Pellicole AppiccicoseLe donne del sesto piano. E l’assistenzialismo.

Con quel titolo da sit-com, quell'estetica retrò, con quell'idea di storia all'apparenza ingenua Le donne del sesto piano non si presentava esattamente in modo, per così dire, pirotecnico. Eppure, ...

Con quel titolo da sit-com, quell’estetica retrò, con quell’idea di storia all’apparenza ingenua Le donne del sesto piano non si presentava esattamente in modo, per così dire, pirotecnico. Eppure, dopo cento minuti di lavorio cine-narrativo ostinato e costante, vince quasi alla chetichella la sua sfida con lo spettatore. Non solo perché il plot “banale” (alto-borghese mago della finanza, munito di moglie buona solo a prendere il tè con le amiche, flirta con la sua nuova domestica straniera) è trattato con attenzione alle sfumature e alle ambiguità dei sentimenti tale da sottrarlo miracolosamente allo stereotipo. Ma anche perché senza presunzione, con leggerezza bonaria ma intelligente, il film ci simmonistra una rappresentazione del rapporto-conflitto fra classi sociali (e del correlato tema dell’immigrazione) più attuale (meglio: più eterna) di molte opere narrative seriosamente dedicate all’argomento.

L’attenzione dell’autore, in particolare, colpisce al cuore le contraddizioni dell’assistenzialismo.

Dal confronto diretto, scomodo e penalizzante con la cronaca contemporanea, Le Guay si mette al riparo scegliendo in modo astuto il suo mondo narrativo: il paese ospitante è la Francia anni ‘60, le immigrate protagoniste sono spagnole in fuga dal regime franchista, ovvero altre occidentali. Cioè: si evita il pantano del conflitto fra civiltà radicalmente inteso, perché la questione è un’altra, più universale, ed è metaforicamente espressa nello sviluppo del rapporto tra il borghesissimo Jean-Louis e la domestica Maria.

Non è un caso che ad assumere la giovane spagnola non sia Jean-Louis stesso ma sua moglie Suzanne, che inaspettatamente sceglie una ragazza fresca e graziosa in un gruppo di candidate anzianotte, sciatte, sovrappeso. Come dire: tanto, tu non potrai mai costituire una tentazione per mio marito e una minaccia per il mio matrimonio. Si genera così, da subito, un cortocircuito tra la sincera gentilezza che Suzanne concederà alla sua domestica e quell’assenza di gelosia che tradisce lo strisciante, inconsapevole (e forse incolpevole) complesso di superiorità verso qualsiasi subordinata spagnola.

Poi c’è l’istinto di solidarietà che Jean-Louis sviluppa in modo altrettanto sincero verso Marie, e verso le sue colleghe-coinquiline, superando sua moglie nell’attitudine all’assistenzialismo di cui sopra. Quando paga l’idraulico per “risolvere” il water otturato dell’appartamento spagnolo, Jean-Louis è animato da sincera spinta alla solidarietà, dal sincero desiderio che l’altra classe sociale viva in condizioni dignitose. Eppure noi, e forse anche lui, non ci togliamo di testa il dubbio che inconsciamente agisca per smentire la donna che lo accusa di sfruttamento, o la stessa Maria che lo ha definito “un padrone come gli altri”. E qui, inevitabilmente, ci si impone una similitudine con (quasi) tutte le forme contemporanee di assistenzialismo (o carità) di una classe sociale all’altra, di un paese all’altro, di una civiltà all’altra.

Sincera è la benevolenza di Jean-Louis nei confronti di Maria, sincero il desiderio di rispettarne la persona. Sincero nel senso che lui stesso è convinto che sia sincero. Eppure scena dopo scena, sequenza dopo sequenza, non possiamo reprimere la convinzione automatica che in fondo, senza ammetterlo neppure a se stesso, lui Maria voglia farsela. Lo capiamo definitivamente noi, e forse anche Jean-Louis, quando perdendo controllo di sé la spia brevemente mentre fa la doccia. Ma lo sapevamo già prima. E alla fine, inevitabilmente, Jean-Louis se la fa. Non è colpa dell’uomo, è l’istinto, ma di nuovo siamo travolti dalla similitudine di cui sopra.

Quello che non era del tutto prevedibile, forse, è che poi Jean-Louis, di Maria, si innamora. Non si invaghisce, ma si innamora proprio, perché la scopre superiore a sé. Il gioco comincia a comandarlo lei, a discapito di qualunque abisso di facoltà economiche, e lo schiavo diventa lui. Non può più usare i soldi, stavolta deve sul serio capirla e rispettarla, e ci mette tre anni per guadagnarsi almeno uno sguardo sincero da parte della sua ex-domestica. Alla fine ci riesce, sì, ma d’ora in poi sarà lui il servo, a tutti gli effetti. E qui il confronto con le forme contemporanee di assistenzialismo di una classe sociale all’altra, un paese all’altro, una civiltà all’altra, assume le sembianze più perturbanti. Forse, sembianze profetiche.