continua a segnare la società.
L’autrice si allontana dalla comicità di routine per una narrazione diretta, monologhi che si concentrano su nevrosi, paure e autoinganni. L’idea è un ring retorico in cui il pareggio arriva solo quando la ferocia del linguaggio rivela la fragilità dei rapporti umani. Per parlare di violenza e di comicità abbiamo intervistato l’attrice.
Come nasce Picchiamoci, e come mai questo titolo?
Mi sembrava una provocazione per un tema che appartiene a quel catalogo di cose di cui non si può ridere. Io sono ancora della scuola che vuole consentire a tutti gli argomenti di poter essere trattati attraverso il filtro della satira e dell’umorismo, quindi soprattutto gli argomenti caldi e tragici hanno bisogno di perdere il loro peso specifico. In questo ci sono delle soluzioni attraverso la provocazione, che etimologicamente significa proprio essere portati fuori. Picchiamoci è un catalogo di racconti dove viene mostrato come la violenza di genere sia una violenza sul genere umano, non tanto sulle donne. La violenza ovviamente è protagonista di tante storie familiari, nasce quindi prevalentemente nel nucleo familiare e viene perpetuata in tanti modi, per cui proviamo appunto a prendere ogni elemento del nucleo familiare o della coppia e vedere quali possono essere le mille espressioni, i modi per far male a una persona, sempre cercando di sorridere.
Quali sono i protagonisti delle storie?
Ci sono vari personaggi all’interno di questi racconti: c’è la ragazza che partecipa alle manifestazioni che si ritrova coinvolta in una rissa tra donne, c’è l’uomo che torna a casa e si accorge che non ha più diritti perché la gestione familiare è in mano a sua moglie, realizza di aver fatto questo passaggio da sua mamma a sua moglie. Un dato divertente sul pubblico di Picchiamoci è che quando raccontiamo delle violenze fatte alle donne in sala si crea un silenzio rispettosissimo, quando invece ci troviamo a raccontare di violenze fatte sugli uomini scoppiano grandi risate. Questo dato deve far riflettere perché la battaglia contro la violenza di genere è una battaglia che si fa a quattro mani: non c’è un nemico, il nemico è l’impostazione della società.
Il recente riconoscimento del reato di femminicidio ha modificato un po’ il ruolo in scena o lo spettacolo?
Più che raccontare ciò che avviene nel preciso momento storico, raccontiamo i presupposti, l’impostazione familiare, l’impostazione di coppia ammalata, esagitata da tanti abusi e da tante esagerazioni che si sviluppano all’interno del rapporto, tante prevaricazioni.
Picchiamoci racchiude alcuni racconti dichiaratamente aggressivi che a un certo punto creano quasi un ring “che mira ad arrivare a un pareggio prima che alla parità”. In che senso?
Picchiamoci è stato scritto in un momento in cui ero dispiaciuta per appunto la delinque che sta prendendo la nostra opinione. Mi sembrava che fosse necessario mettersi a tavolino con l’uomo piuttosto che continuare a indicarlo come colpevole. È indubbio che quello che leggiamo sui giornali è gravissimo. Ciò detto la società si costruisce attraverso i rapporti con i vari generi, e quindi è giusto trovare una negoziazione. Negoziazione non significa accettare la gravità di ciò che stia succedendo, ma cercare di capire, cercare di trovare lo snodo che ci consenta di vivere i rapporti in maniera sana, di andare a guarire il marcio laddove si è insidiato. Questo è un contesto pericolosissimo e la comicità ci aiuta.
Quali sono i rischi, ma anche le possibilità che comporta trattare il tema, che è un tema comunque importante e impegnativo come quello della violenza, provando a stimolare la risata?
Ci stiamo veramente ormai abituando a considerare la narrativa umoristica e satirica come qualcosa che ci faccia distrarre, che ci faccia “spensierire”. Io uso sempre questo neologismo che mi sono fabbricata da sola. In realtà la satira è nata esattamente per il motivo opposto e questo è un pericolo di tutto ciò che è il contenitore dell’intrattenimento italiano: perdiamo uno strumento che tra l’altro abbiamo inventato noi e che ci serve proprio per trattare gli argomenti più difficili. La satira non è nata per parlare di villaggi turistici, ma è nata per parlare di politica e di attualità e quindi è fondamentale che torni a non far paura.
Bateson, che è uno studioso che io amo tanto, ha iniziato a studiare i processi delle persone che soffrono di schizofrenia, dei pazienti neuropsichiatrici e i processi del metodo comico. Lui dice esattamente questo, che in natura ci sono soltanto due animali che si offendono quando vedono che un altro animale sorride di loro: uno è lo scimpanzé e l’altro, purtroppo, è l’essere umano. Quindi non abbiamo bisogno di un espediente narrativo che ci offenda, la comicità non viene ad offendere, ma serve proprio a fare quello che fa il martelletto quando andiamo dal dottore: ci batte sul ginocchio e ci sveglia proprio là dove abbiamo bisogno di essere svegliati. Ben venga parlare attraverso un linguaggio umoristico quando parliamo di reati gravi, di circostanze di attualità spiacevoli.
Lei pensa che ci siamo disabituati alla risate, in questo senso?
Assolutamente sì. Ma lo si percepisce bene anche nel timore che si ha nel trattare alcuni argomenti, nell’evitare alcune battute e nel sentirsi sempre ripetere questo mantra, questo “c’è poco da ridere”.
Che cosa spera che arrivi al pubblico?
In generale non solo con Picchiamoci, ma anche con tutto il mio lavoro.Una settimana fa è uscito il mio terzo libro che si chiama Nostalgia dei dinosauri, che attraversa proprio tutti i temi più duri di cui l’attualità si dipinge. La speranza è quella che serva ad allenarsi a lasciarsi provocare, a godere del fatto di essere provocati, senza sentirsi toccati sul personale. La provocazione esercita il pluralismo e ci dà la possibilità di avere dei punti di vista inediti, altrimenti se ne prende uno che va bene per tutti, ed è brutto poi avere una società basata su un pensiero omogeneo.
Romana “per sbaglio”, scrittrice, autrice satirica e storyteller, Porcelli Safonov pubblica con Fazi Editore Fottuta Campagna nel 2016 e Storie di Matti nel 2017, collaborando nel frattempo con testate come il Fatto Quotidiano, Touring Club e la rivista Superlunaria. Cura una rubrica su Terranuova e partecipa da anni ai Tedx. Nel 2025 torna in libreria con Nostalgia dei dinosauri per Baldini + Castoldi e firma per RaiPlay Sound il podcast Famiglia ed altre cose velenose. I suoi testi teatrali la portano stabilmente in tour tra Italia e Svizzera, mentre sul web i suoi monologhi continuano a circolare.
La tournée prosegue senza pause: domani si esibirà al Teatro Comunale di Limbiate con Picchiamoci; il 9 dicembre presenterà il nuovo libro a Sant’Arcangelo di Romagna nello Spazio Cavallara e tornerà a incontrare i lettori il 20 dicembre alla Libreria Luxemburg di Torino. Sul fronte teatrale il calendario prevede il 10 dicembre a San Marino con Fiabafobia al Teatro Titano alle 21, l’11 dicembre a Cento con Picchiamoci e il 12 dicembre a Budrio con Alimentire.