A un certo punto bisogna smettere di far finta di non vedere. Perché c’è un copione che si ripete, sempre uguale, e ogni volta lascia dietro di sé macerie umane prima ancora che politiche. È successo in Afghanistan. Sta succedendo in Iran. È successo, di nuovo, in Venezuela.
L’Afghanistan lo ricordiamo tutti. Vent’anni di promesse solenni, di discorsi sui diritti, sulle donne, sulla libertà. Poi, quando è arrivato il momento di restare davvero, ce ne siamo andati in fretta. Non in silenzio: in fretta. E chi è rimasto aggrappato a quegli aerei non stava solo scappando da un regime, stava scappando da una bugia. Da allora, degli afghani non parla più nessuno. Non perché stiano meglio, ma perché non servono più.
In Iran, uomini e donne sono scesi in strada sapendo benissimo cosa rischiavano. Hanno sfidato un potere che non perdona. Li abbiamo applauditi, sostenuti a parole, trasformati in hashtag. Poi, come spesso accade, ci siamo stancati. Il regime no. Ha aspettato. Ha represso. Ha vinto per logoramento, mentre noi cambiavamo argomento.
Il Venezuela è forse il caso più amaro. Perché qui la finzione è durata più a lungo. Anche dopo la cattura del simbolo del regime, ci siamo raccontati che qualcosa stesse cambiando. Qualche prigioniero liberato, qualche gesto “umanitario”, qualche apertura controllata. Ma la verità è semplice: il potere è rimasto lì dov’era. Stesse strutture, stessi apparati, stessi meccanismi di controllo. Le liberazioni servono a trattare, a rassicurare, a comprare tempo. Non a cambiare il sistema. E mentre noi parliamo di transizione, milioni di venezuelani continuano a fare l’unica cosa possibile: andarsene.
Il punto non è accusare qualcuno in particolare. Il punto è riconoscere un fallimento collettivo. La democrazia, per come l’abbiamo usata negli ultimi decenni, è diventata una promessa a scadenza. Vale finché conviene. Finché non costa troppo. Finché non mette davvero in discussione equilibri e interessi.
Così però non perdiamo solo credibilità geopolitica. Perdiamo qualcosa di più profondo. Perché a chi ha rischiato la vita per la libertà stiamo dicendo una cosa precisa, anche se non abbiamo il coraggio di dirla apertamente: «Grazie, ma fino a qui».
Forse dovremmo essere più onesti. Smettere di parlare di esportare la democrazia, se poi non siamo disposti a difenderla quando diventa scomoda. Perché la democrazia non è un intervento temporaneo, né una leva diplomatica. È una responsabilità.
Nel frattempo, visto che l’esportazione armata non funziona e l’indifferenza funziona fin troppo bene, potremmo almeno provare a costruire qualche ponte di diplomazia culturale: costa meno, fa meno vittime e, a differenza dei grandi proclami, ogni tanto tiene aperto un dialogo invece di chiuderlo con un volo di ritorno.