Pellicole AppiccicoseHai paura del buio: l’immigrazione non è una banalità

Licenziata dalla sua fabbrica a Bucarest, la giovane Eva parte per l’Italia. A Melfi trova ospitalità a casa della coetanea Anna, operaia alla FIAT, che vive con i genitori e la nonna malata. Ci si...

Licenziata dalla sua fabbrica a Bucarest, la giovane Eva parte per l’Italia. A Melfi trova ospitalità a casa della coetanea Anna, operaia alla FIAT, che vive con i genitori e la nonna malata. Ci si aspetta che tra le due nasca un’amicizia, e invece nascono lunghissimi silenzi. Le loro strade restano vicine ma anche separate. Almeno esteriormente.

Hai paura del buio, esordio alla regia di un lungometraggio di finzione per Massimo Coppola, finora impegnato principalmente come autore TV alternativo, non ci travolge di originalità ma possiede un paio di meriti che lo distinguono dal cinema italiano più commerciabile (che peraltro non sempre vuol dire commerciale).

Il primo: Coppola prova davvero a usare illinguaggio cinematografico, senza lasciarsi contaminare dalla neutralità registica della fiction televisiva. Pur con qualche autocompiacimento, il suo incollare la camera ai personaggi (un’invasione di pori, nei, calzini spelacchiati, carne macinata dell’hamburger, peluria, foruncoli), periodicamente raffreddato da getti di brullo paesaggio urbano, contribuisce a comunicare qualcosa, senza lasciarne l’onere solo a eventi/parole (peraltro rari) e garantendo una dimensione visiva a quella che, nonostante tutto, rimane una forma d’espressione per immagini.

Il secondo: mentre i personaggi lungamente tacciono, ci chiediamo cosa stiano pensando anziché avere la sensazione che non stiano pensando proprio nulla. Non riusciamo a darci la risposta. Non lo sapremo mai, cosa pensano, ma anche questo sta nella parte riuscita del film, perché rielaborare senza pregiudizi il tema dell’immigrazione rumena in Italia non può che ripartire dalla domanda che (offuscati dalla bidimensionalità della cronaca) ci dimentichiamo di porci, al punto che la stessa protagonista deve attendere lunghi giorni perché qualcuno, il suo nuovo amante, gliela rivolga: “Perché sei venuta in Italia?”. “Finalmente – risponde lei – finalmente qualcuno me lo ha chiesto”. Ma di fatto, a sua volta, non risponde. E nemmeno il film si prende la responsabilità di fornirci la verità, nella consapevolezza di come sia impossibile verbalizzarla, nascosta dentro un’individualità e non scolpita nello stereotipo del vengono a rubare, ma nemmeno in quello opposto del vengono per le loro famiglie (o simili). Ciò che conta non sono tanto l’onestà della protagonista o l’accostamento dello scenario di Bucarest e quello di Melfi (entrambi desolati con le loro fabbriche in chiusura), piuttosto meccanici benché funzionali a chiarire che emigrare non è una decisione così ovvia, quanto la volontà di non semplificare, di ricordarsi che le scelte stanno dentro percorsi individuali nei quali forse è impossibile entrare ma che, come fa Coppola con la sua camera appiccicata ai personaggi, si possono almeno guardare da vicino. In alcuni casi, a fatica, persino sfiorare.

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