Domenica, a Puerto La Cruz, sulla costa nord-orientale del Venezuela, nello Stato di Anzoátegui, Delcy Rodríguez ha attaccato apertamente gli Stati Uniti durante un evento pubblico con i lavoratori del settore petrolifero, trasmesso dalla televisione di Stato. Dal palco ha accusato Washington di interferire negli affari interni del Paese e di voler imporre dall’esterno scelte politiche e istituzionali. «Basta con i dettami di Washington sulla politica venezuelana», ha detto la presidente ad interim del Venezuela, rivendicando il diritto di Caracas a difendere la propria sovranità e sostenendo che eventuali divergenze con gli Stati Uniti dovranno essere affrontate solo attraverso la diplomazia, senza intimidazioni né imposizioni. L’intervento ha avuto il tono di una sfida politica e simbolica, più che quello di una proposta operativa, ma ha riportato al centro il ruolo degli alleati internazionali del Venezuela, in primo luogo la Russia.
Da Mosca, qualche giorno prima, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva confermato che i rapporti con Caracas restano attivi, parlando di contatti regolari, cooperazione economica e investimenti che la Russia intende preservare. Nessun accento polemico, nessuna minaccia, nessuna presa di posizione netta contro Washington. Anche il Ministero degli Esteri russo si era limitato a una condanna formale delle iniziative statunitensi, evitando deliberatamente di alzare il livello dello scontro. La linea è apparsa chiara: difendere il rapporto con il Venezuela senza trasformarlo in un nuovo fronte di confronto diretto con gli Stati Uniti.
Questa prudenza riflette una realtà più ampia. Gli ultimi sviluppi hanno messo in evidenza la difficoltà della Russia nel tutelare concretamente i propri interessi in America Latina. Il sequestro di navi legate al commercio di petrolio venezuelano e riconducibili a interessi russi ha mostrato quanto limitata sia oggi la capacità di Mosca di reagire quando la pressione americana si traduce in azioni materiali. Le proteste diplomatiche non hanno prodotto effetti visibili e hanno rafforzato l’idea di una presenza russa incapace di fungere da vero deterrente.
Anche sul piano militare sono emersi segnali di debolezza. Durante le operazioni statunitensi le forze venezuelane hanno utilizzato sistemi missilistici portatili Igla-S di produzione russa senza ottenere risultati. L’ambasciatore russo a Caracas ha cercato di ridimensionare l’episodio attribuendolo alla scarsa preparazione degli operatori locali, sostenendo che il problema non fosse l’arma ma chi la utilizzava. Una spiegazione che ha finito per evidenziare un altro limite strutturale: la Russia fornisce equipaggiamenti, ma non garantisce né addestramento efficace, né capacità di intervento a supporto dei propri partner.
In questo quadro pesa anche il silenzio di Vladimir Putin. Il presidente russo non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sulla crisi venezuelana, evitando di esporsi direttamente. È una scelta che segnala una priorità diversa: non aggravare il confronto con Washington in una fase in cui Mosca è già sotto pressione su più fronti e ha margini di manovra ridotti. Tuttavia questa assenza rischia di essere interpretata come un segnale di distanza proprio da quei partner che vedono nella Russia un possibile contrappeso all’influenza statunitense.
Sul piano economico, nel breve periodo, l’impatto resta contenuto. Nonostante il sequestro di alcune petroliere battenti bandiera russa, Roszarubezhneft, la compagnia petrolifera statale e principale gestore delle risorse petrolifere di Mosca in Venezuela, continua a operare nella fascia petrolifera dell’Orinoco e ha ribadito la volontà di restare nel Paese. Ma la tenuta di singoli progetti non basta a mascherare una tendenza più profonda. La Russia fatica sempre più a presentarsi come attore capace di proiettare potere e garantire protezione oltre il proprio spazio regionale. L’accumularsi di dossier irrisolti e l’assenza di risposte incisive suggeriscono che Mosca stia progressivamente perdendo la capacità di agire come bilanciatore esterno credibile, sostituendo l’influenza reale con una presenza politica sempre più difensiva e limitata. Dall’invasione russa dell’Ucraina la capacità di Mosca di fungere da credibile offshore balancer si è atrofizzata.