Lo spettacolo è scritto da Francesco Toscani, vincitore del Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” 2025, e diretto da Andrea Piazza, e si inserisce nell’ambito del programma “Per chi crea”. Al centro, il rapporto sempre più instabile tra persone e immagine corporea nell’epoca della mediazione digitale, un fenomeno osservato senza paternalismi, né allegorie consolatorie.
La vicenda comincia in un monolocale milanese. Mattia, 33 anni, interpretato da Fabrizio Calfapietra, festeggia il suo compleanno in solitudine. La scena è ridotta a pochi elementi quotidiani: una ciotola di latte e cereali, uno schermo, il flusso continuo di notifiche, i feed dei social network e la pornografia. Il tempo è sospeso, in una routine ripetitiva scandita solamente dalla luce artificiale dello scrolling infinito dei video sul telefono. In questo spazio chiuso irrompe una presenza inattesa, l’Altro, interpretato da Simone Tudda, una figura ambigua, a metà tra un’allucinazione e una coscienza critica, che costringe Mattia a interrompere l’isolamento e a confrontarsi con ciò che ha rimosso.
Da qui la narrazione si sposta all’indietro, riportando il protagonista a un campetto di provincia. È il ritorno a un episodio legato all’infanzia, quando a nove anni Mattia incrociò per la prima volta lo sguardo giudicante degli altri. Lo spettacolo individua in quel momento l’origine di una frattura: in quell’istante, per lui, il corpo smise di essere uno spazio abitabile, diventando al contrario un oggetto esposto, valutato, confrontato, e perfettibile. Quell’esperienza getta le radici profonde di un percorso che attraversa infanzia e adolescenza, segnato dal confronto costante con modelli fisici percepiti come perfetti, ideali e irraggiungibili. Il corpo reale, al contrario, viene progressivamente vissuto come un limite da scavalcare, motivo di imbarazzo.
Il racconto raggiunge l’apice nel momento in cui Mattia cerca di liberarsi definitivamente dalla dimensione biologica. La trasfigurazione finale assume così i contorni di un’astrazione digitale: il corpo viene spogliato, sia simbolicamente sia fisicamente, per inseguire un’idea di purezza che la corporeità, di per sé, non può garantire. E così si svela il paradosso: per rispondere alla pressione costante di modelli estetici filtrati e algoritmici l’individuo viene annullato.
Il filo rosso che attraversa l’intera esibizione è il tema del dismorfismo digitale, inteso come effetto di una esposizione continua a corpi modificati, filtrati, irrealistici. Lo spettacolo mostra come questa pressione agisca sulla percezione di sé, trasformando delle caratteristiche comuni in difetti intollerabili. In questa prospettiva, la storia di Mattia assume un valore emblematico: l’algoritmo non è solo un meccanismo di distribuzione dei contenuti, ma un dispositivo che incide attivamente sulla costruzione dell’identità personale, che ne rimane inevitabilmente plasmata.