Arabic PortraitsI locals

"Come fai a vivere a Dubai? E' totalmente finta, sembra di essere in un enorme parco giochi". In molti me lo hanno chiesto venendo qui. Ed é sicuramente la prima impressione che si ha atterrando a ...

“Come fai a vivere a Dubai? E’ totalmente finta, sembra di essere in un enorme parco giochi”. In molti me lo hanno chiesto venendo qui. Ed é sicuramente la prima impressione che si ha atterrando a Dubai. Già all’aeroporto, dove é sempre giorno, enormi palme di plastica riparano da fari accecanti e gigantesche fontane fanno credere di essere in mezzo a una foresta più che nel deserto. Eppure Dubai non é finta, é semplicemente una città nuova di zecca. Quella patina di fasullo non é affatto finzione, é semplicemente il gusto emiratino: sì, bisogna ammetterlo, ai nostri occhi appare tutto piuttosto kitsch, anche gli edifici e gli alberghi più lussuosi. Il Burj Al Arab (la famosa vela, simbolo di Dubai prima della costruzione del Burj Khalifa), ne é l’esempio lampante. All’esterno sobrio e lineare, candido e semplice come la dishdasha (la tunica bianca che indossano gli uomini), all’interno un trionfo di colori, moquette, imponenti colonne dorate, conchiglie finte, giochi d’acqua, di luci e acquari. Ci si aspetterebbe tutto fuorché questo per l’hotel più lussuoso del mondo. Entrarci é un’esperienza scioccante, direi quasi terribile: talmente eccessivo, però, da avere comunque una sua bellezza.

Dubai é come una donna ricca, capricciosa e che ostenta troppo se stessa. Ma ció che la salva dall’essere invivibile e odiosa sono le sue continue contraddizioni, le sue palesi e goffe cadute di stile. Una sorta di simpatia, in fondo, la stessa che avvicina all’irraggiungibile ricchezza della maggior parte degli emiratini: che hanno automobili da centinaia di migliaia di euro, ma lasciano la plastica sui sedili per ribadire che si tratta di “roba nuova”. Non c’é da stupirsi: per chi é nato qui, Dubai rappresenta una sorta di riscatto, del mondo arabo intero. I nonni dei ventenni di oggi lottavano contro la fame e la sete. Tutto ciò che esisteva, ottanta anni fa, era un villaggio sulle rive del Creek con qualche oasi e qualche pozzo di acqua dolce. Quasi tutti appoggiano lo sceicco Mohamed Al Maktoum e alla maggior parte dei locals (come chiamano qui gli emiratini, meno del 20% della popolazione) non importa molto come sia stato possibile tutto questo e il lusso nel quale vivono. Sembra quasi un atto dovuto dopo la fatica e i volti arsi dal sole dei loro nonni. Ma tutto ha un prezzo: e a pagarlo, qui, sono le migliaia di uomini e donne che arrivano dal sud est asiatico per stipendi da 120 euro al mese. Sono loro che costruiscono i grattacieli sotto un sole implacabile, come schiavi, e sono loro che, come schiavi, servono le ricche famiglie emiratine.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta