«La tassazione solo al 5 per cento degli aumenti contrattuali era qualcosa che veniva chiesto da sempre dai sindacati e l’abbiamo fatto per i lavoratori dipendenti con redditi più bassi». Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato lo stratagemma usato dal governo Meloni nella legge di bilancio per tamponare il crollo record dell’8 per cento dei salari reali degli ultimi cinque anni di cui pochissimi parlano.
Sui social, la premier ha raccontato che il suo governo ha invertito la tendenza dei salari, che ora crescono più dell’inflazione, omettendo il potere d’acquisto perso mentre il carovita era alle stelle. Poi nella legge di bilancio la maggioranza ha introdotto uno sconto sugli aumenti nei contratti nazionali, ammettendo quindi che i salari sono bassi, ma caricando tutto il costo sul conto dello Stato.
In questi anni, i contratti collettivi nazionali non sono riusciti a compensare gli aumenti dell’inflazione. Tra il 2022 e il 2023, quando l’inflazione era anche oltre l’8 per cento, i rinnovi hanno accumulato grossi ritardi. Il tempo medio di attesa è aumentato nel 2023 da 20,5 a 32,2 mesi. Quando poi i contratti sono stati rinnovati nel 2024 e nel 2025, l’inflazione era già scesa al 2 per cento o anche sotto. Risultato: gli aumenti si sono basati sull’inflazione più bassa e non su quella passata, senza quindi recuperare il potere d’acquisto perso.
Solo pochi settori hanno ottenuto con la contrattazione aumenti salariali importanti. Ma persino nel settore pubblico, dove lo Stato potrebbe in teoria intervenire velocemente, le trattative sono andate per le lunghe.
E così come avviene per il taglio del cuneo fiscale, la scelta nella manovra è stata ora quella di intervenire ancora una volta con i soldi dei contribuenti. Con la flat tax al 5 per cento sugli aumenti, una parte delle tasse dovute viene così usata per aumentare il netto in busta paga e pagare quello che le imprese non hanno pagato prima. Lo Stato sceglie di dare un sostegno ai salari bassi, rinunciando quindi a una parte di entrate e utilizzando risorse pubbliche. E anzi, Meloni ha finito per premiare pure chi il contratto lo ha rinnovato con grandissimo ritardo, in modo da scavallare il picco inflazionistico.
L’obiettivo iniziale della flat tax al 5 per cento sui gli aumenti era in teoria quello di incentivare i rinnovi dei contratti futuri. Se ti faccio uno sconto – sarebbe il ragionamento – sarai spinto a rinnovarli in fretta. La detassazione infatti inizialmente era limitata ai contratti firmati nel 2025 e 2026, e solo fino al limite del primo scaglione Irpef di 28mila euro di reddito annuo. E invece, dopo le pressioni di Confcommercio, è arrivato puntuale il subemendamento del governo alla manovra che ha esteso lo sconto anche ai contratti sottoscritti nel 2024, estendendo in più il limite di reddito a 33mila euro. Un trucchetto per includere anche il contratto del commercio, che copre più di due milioni di lavoratori, rinnovato solo a giugno 2024 con oltre quattro anni di ritardo.
La Uil è stata tra i principali sponsor dello sconto allargato. «Il nostro impegno non termina qui: bisogna, ora, dare continuità al percorso e consolidarlo negli anni a venire», ha commentato il segretario Pierpaolo Bombardieri, parlando del «riconoscimento della funzione di strumento di democrazia economica dei contratti». Anche la Cgil di Maurizio Landini commenta: «La micro-tassa al 5 per cento sugli aumenti contrattuali per redditi sotto i 33.000 euro lordi appare come un contentino: risulta limitato nel tempo e nella platea».
Insomma, ora le parti sociali sperano che lo sconto venga replicato nel tempo. O che magari diventi strutturale. Pur di non ammettere che la contrattazione collettiva non è in grado di proteggere più il salario – come ha scritto l’economista Marco Leonardi – i sindacati finiscono per avallare il sistema di tassazione piatta sugli incrementi di reddito, che era parte integrante del programma del governo Meloni.
Tutto, ovviamante, a spese dei contribuenti. La detassazione al 5 per cento, secondo la relazione tecnica contenuta nella manovra, riguarderà 3,8 milioni di lavoratori. Il gettito complessivo amncante ammonta a 642,9 milioni di euro di soldi in meno ogni anno nelle casse dello Stato. Il governo applaude, i sindacati pure. Ma salari restano bassi, nel silenzio generale.