Le vite degli altriIl non detto dietro gli sberleffi contro Kallas e i Paesi baltici

L’ostilità non nasce dall’idea che la minaccia russa non esista, ma dall’inconfessabile convinzione che sia un problema loro, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

La sintesi più chiara ed efficace è – non per caso – del primo ministro polacco, che ieri, arrivando alla riunione del Consiglio europeo, ha dichiarato: «Ora abbiamo una scelta semplice: o soldi oggi o sangue domani, e non parlo solo dell’Ucraina, parlo dell’Europa, e questa è una decisione che spetta a noi e solo a noi. Penso che tutti i leader europei debbano finalmente essere all’altezza di questa situazione».

Vedremo nelle prossime ore se il suo auspicio si realizzerà, ma certo l’Italia, o per essere più precisi Giorgia Meloni, ha fin qui fatto del suo meglio per ostacolare le decisioni di cui Tusk sottolinea l’urgenza. E il fatto che siano sempre polacchi e baltici i primi, e spesso i soli, a mostrare una simile consapevolezza del pericolo, e ad essere per questo bollati come allarmisti e guerrafondai, dovrebbe farci riflettere, e vergognare.

C’è un ovvio sottinteso dietro gli sberleffi che nel nostro paese costellano tanti discorsi, a destra quanto a sinistra, contro Kaja Kallas, i paesi baltici, i polacchi, tutti dipinti come gente ossessionata da Mosca e dal regime di Vladimir Putin che vede nemici dietro ogni angolo. Non per niente, secondo i sondaggi, simili preoccupazioni diminuiscono a mano a mano che ci si allontana dal confine con la Russia.

Il primo argomento dei cosiddetti pacifisti è infatti sempre lo stesso: vorrete mica farci credere che domani i cosacchi arriveranno a San Pietro? Mai nessuno che dica: vorrete mica farci credere che domani i russi arriveranno in Estonia, Lettonia, Lituania o in Polonia, perché alla concretezza di quella minaccia ci credono tutti.

La verità è che l’ostilità contro il cosiddetto allarmismo dei paesi europei più vicini al confine con la Russia nasconde un ragionamento cinico e vile, e perciò inconfessabile: non l’idea che l’allarme sia ingiustificato, ma che sia un problema loro, non nostro. Ed è falso anche questo. Non solo perché la guerra informatica che può mettere in crisi ospedali e aeroporti, banche e stazioni ferroviarie, può coprire in un istante qualsiasi distanza e infatti è già qui (come sono già qui i sabotaggi, le infiltrazioni e la disinformazione). Ma soprattutto perché, il giorno in cui decidessimo di abbandonare al loro destino non solo l’Ucraina, ma anche i paesi dell’Unione europea eventualmente attaccati da Putin, l’Unione europea cesserebbe di fatto di esistere.

Una prospettiva che può forse entusiasmare qualche esaltato nazionalista in Francia o in Germania, sebbene sempre meno, a giudicare da come persino i partiti più estremisti abbiano da tempo abbandonato la proposta di uscire dall’Ue, ma ben difficilmente potrà raccogliere grandi consensi nell’Italia di oggi, un paese la cui economia è attualmente tenuta in piedi dalla montagna di miliardi donati o prestati a condizioni di favore dall’Unione europea, con i famosi fondi del Pnrr (senza i quali saremmo già in recessione) e dalla stabilità garantita dall’euro e dalla Bce.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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