La sintesi più chiara ed efficace è – non per caso – del primo ministro polacco, che ieri, arrivando alla riunione del Consiglio europeo, ha dichiarato: «Ora abbiamo una scelta semplice: o soldi oggi o sangue domani, e non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa, e questa è una decisione che spetta a noi e solo a noi. Penso che tutti i leader europei debbano finalmente essere all’altezza di questa situazione».
Vedremo nelle prossime ore se il suo auspicio si realizzerà, ma certo l’Italia, o per essere più precisi Giorgia Meloni, ha fin qui fatto del suo meglio per ostacolare le decisioni di cui Tusk sottolinea l’urgenza. E il fatto che siano sempre polacchi e baltici i primi, e spesso i soli, a mostrare una simile consapevolezza del pericolo, e ad essere per questo bollati come allarmisti e guerrafondai, dovrebbe farci riflettere, e vergognare.
C’è un ovvio sottinteso dietro gli sberleffi che nel nostro paese costellano tanti discorsi, a destra quanto a sinistra, contro Kaja Kallas, i paesi baltici, i polacchi, tutti dipinti come gente ossessionata da Mosca e dal regime di Vladimir Putin che vede nemici dietro ogni angolo. Non per niente, secondo i sondaggi, simili preoccupazioni diminuiscono a mano a mano che ci si allontana dal confine con la Russia.
Il primo argomento dei cosiddetti pacifisti è infatti sempre lo stesso: vorrete mica farci credere che domani i cosacchi arriveranno a San Pietro? Mai nessuno che dica: vorrete mica farci credere che domani i russi arriveranno in Estonia, Lettonia, Lituania o in Polonia, perché alla concretezza di quella minaccia ci credono tutti.
La verità è che l’ostilità contro il cosiddetto allarmismo dei paesi europei più vicini al confine con la Russia nasconde un ragionamento cinico e vile, e perciò inconfessabile: non l’idea che l’allarme sia ingiustificato, ma che sia un problema loro, non nostro. Ed è falso anche questo. Non solo perché la guerra informatica che può mettere in crisi ospedali e aeroporti, banche e stazioni ferroviarie, può coprire in un istante qualsiasi distanza e infatti è già qui (come sono già qui i sabotaggi, le infiltrazioni e la disinformazione). Ma soprattutto perché, il giorno in cui decidessimo di abbandonare al loro destino non solo l’Ucraina, ma anche i paesi dell’Unione europea eventualmente attaccati da Putin, l’Unione europea cesserebbe di fatto di esistere.
Una prospettiva che può forse entusiasmare qualche esaltato nazionalista in Francia o in Germania, sebbene sempre meno, a giudicare da come persino i partiti più estremisti abbiano da tempo abbandonato la proposta di uscire dall’Ue, ma ben difficilmente potrà raccogliere grandi consensi nell’Italia di oggi, un paese la cui economia è attualmente tenuta in piedi dalla montagna di miliardi donati o prestati a condizioni di favore dall’Unione europea, con i famosi fondi del Pnrr (senza i quali saremmo già in recessione) e dalla stabilità garantita dall’euro e dalla Bce.
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