Quello che non c’èQuello che non c’è: il marciapiedi.

Quello che non c'è, a Milano, è il marciapiedi. Questa parola obsoleta, nelle sue due varianti più e meno comuni con e o i finale, a dar attenzione alla pluralità dei piedi o alla singolarità del l...

Quello che non c’è, a Milano, è il marciapiedi. Questa parola obsoleta, nelle sue due varianti più e meno comuni con e o i finale, a dar attenzione alla pluralità dei piedi o alla singolarità del laterizio, potrebbe dunque essere abolita, a favore di una risoluzione dei malintesi, dai vocabolari meneghini.

In via Roggia Scagna potreste ribattezzarlo cesso per cani: gli inquilini sgusciano dal portone con disinvoltura, lasciano espletare le urgenze fisiologiche del proprio cucciolo esattamente davanti all’ingresso della propria abitazione, dunque si eclissano, fulmineamente, di nuovo all’interno.

In via Georges Sand, sarebbe più corretto appellarlo scolo d’acque sporche: i pescivendoli del mercato del mercoledì lasciano a stagnare l’acqua putrescente del proprio articolo di vendita, acqua fetente contro cui nulla possono i getti idratanti dei netturbini, il fetore scompare al tramonto del martedì successivo…

Ma lungo la stessa via, il marciapiedi dovrebbe di nuovo mutar nome, e divenire vespasiano: le combriccole di tifosi da televisore al bar, impregnate di birra, la rovesciano tramite minzione all’ombra delle fronde degli alberi delle scuole elementari, sull’asfalto, mefitiche esalazioni vaporizzate dal sole possono tramortire gli ignari passanti.

Sul tratto della circonvallazione esterna che da Maciachini va verso la Stazione Centrale, sarebbe meglio riferirsi al marciapiedi in qualità di parcheggio auto; e su via Durando di posteggio motocicli.

E su via Eustachi e via Jenner forse si son confusi, ma ci han costruito delle baracchette definite dehors dove le persone possono mangiare e bere a stretto e rassicurante contatto coi miasmi dell’urbe.

I ciclisti meno imprudenti i marciapiedi li scambiano spesso per piste ciclabili: e dalla condizione di alcuni, forse sono piste ciclabili a ostacoli per mountain bike.

Davanti alla Stazione Centrale qualcuno è costretto a chiamare il marciapiedi camera da letto; su corso Buenos Aires qualcuno lo reputa un negozietto.

In via Paravia il marciapiedi è stato confuso per la discarica, e qualche appassionato di cianfrusaglie comunque non se ne dispiace.

Davanti a casa dei miei il marciapiedi neppure c’è, e di fronte c’è uno sterrato che può vantare contemporaneamente almeno cinque delle funzioni precedenti.

Parecchi pessimi poeti han pensato fosse una lavagna per dichiarare il proprio amore ad alcune avvedute amate che han pensato bene di non ricambiare.

Quello che non c’è quando si parla di marciapiedi, a parte il dilemma se finisca in e o in i, è semplicemente il termine giusto. Per rendere evidente quanto deleterio possa risultare ai fini del vivere sociale l’uso improprio della terminologia, immaginate che accadrebbe nominando carta igienica la grattugia, supposta la frusta per montare la panna, deodorante l’urticante al peperoncino, pillola contraccetiva il confetto Falqui, water closet il salvadanaio che sta sulla scrivania, civiltà questa cosa qua in cui possiamo vantare di vivere…

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