’O pernacchioPoggioreale: l’Inferno confinato in quattro mura

Non ricordo precisamente che giorno fosse. So solo che era mattina presto, forse le 7 e mezza, e che stavo andando a Piazza Garibaldi, la Stazione Centrale, per prendere un treno per Roma. Dopo la ...

Non ricordo precisamente che giorno fosse. So solo che era mattina presto, forse le 7 e mezza, e che stavo andando a Piazza Garibaldi, la Stazione Centrale, per prendere un treno per Roma. Dopo la tangenziale e il sottopassaggio, il C40 – perché sì, ci andai in pullman – svoltò per Poggioreale: un quartiere grande quanto la capocchia di uno spillo, ma pieno – pieno anche oltre l’orlo – di persone.

Ti accorgi che sei a Poggioreale perché passi davanti al carcere: a questa struttura enorme, quadrata, spoglia e grigia. Ci sono telecamere ad ogni angolo e dopo l’ennesima curva ti ritrovi davanti all’ingresso. Erano le 7 e mezza, e c’era già la fila. Come fuori dal Duomo il giorno di San Gennaro. Le reti non bastavano a contenere le persone: ce ne erano ovunque, fino al semaforo e al marciapiede di fronte. E tutti stavano lì in silenzio, alcuni con la testa bassa, altri ad occhi chiusi.

Nessuno diceva niente, proprio come se stessero pregando. In mezzo a questa folla di persone una signora – tarchiata, vestita semplicemente, capelli tirati all’indietro e viso gonfio di sonno – attirò la mia attenzione. Non fece niente di eccezionale, ma mi colpì la sua naturalezza: passò davanti alle guardie salutandole, un cenno, un mezzo sorriso; poi si spogliò di quello che dovevano controllare. Si era preparata: per questo non aveva altro con sé che non fosse la borsa, piccola e maneggevole. E come lei, tante altre signore, tante altre mamme e nonne e sorelle. In fila fuori al carcere, un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi: faceva caldo, mi ricordo. E per un momento ho pensato a come dovessero sentirsi i carcerati oltre quelle mura.

2800 persone in una struttura che ne può ospitare 1600: sono questi i numeri di Poggioreale, i numeri che fanno sgranare gli occhi e che, a leggerli, si fatica veramente a crederci. Non è un carcere, ma una stiva di una nave, un treno merci che stride dalla fatica ad ogni metro che fa; un formicaio costretto in un buco eppure affollatissimo. I casi di violenza – leggevo su Lettera43 in un articolo di Francesca Saccenti – sono all’ordine del giorno. C’è chi prova a suicidarsi, chi proprio non ce la fa di condividere una stanza di pochi metri quadri con altre persone per mesi interi. C’è chi, sbirciando tra le sbarre, non vede il mondo, ma un altro carcere in cui presto finirà. Non c’è una politica per il sociale a Poggioreale: ai detenuti non viene insegnato niente, né un lavoro, né – magari – a leggere.

Il tempo deve passare sempre uguale tra quelle quattro mura di cemento: la routine quotidiana diventa l’assassina di centinaia e centinaia di uomini; nelle celle si restringono paesi, città e mondi interi. Passa la voglia di parlare e passa l’appetito. Si dimagrisce. Si diventa scheletri viventi, occhi fuori dalle orbite e guance scavate. La camorra, la famiglia, la giustizia sono cose surreali in un buco come Poggioreale che più che un carcere pare un Inferno. Un Inferno fuori al quale la gente, ogni giorno, quand’è orario di visita, si mette ed aspetta in fila. Non sarà la messa della Domenica, ma scommetto che la preghiera che tutti, quelli dentro e quelli fuori, fanno è la stessa. «Dio – dicono – fa che questo finisca. Fa che finisca presto.»

Twitter: @jan_novantuno

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