Oggi siamo alle soglie o, più probabilmente, nel pieno di una vera e propria svolta antropologica. Le tecnologie digitali sono sempre più incorporate nella nostra vita quotidiana. Giocare, apprendere, informarsi, relazionarsi e molti altri aspetti che rientrano nell’ampio spettro delle pratiche sociali e dei processi culturali risultano significativamente mediati dalle nostre abbondanti dotazioni digitali. Ora l’intelligenza artificiale promette di fare molto di più, imitando e cercando replicare la complessità dell’intelligenza umana, migliorandola e consentendole di fare cose e risolvere problemi come nessun uomo sarebbe in grado di fare. Tutto questo può essere utile, ma anche molto pericoloso.
Il genio umano ha creato macchine capaci di sostituire i muscoli degli uomini e la potenza dei buoi; ha permesso di condividere saperi, opinioni e valori in una dimensione globale. Il progresso tecnologico è da sempre fattore di sviluppo umano. Tuttavia, quando la macchina non sostituisce solo forza e capacità di calcolo, ma incorpora anche obiettivi specifici e si autorganizza per raggiungerli, allora si corre il rischio di disaccoppiare sviluppo tecnico e umano. Ed è il rischio che stiamo correndo. Sta avanzando un credo cieco nella tecnologia e nei suoi proprietari che è preoccupante, perché contempla l’accettazione di una progressiva deresponsabilizzazione dell’uomo rispetto alle sfide del futuro.
Ma se le macchine e l’architettura di silicio che le governa sono chiamate non ad aiutare ma a surrogare l’uomo nelle decisioni, chi determina i parametri del processo decisionale? A quali condizioni e con quali meccanismi di controllo, verifica e aggiornamento? Chi determina i fini e le modalità per perseguirli?
Si sta affermando l’idea di spingere la fusione tra individuo e tecnologia, anche in senso biologico. Gli ambiti su cui si sta profilando il “potenziamento” della specie umana sono molteplici. Disegnare a tavolino le caratteristiche genetiche dei bambini del prossimo futuro è un tema su cui si dibatte da tempo. Pensare di “caricare”, grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale, le nostre menti su un cloud, separandole dai nostri corpi, potrebbe essere fattibile nel giro di qualche lustro.
Potremmo così pensare ad una vita che si svolge in un ambiente virtuale, come del resto vorrebbero che ci abituassimo a fare con il metaverso, che è un modo di operare con dei sé multipli. C’è chi pensa di progettare una pelle “intelligente”, rendendo così l’invecchiamento facoltativo, chi di costruire occhi simili a quelli dei gatti, cosicché l’uomo possa vedere al buio e risparmiare elettricità. E c’è chi, come l’artista spagnolo Manel De Aguas, si è fatto impiantare una pinna sensoriale su ciascun lato della testa per percepire dati meteo o chi, come la danzatrice Moon Ribas, si è fatta innestare dei sensori nelle piante dei piedi capaci di cogliere i movimenti sismici per permetterle di ballare al loro “ritmo”.
Questa visione della realtà prevede che ci debba essere un algoritmo per tutto. I figli della Silicon Valley sono cresciuti con questo mantra, e quindi si sono fatti apostoli di una corrente di pensiero che vede la tecnologia come risolutrice di tutti i problemi dell’umanità.
In questo modo si scivola dal soluzionismo tecnologico al suprematismo tecnologico, per sottolineare come, nell’idea dei pochi signori che governano il mondo hi-tech, sia fissata non solo la superiorità della tecnologia, ma anche quella del mercato e delle loro personali capacità rispetto alla politica, ai governi ed al resto dei cittadini.
Questi signori sono convinti – e vorrebbero convincerci – che alla rete tecnologica, sempre più ricca e capillare, possa essere demandato il compito di affrontare anche le questioni che coinvolgono scelte economiche, sociali e visioni politiche della società. Nella loro idea di efficienza contano i grandi numeri, che possono essere gestiti con algoritmi e calcoli probabilistici.
Per fare un esempio, pensiamo a un’eventuale applicazione dell’uso di predittori in un ambito delicato come la giustizia. I procedimenti sarebbero molto più rapidi di quelli attuali, con alte probabilità di successo, e la giustizia sarebbe di certo più efficiente. Tuttavia, gli individui potrebbero essere privati della presunzione di innocenza e del diritto ad un processo equo, in uno svolgimento giudiziario assimilato ad una catena di montaggio. Ciò potrebbe valere anche per la sanità, l’istruzione, l’ambiente, l’alimentazione e tanto altro ancora. Ci sono questioni, e sono molte, che non possono essere affrontate da una macchina, perché implicano valutazioni etiche, morali e culturali che non possono essere compresse nel calcolo matematico. La tecnologia può aiutare l’uomo ad affrontare alcune questioni, ma non può certo risolverle.
Dunque, l’infrastruttura tecnologica non solo non è adeguata, ma non è neanche neutra. In tale contesto, infatti, si manifestano gli interessi dei proprietari, i cosiddetti “signori del silicio”, che perseguono l’obiettivo di massimizzare i loro profitti con il sogno di disporre di una massa di utenti semplificati e deresponsabilizzati che consumano tecnologia per soddisfare bisogni personali e collettivi.
Creare, brevettare, vendere, fare profitto: sono questi gli elementi che caratterizzano l’ideologia californiana della Silicon Valley. La ricetta è semplice: unire progresso tecnologico e politiche ultraliberiste. I bisogni della collettività vengono introitati in una logica di stretto egoismo razionale, governata dal libero mercato. Non c’è spazio per obiettivi redistributivi e nessun interesse a risolvere i problemi strutturali della società, affrontandoli nella loro complessità. Al contrario, l’obiettivo è scomporli in parti agilmente gestibili dalla tecnologia. Il sogno dei signori del silicio è vendere cerotti, non soluzioni ai problemi.
