Pellicole AppiccicoseACAB, il punto di vista dei poliziotti bastardi

Nella prima scena dopo i titoli di testa già si rivela l’escamotage narrativo di A.C.A.B - Alla Cops Are Bastards, titolo che pare fatto apposta per essere rinnegato, perché “no, che diamine, mica ...

Nella prima scena dopo i titoli di testa già si rivela l’escamotage narrativo di A.C.A.B – Alla Cops Are Bastards, titolo che pare fatto apposta per essere rinnegato, perché “no, che diamine, mica tutti i poliziotti sono bastardi”.

L’orda dei manifestanti, che non si capisce manco cosa dicano e sono così sbadati da mischiare le bandiere della pace con quelle della CGIL, pressano il cordone dei celerini, che invece vediamo bene, uno ad uno, nei loro primi piani intensi, perché sono gli attori protagonisti, Pierfrancesco Favino e gli altri. E li vediamo come persone, a differenza di quegli altri.

I rivoltosi spingono ma solo a parole, non alzano le mani, così come non le alzano i poliziotti, in quello che sembra più un gioco delle parti che uno scontro western. Poi uno dei manifestanti fa qualcosa: sputa sulla divisa di un celerino, e quello di risposta sguaina il manganello, perché non è stato picchiato ma, si sa, nulla è più bastardo di uno sputo. Parte la carica, e le manganellate gratuite degli agenti vanno ben oltre la necessità.

Si potrebbe dire: all cops are bastards, appunto, ma è probabile che in quel momento, buona parte degli spettatori abbia già, se non giustificato, almeno capito l’uso del manganello. Perché lo sputo è la cosa più schifosa del mondo, e perché da una parte ci stavano gli attori, le persone, e dall’altra la massa.

Nessun protocollo della polizia legittima il manganello come risposta alla saliva, che non è letale salvo che venga da un toporagno, però, in preda all’istinto, si può pensare: come fa a non reagire, l’uomo che sta sotto la divisa?

L’uomo, appunto: subito dopo, parte la carrellata di scene dedicate alla vita privata dei poliziotti protagonisti, straziati dalle solite vicissitudini familiari, padri che non possono vedere la figlioletta o figli che lottano per dare un tetto all’anziana madre, la cui futura abitazione è occupata dagli extracomunitari.

È proprio questo il punto: d’accordo, non c’è clemenza nella messa in scena dei violenti abusi di potere degli agenti, ma il film, in quanto architettura narrativa, trasforma quegli agenti in persone con il loro fardello di passato, ingiustizie e sfortune, senza fare altrettanto con i destinatari delle loro manganellate. E gli altri? Gli extracomunitari, i manifestanti, i tifosi? Nel loro passato non si indaga, di loro si vedono solo i gesti inconsulti, compiuti come massa, indistinta, branco.

Dove finirà mai l’empatia? Dalla parte del punto di vista, come sempre, perché se possiamo stare con i gangster di Quei bravi ragazzi, semplicemente perché èloro il punto di vista narrativo assunto dal film, potremo pur empatizzare per i poliziotti che si beccano pure gli sputi mentre fanno il loro dovere.

È tutto legittimo, certo, ma l’eventuale spirito di denuncia del film annega inesorabilmente nella nostra attitudine a parteggiare per il protagonista.