Manovra prudenteLa Legge di Bilancio è limitata e non ha una visione per l’Italia

Il governo non sembra interessato alla crescita economica del Paese. Bisognerebbe cogliere le opportunità offerte dalla digitalizzazione e dalla sburocratizzazione della macchina amministrativa per iniziare a costruire un futuro migliore, ma da questa maggioranza non arrivano segnali incoraggianti

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La manovra per il triennio 2026-28 si inserisce in un contesto internazionale complesso ed è ispirata alla prudenza nella gestione dei conti pubblici a cui il governo si è impegnato con il percorso pluriennale di consolidamento delineato nel Piano strutturale di bilancio. Pertanto è una manovra di portata limitata (è dal 2014 che non se ne vedeva una così prudente) sia sul lato della spesa sia su quello delle entrate. Si rende opportuno segnalare che la pressione fiscale si assesta su livelli mai raggiunti e che l’impatto effettivo su chi realmente paga le imposte ha raggiunto livelli insostenibili se si tiene conto che il denominatore, il Pil, si compone anche del sommerso (oltre duecento miliardi di euro). La dinamica del Pil del nostro Paese è inferiore a quella dell’area dell’euro e delinea una fase ciclica di stagnazione derivante da una diminuzione nell’industria e da una stazionarietà nei servizi nonostante l’aumento del valore aggiunto nell’agricoltura. La situazione potrebbe peggiorare a seguito di un rallentamento della congiuntura internazionale nel prossimo anno, quando gli effetti del nuovo corso degli scambi commerciali si manifesteranno nella loro reale portata. A maggior ragione quando svaniranno gli effetti del Pnrr. Il disavanzo è pari a 0,9 miliardi circa ed è dato dalla differenza fra coperture pari a 17,6 miliardi e misure espansive pari a 18,5 miliardi.

Le coperture si compongono di minori spese e maggiori entrate. La principale riduzione della spesa, oltre cinque miliardi di euro, è rappresentata dalla rimodulazione del Pnrr che prevede di caricare sul Recovery una serie di interventi prima finanziati da fondi nazionali. Sono poi previste minori spese correnti e in conto capitale per circa quattro miliardi di euro.

Sotto il profilo delle maggiori entrate, pari a 8,3 miliardi complessivi, si rileva l’incremento delle accise sul gasolio (0,9 miliardi), e diverse misure che determinano un aumento temporaneo del gettito (la previsione di imposte sostitutive per l’affrancamento delle riserve, il limite alla compensazione con perdite pregresse ed eccedenze Ace (Aiuto alla crescita economica) e l’incremento di due punti percentuali delle aliquote Irap nel settore finanziario), o misure di anticipo del gettito quali ad esempio la riduzione dei termini di tassazione delle plusvalenze dei beni strumentali. Fra le misure di carattere permanente giova citare la revisione del regime fiscale dei dividendi (0,9 miliardi). In tal caso si tratta della mancata esenzione del novantacinque per cento dei dividendi ricevuti per i soci persone giuridiche che detengono meno del dieci per cento della partecipazione nelle società. È prevista un’evidente duplicazione dell’imposta che si spera venga corretta in corso di approvazione della manovra definitiva.

Giova rilevare che le misure di natura permanente non appaiono riflettere un disegno organico e coerente con la legge delega sulla riforma fiscale recentemente approvata.

Le misure temporanee e gli anticipi d’imposta sono concentrate prevalentemente sul settore finanziario e rappresentano oltre l’ottantadue per cento delle maggiori entrate a carico delle imprese nel 2026 e quasi il settantasei e il sessantuno per cento, rispettivamente, nel 2027 e nel 2028. La concentrazione settoriale, sebbene potrebbe essere giustificata congiunturalmente, solleva interrogativi sulla distribuzione del carico fiscale e sulla stabilità del gettito negli anni successivi, quando le misure temporanee verranno meno e si manifesteranno i recuperi delle anticipazioni di gettito.

Le misure espansive, pari a 18,5 miliardi, non annoverano un rinnovo dell’Ires premiale introdotta con la legge di bilancio 2025 cosicché, dopo l’abrogazione dell’Ace disposta dal 2024, non è stata delineata una revisione della struttura dell’imposta sulle società che incentivi gli investimenti previsti nella legge delega e che ristabilisca la neutralità delle fonti di finanziamento. Il maggior carico fiscale è parzialmente compensato dall’introduzione di un incentivo fiscale sotto forma di iperammortamento, dalla rottamazione quinquies che comporterà minori entrate per oltre 1,5 miliardi di euro e che premia i contribuenti meno fedeli e dalla misura che estende e finanzia fino al 2028 i crediti d’imposta per investimenti nelle Zone economiche speciali (Zes) e Zone logistiche semplificate (Zls).

Sotto il profilo delle minori entrate, si segnalano la riduzione della seconda aliquota Irpef dal trentacinque per cento al trentatré per cento e le modifiche al calcolo dell’Isee per alcune prestazioni nazionali.

La riduzione dell’aliquota Irpef riguarderà i tredici milioni di contribuenti che si collocano oltre la soglia di ventottomila euro di reddito con un minor gettito Irpef di circa 2,7 miliardi, che per il cinquanta per cento sortirà l’effetto sui contribuenti con reddito superiore ai quarantottomila euro che rappresentano l’otto per cento del totale. Per i lavoratori dipendenti, il beneficio medio è pari a 408 euro per i dirigenti e si riduce a 123 e 23 euro, rispettivamente, per impiegati e operai. Per i lavoratori autonomi in tassazione ordinaria la riduzione media è di 124 euro e per i pensionati di cinquantacinque euro (stime operate dall’Upb).

Oltre alla minore aliquota sullo scaglione centrale, la manovra prevede la tassazione al cinque per cento (solo per il 2026) dei rinnovi contrattuali per chi guadagna fino a ventottomila euro, la riduzione dal cinque per cento all’un per cento del prelievo sostitutivo sui premi di risultato, con limite di reddito agevolabile aumentato da tremila a cinquemila euro, e una flat tax al quindici per cento per il lavoro notturno o festivo. Questa agevolazione accentua l’asimmetria nell’Irpef, con redditi uguali soggetti a imposte che possono essere diverse anche per migliaia di euro. La differenza fra misure espansive e coperture determina un disavanzo di 0,9 miliardi.

È evidente che senza riforme di ampio raggio, che colgano le opportunità offerte dalla digitalizzazione e dalla sburocratizzazione della macchina amministrativa e che tengano conto dei cambiamenti in atto al fine di ridisegnare l’intero welfare senza mettere in discussione i livelli di equità sociale perseguiti, le manovre di bilancio si limiteranno allo spostamento dei capitoli di spesa ad effetto annuncio.

L’innovazione e la competizione in un mercato globalizzato presuppongono la crescita dimensionale delle imprese e dei gruppi societari che consenta di sviluppare sinergie aziendali e realizzare economie di scala anche con riferimento alla formazione del capitale umano. Per favorire la crescita dimensionale dei gruppi nazionali, si dovrebbero prevedere misure che agevolino dal punto di vista fiscale le aggregazioni aziendali. La manovra di bilancio sembra andare nella direzione opposta e ha oltretutto eliminato tutti gli incentivi volti a favorire il mantenimento degli utili nelle imprese.

Cogliere le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, con la conseguente efficiente allocazione delle risorse, presuppone un’idea di Paese che si incanali su un percorso di crescita duratura che induca le imprese a investire sui giovani che altrimenti non vedono l’opportunità di salire sull’ascensore sociale ma preferiscono cercare “fortuna” in altri luoghi maggiormente attrattivi. I Premi Nobel per l’economia Philippe Aghion e Peter Howitt auspicano che le istituzioni politiche ed economiche abilitino il circolo virtuoso della distruzione creatrice che presuppone uno Stato che agisca come il principale regolatore e investitore per sostenere la crescita a lungo termine, evitando sia la stagnazione che l’eccessiva disuguaglianza; le imprese che rappresentino il motore dell’innovazione e della crescita, incarnando l’aspetto creativo del processo; la società civile che svolga una funzione essenziale di controllo del rispetto del contratto sociale, garantendo che la dinamica dell’innovazione non degeneri in un sistema predatorio.

Alcuni Paesi europei hanno assunto questa direzione e Mario Draghi, nel suo rapporto, auspica che l’Unione europea investa, fra gli altri, nell’innovazione e introduca un mercato dei capitali comune che agevoli l’investimento nelle imprese. Non c’è più tempo da perdere, la trasformazione non può essere delegata o ritardata. L’Europa e l’Italia devono superare l’inerzia e la resistenza, agendo con unità e ambizione per dimostrare che democrazia e innovazione possono prosperare insieme nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il 4 dicembre 2025 alle 18.30, presso il Centro Mill di via Cappuccio 5, a Milano, ne parleremo con Lisa Noja, Emmanuel Conte, Benedetto Della Vedova, Simona Malpezzi ed Enrico Morando.

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