Friuli rulezQuando un sogno enologico nasce al ristorante

Il vino è una parte determinante dell’esperienza gastronomica, ma spesso è proprio il rapporto tra produttore e ristoratore a fare la differenza nella crescita reciproca. Ce l’ha insegnato un grande interprete dell’enologia friulana, Gianfranco Gallo

Arrivi in Friuli dal Veneto e il paesaggio cambia: tutto si fa più verde, più ordinato ma di un ordine che fatichi a riconoscere. Senti la frontiera che si avvicina, le usanze che cambiano, i luoghi che si dilatano e il cielo che si fa più presente. Si impone, quasi, come il vento, come il freddo: nulla è uguale a come sei abituato, e tutto ha l’estetica faticosa della guerra. Il Friuli non è facile, non è automatico, non è Italia in senso stretto pur essendo l’ultima propaggine di un impero che non ha voluto lasciare andare il suo Est. E proprio appena sbarcato in questo oriente italiano, incroci una cantina perfetta, contemporanea, ma con le radici solidamente piantate nel terreno morenico dei colli che guardano l’Istria e il mare, e da questi due opposti cercano ispirazione e conforto, trovano contrasto e solidità.

È una cantina circondata da vigneti curati maniacalmente, come maniacale è ogni scelta enologica che da Vie Di Romans viene fatta. Nulla è casuale, nulla è costruito, tutto è perfettamente pensato per preservare il tempo e il luogo, ma in grado di guardare al futuro perché quella è la strada su cui si costruisce. Giafranco Gallo è l’artefice di questa perfezione, il tecnico diventato suo malgrado sognatore, che ha colto gli insegnamenti dei più grandi in tempi non sospetti e ha saputo interpretarli e farli suoi, per uscire dal coro in un tempo in cui essere diversi e autentici permetteva ancora di fare la differenza. Oggi, con i figli che stanno iniziando a entrare nelle decisioni aziendali, è quasi arrivato il tempo di bilanci e di ricordi.

In un momento delicato, ha avuto un aiuto ideale determinante, come racconta a Gastronomika: «Quando ho iniziato questo lavoro, negli anni settanta, la storia si faceva sui prezzi: solo a Milano, da Gualtiero Marchesi e da Aimo e Nadia, sono riusciti a cogliere l’idea che stavo portando avanti, e sono stati i loro insegnamenti e le loro indicazioni a farmi credere di poter davvero fare la differenza. Senza quei viaggi a Milano e quella condivisione di intenti probabilmente avrei mollato: invece sapere che qualcuno credeva in una visione diversa, che riconosceva nel vino un atto culturale prima ancora che commerciale, ha dato senso alla fatica e alla solitudine di quegli anni».

È in quella tensione che prende forma la sua Vie di Romans, azienda fondata nel 1900 e guidata da Gianfranco Gallo dalla fine degli anni Settanta. Quando entra in cantina, nel 1978, il Friuli del vino bianco è già lanciato verso una riconoscibilità nazionale, ma spesso affidata alla freschezza immediata, a un’idea di bevibilità che coincide con la rapidità di uscita sul mercato. Gallo sceglie un’altra strada e decide che il tempo diventerà un alleato e non un nemico.

La prima rivoluzione è silenziosa e radicale: lavorare per singolo vigneto. Identificare le parcelle, separarle in vendemmia, vinificarle autonomamente, scrivere in etichetta non solo il nome ma anche la data esatta di raccolta. È un gesto che oggi appare naturale, ma alla fine degli anni Ottanta suona come una presa di posizione culturale. Significa affermare che il luogo non è uno sfondo ma un protagonista, che ogni suolo racconta una sfumatura diversa. I terreni alluvionali e morenici dell’Isonzo, ricchi di scheletro e capaci di drenare l’acqua, diventano così la grammatica profonda di questi vini.

La cura maniacale dei vigneti non è un vezzo estetico. È controllo delle rese, è attenzione alla maturazione fenolica, è scelta di raccogliere quando l’uva ha raggiunto una pienezza che permetta al vino di reggere il tempo. In cantina le fermentazioni avvengono in acciaio o in barrique a seconda del progetto, ma ciò che colpisce è l’assenza di fretta. L’affinamento prosegue a lungo sui lieviti e, soprattutto, in bottiglia. I vini escono sul mercato dopo almeno due anni dalla vendemmia, talvolta di più. In un territorio che ha costruito parte della propria fortuna sulla prontezza dei bianchi, è una dichiarazione di identità netta e una presa di posizione anche economica decisamente controcorrente.

Il Pinot Grigio Dessimis, con la sua leggera macerazione sulle bucce che gli regala riflessi ramati, scardina l’idea di un vitigno neutro e semplice. I cru di Chardonnay o il Flors di Uis mostrano come struttura, volume e tensione possano convivere con precisione aromatica e finezza. Ogni bottiglia è pensata per evolvere, per raccontare qualcosa anche dopo anni. È una visione che richiede coerenza, investimenti, fiducia.

In quelle parole su Milano si legge la chiave di tutto. L’incontro con Gualtiero Marchesi e con Il Luogo di Aimo e Nadia non è stato un pellegrinaggio gastronomico, ma un momento di consapevolezza. Lì il vino non era accessorio, era parte del discorso culturale. Lì il prezzo non era un numero da abbassare per competere, ma il risultato di un pensiero compiuto. Capire che l’eccellenza poteva essere costruita con disciplina e visione ha dato a Gallo la forza di restare fedele alla propria idea anche quando il mercato chiedeva altro.

Vie di Romans cresce così, per sottrazione e rigore. Nessuna concessione alle mode, nessuna rincorsa alle tendenze, basta guardare le etichette per capirlo. La modernità della nuova cantina, maestosa e rigorosa al tempo stesso, non contraddice le radici, le rende leggibili. Le vigne guardano verso l’Istria e verso il mare, respirano un’aria che porta con sé memorie slave e suggestioni mediterranee: in questo equilibrio di confine si costruisce uno stile che non cerca di piacere a tutti, ma di essere riconoscibile.

Il Friuli resta una terra che obbliga a prendere posizione. Il vento che scende dalle Alpi e il mare che mitiga le estati raccontano una geografia complessa, stratificata. In questa complessità, il vino diventa un atto di precisione. Ogni vendemmia è una verifica, ogni bottiglia una promessa mantenuta nel tempo. Non c’è enfasi, non c’è retorica. C’è la convinzione che solo lavorando sul dettaglio si possa aspirare all’insieme.

E così, in quell’oriente italiano che conserva le cicatrici della storia e una compostezza quasi mitteleuropea, Vie di Romans ha scelto la strada più difficile: fare del tempo il proprio marchio di fabbrica. In un mondo che accelera, rallentare diventa un gesto rivoluzionario. Qui il vino non cerca scorciatoie. Attende, si assesta, trova il proprio passo. E quando finalmente si apre, racconta non solo un territorio, ma un’idea ostinata di futuro costruita con disciplina e memoria. Oggi, Gianfranco Gallo torna a Milano e la trova cambiata, soprattutto nel suo rapporto con il vino: se arrivasse oggi in città per la prima volta forse non troverebbe quell’ispirazione che gli ha permesso di tenere fede alle sue idee e ai suoi principi. Ritrovare quello slancio e quella sinergia tra produttori e ristoratori è un sogno che condividiamo: crediamo come lui che in questo settore sia determinante uno spirito comune, una visione condivisa, e anche una spinta reciproca verso un bene comune superiore, che porti entrambe le parti a crescere e a confrontarsi per migliorare. Il dialogo attivo tra chi il vino lo fa e chi il vino lo vende e lo fa comprendere al cliente è l’unica strada possibile per uscire dalla crisi e per ridare vigore e valore al mercato. Perché nuovi Gianfranco Gallo possano trovare la loro strada anche grazie al sostegno dei ristoratori, e nuovi chef si possano ispirare alle idee rivoluzionarie in grado di fare la differenza, anche semplicemente con una carta vini che racconti la biodiversità italiana e dia modo a tutti di assaporarla nel calice.

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