Non ci volle molto, dopo la morte di David Bowie, perché la gente iniziasse a dire, con tristezza, che tutto era andato a pezzi da quell’incredibile lunedì triste, quel Blue Monday dei primi di gennaio 2016. La sua scomparsa, capace di scuotere l’anima e fermare il tempo, sembrò trascinare la Terra nel caos, come se solo lui fosse riuscito fino ad allora a placare le forze ostili che minacciano l’equilibrio.
È stato uno shock che andava oltre lo shock per la morte di una leggenda amata, una popstar con cui una o due generazioni erano cresciute, scomparsa troppo presto, anche se non era più giovanissima. Sembrava davvero che qualcosa fosse venuto a mancare, come se nell’aria sterile si fosse diffusa una minaccia, un pericolo per la mente e per il corpo, per i sogni e per la speranza, per tutto ciò che era stato, e di cui lui aveva spesso cantato.
L’uomo che aveva raccontato il cambiamento – nella vita, nelle circostanze, nell’aspetto – come una forma speciale e necessaria di energia creativa, come una gioia della natura, aveva ora portato a termine la trasformazione più grande di tutte. I suoi fan non erano pronti a questo cambiamento drastico, a questa spettacolare uscita di scena, ma nemmeno l’universo sembrava esserlo. Quando David Bowie morì, fu come se l’universo stesso avesse emesso un gemito. Anche lui aveva bisogno di tempo per elaborare il lutto. Si accasciò, perso nei suoi pensieri.
E mentre tutto ciò accadeva, il mondo come lo conoscevamo iniziava a perdere i suoi punti fermi. Mostrava un nuovo volto cupo e distopico, marcio e corrotto fino al midollo, che conduceva a un crescendo di caos disorientante e a una serie di catastrofi: guerre feroci e irrisolvibili, pandemie, lockdown, disastri e privazioni, terremoti politici, violenza tra bande criminali. Uomini forti si proclamavano salvatori, come se la forza bruta bastasse a proteggerci dai pericoli del mondo; psicopatici con un passato nella televisione commerciale si ritrovavano, volontariamente o meno, investiti di potere reale, a chiedersi se fosse giunto il momento di sganciare una bomba atomica su una città.
Tempeste, alluvioni e incendi boschivi, sparatorie casuali, risultati elettorali sconvolgenti permettevano a figure apparentemente fuori posto, capaci di stordire le menti, di prendere il controllo della realtà, come se ci proteggessero da “nemici interni” visibili solo a loro. Stavamo entrando in un mondo quasi costantemente sotto controllo. I valori tradizionali che davano un senso all’uomo occidentale – lavoro, comunità, famiglia e identità – erano in serio pericolo. C’era una sequenza di eventi e di cose banali all’ordine del giorno che sembravano cancellare ogni idealismo, offuscare le menti e ridurre drasticamente qualsiasi opportunità. Siamo entrati in una nuova era di riarmo militare. L’America ha abbandonato il suo ruolo di leader dell’Occidente, che aveva mantenuto per ottant’anni. In Gran Bretagna, come altrove, il declino relativo si è trasformato in declino terminale.
Entro il secondo decennio del ventunesimo secolo, diciamo dopo gennaio 2016, la diffusa convinzione seguita alla Seconda Guerra Mondiale – specialmente in Gran Bretagna, Europa e America – che progressi tecnologici rapidi, ma apparentemente gestibili, fossero sul punto di provocare un enorme balzo in avanti per l’umanità si trasformò in un altro tipo di consapevolezza che prese piede, che pulsava dall’America e dai Paesi che da allora si erano affidati a essa per leadership e equilibrio. Il mondo sembrava avviarsi alla fine – a causa dell’espansione demografica, dell’inquinamento, dell’irrazionalità della natura, della peste, dell’olocausto nucleare, della follia sociale indotta dai social media, dell’emergere dell’intelligenza artificiale, del raffreddamento o surriscaldamento del pianeta, del crollo dell’Impero britannico seguito dalla disgregazione dell’impero americano, della scomparsa di ogni distinzione tra reale e surreale, tra realtà e finzione, tra verità e menzogna.
Frasi che un tempo sembravano confinate al passato o al mondo del cinema e della tv improvvisamente si insinuavano nelle nostre vite attraverso i media, i quali, sempre in ritardo nel cogliere i cambiamenti che avvenivano in modo rapido, finivano per adottare e spesso normalizzare una mentalità da fine del mondo.
L’Occidente così come lo conoscevamo è morto
La caduta di ciò che chiamiamo democrazia
Distruggere il nemico ideologico accusandolo di fare esattamente ciò che fai tu
La libertà di espressione sotto minaccia mortale
Lo Stato di diritto è sotto assedio
Un’epica demolizione della libertà
Segnali di pericolo diffusi
Un Presidente che si crede il Giudice Dredd, convinto della propria infallibilità e persuaso di poter fare tutto ciò che vuole; pretende fedeltà, esige fedeltà – oppure è come il cavallo delle battute di John Mulaney, che gira libero in un ospedale e ha ap- pena licenziato il domatore di cavalli solo perché è venuto fuori che può farlo
Sta ingranando la retromarcia dopo anni di cambiamento
Vandalismo intellettuale come una deliberata purga ideologica
Niente è vero, tutto è permesso come niente che tu abbia mai visto prima
Gente trascinata via dalle strade per aver scritto editoriali su giornali studenteschi o per aver protestato contro i licenziamenti L’America con il suo dittatore supremo, il capo degli insorti
Sommersi da una valanga di menzogne
Il manuale classico dell’autoritarismo seguito passo dopo passo
Tutto si sta sgretolando
Siamo al punto in cui la verità non conta più
Qual è la strategia? E quanto dobbiamo preoccuparci?
Tratto da “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” (Hoepli), di Paul Morley, 22,90€, pp.370
