Locanda Don Serafino Addio a Pinuccio La Rosa, l’uomo che ha sognato la Sicilia prima del mondo

Visionario gentiluomo del celeberrimo ristorante, il patron mancato qualche giorno fa ispira un ritratto tra memoria personale e storia dell’eccellenza siciliana

foto diMartin Haver

Pinuccio La Rosa è stato uno di quei rari casi in cui l’uomo e la sua opera coincidono fino a sovrapporsi. Non è stato solo un protagonista dell’imprenditoria gastronomica, ma un maestro del possibile: un uomo capace di immaginare la Sicilia come destinazione d’eccellenza quando l’isola era ancora un’intuizione, una promessa da mantenere con coraggio e lungimiranza, ben prima che diventasse un brand globale.

La sua storia inizia nel 1953, sulle orme del padre Serafino, che aprì il Lido Azzurro a Marina di Ragusa. In quegli anni la Sicilia turistica era tutta da inventare. Pinuccio cresce lì, insieme al fratello Antonio, respirando l’accoglienza come un fatto naturale, quotidiano, inevitabile. Per lui, ospitare non è mai stato un mestiere, ma un modo di stare al mondo. Con il tempo, quello sguardo si è fatto più ambizioso. Pinuccio intuì, prima di molti altri, che il barocco di Ragusa Ibla non era solo storia e architettura, ma una scenografia vivente per il futuro. All’inizio degli anni Duemila la scommessa decisiva: trasformare gli antichi magazzini sotto la Chiesa dei Miracoli in un tempio del gusto.

Nel 2002 nasce la Locanda Don Serafino, un omaggio alle radici e una sfida alla modernità. Scavata nella pietra viva di Ibla, la Locanda diventa presto un’esperienza sensoriale totale. Sotto la guida costante dello chef Vincenzo Candiano, i fratelli La Rosa costruiscono un percorso rigoroso che porta la prima stella Michelin nel 2008 e la seconda dal 2014 al 2019. Un successo che non è stato solo personale, ma che ha contribuito a spostare definitivamente l’asse dell’alta cucina siciliana verso il Sud-Est. Il progetto non si è mai fermato: dall’hotel diffuso tra le grotte iblee al rilancio del Lido Azzurro, fino all’ingresso nel prestigioso circuito Relais & Châteaux. Pinuccio non lavorava in isolamento; era un tessitore di reti, un promotore de Le Soste di Ulisse, un uomo che con una cantina leggendaria da oltre 1.700 etichette ha educato generazioni di ospiti alla cultura del tempo e del territorio.

Tuttavia, ridurre Pinuccio La Rosa alla cronaca dei suoi successi sarebbe un torto alla sua memoria. Ciò che lo rendeva unico era il suo “stile di presenza”. Era un uomo profondamente godereccio nel senso più alto e nobile del termine: capace di prendere la vita sul serio proprio perché sapeva come celebrarla. Sempre impeccabile, carismatico. Possedeva un’ironia intelligente, una parola di spirito che arrivava sempre al momento giusto.

Per me, Pino resta legato a un sentimento di gratitudine profonda che travalica il lavoro. È l’uomo che, insieme ad Antonio, ha orchestrato il mio matrimonio. Senza retorica, è stato il giorno più bello del secolo. In quello chalet sul mare, tutto parlava la loro lingua: la luce, il vento, quel ritmo lento e precisissimo delle cose fatte bene. Non era solo un evento riuscito; era la dimostrazione concreta che l’ospitalità, quando è autentica, si trasforma in memoria condivisa. La sua generosità, a tratti teatrale ma mai autoreferenziale, serviva a far sentire speciali gli altri. Aveva il dono raro di far coincidere il proprio piacere con quello dell’ospite.

Oggi che Pinuccio se ne va, resta il vuoto che lasciano le personalità autentiche. Ma resta anche un’eredità potente: la lezione che vivere, accogliere e progettare sono atti di bellezza e responsabilità. Lo ha fatto con stile. Lo ha fatto con ironia. Lo ha fatto, soprattutto, con un amore consapevole per la vita e per la sua Sicilia.

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