Cazza la randaDei cantori del disastro ne abbiamo piene le tasche

Dei numerosissimi cantori, interessati, del declino economico italiano ne abbiamo sinceramente piene le tasche. Da anni, da quando è cominciata questa stramaledetta crisi, ogni santo giorno leggiam...

Dei numerosissimi cantori, interessati, del declino economico italiano ne abbiamo sinceramente piene le tasche. Da anni, da quando è cominciata questa stramaledetta crisi, ogni santo giorno leggiamo, ascoltiamo, vediamo narrazioni sul baratro nel quale l’Italia sarebbe ormai finita.

E, in un circolo viziosissimo alimentato da una concorrenza imbecille per vendere qualche copia in più, aumentare lo share d’ascolto, ottenere un numero maggiore di click, assistiamo ad una gara a presentare il quadro più penoso. Dimenticando che il Nord Est, l’Emilia, la Lombardia, ossia alcuni di quei gran pezzi del motore economico italiano, non sono solo fallimenti, chiusure, licenziamenti. La faccia della crisi di cui non si sente mai parlare è quella di chi, pur lottando come non ha mai fatto, ce la sta facendo. Non solo a rimanere in piedi, ma addirittura a crescere.

Se sono migliaia le piccole e piccolissime imprese che chiudono – più per deficit strutturali e culturali che a causa della crisi che ha funto da acceleratore del declino –, ci sono migliaia di aziende che la crisi l’hanno affrontata a viso aperto e la stanno vincendo. Mettendoci del proprio, come si suol dire. Non solo soldi, investimenti, idee. Ma soprattutto cuore e speranza. Sono queste le uniche armi in possesso della nostra imprenditoria, che non vuole arrendersi alla crisi. Ma che, da tempo – da ben prima che la crisi dispiegasse i suoi effetti virulenti sull’economia, ma aprisse anche nuove opportunità – si è arresa di fronte ad una classe politica cialtrona e stracciona. Buona solo a pontificare con frasi fatte dalle colonne dei giornali o dal palco di qualche convegno. Buona, appunto, ad alimentare il fiume del pessimismo, sfruttandolo strumentalmente per dar vita a nuovi ed inutili soggetti politici o per tentare di spostare di qualche mese il tramonto definitivo della propria creatura politica.

Ed allora ignorare, troppo spesso in mala fede, che esiste un mondo produttivo e del lavoro, incazzato nero ma non rassegnato e più vivo che mai, significa innanzitutto fare un cattivo servizio al paese. Che ha proprio bisogno di sapere, nel mare di sfiga raccontato ogni giorno, dell’esistenza di esempi buoni, positivi, incarnati da imprenditori e lavoratori seri, rigorosi. Che guardano al futuro, puntano in alto e disprezzano lo sport nazionale di ammirarsi l’ombelico!

Sono quelle esperienza produttive ed umane, che Linkiesta sta provando a raccontare da quando è nata. Nella consapevolezza che il futuro non si costruisce ingrassando giorno dopo giorno il piagnisteo collettivo a cui sembrano vocati un po’ tutti, ma provando almeno a trovare un modo diverso e non autolesionista di narrare il Paese.

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