’O pernacchio«E in caso non dovessimo rivederci: buon pomeriggio, buona sera, buonanotte» e buon anno!

Ammazza più chi augura buon anno che l'infarto. Non lo sapevate? Tra aspettative deluse, aspettative rinnovate e aspettative che di aspettative hanno ben poco, c'è veramente chi ci mette il pensier...

Ammazza più chi augura buon anno che l’infarto. Non lo sapevate? Tra aspettative deluse, aspettative rinnovate e aspettative che di aspettative hanno ben poco, c’è veramente chi ci mette il pensiero e nelle cose finisce per crederci. Così, ad occhi chiusi. Un po’ come fanno i bambini – certi bambini – la notte di Natale: il Babbo che verrà e i regali che porterà, pure se a sganciare sono mamma e papà.

Il 2014 comincia tra Napolitano che cita la Terra dei Fuochi, Grillo che non sa usare nemmeno un iPhone per farsi il video sul blog (ma la rete non era la sua casa?) e le solite storie: abbracci, sorrisi, pacche, «andrà meglio» e «sicuramente non andrà peggio». Non del 2013, che c’ha portato (via?) soldi ed energie.

Pigliate Napoli per esempio: s’è tornato a parlare della Campania (in)felix e della monnezza sotterrata; di Schiavone che, grazie a Santoro e a giornalisti vari, è diventato profeta, signore e padrone di una scena di cui è – senza mezzi termini – il più grande colpevole. La Città della Scienza che è bruciata, il fuggi-fuggi generale, le proteste, le polemiche, le tasse che aumentano e i servizi che peggiorano (in primis: spazzatura e mobilità). A Napoli pure il capodanno è stato un flop (si può dire flop? O c’è rischio di denuncia?): niente concertone, solo discoteche all’aperto. Per i più giovani. Ai più vecchi la fortuna di vedersi/sorbirsi Carlo Conti pure l’ultimo dell’anno. Con uno show che di «servizio pubblico» ha avuto poco e niente.

E quindi ecco: punto e a capo. Come quando finisci di battere a macchina un periodo e devi tornare indietro. «Per ricominciare», ti dici «e ricominciare meglio». Abbracciamoci la croce piuttosto. Che le cose vecchie non sono state buttate dalla finestra; sono rimaste lì dove le avevamo lasciate: a sputare sentenze, consigliare e ad atticchire. A mettersi mutande e mutandoni rosse, «per buon augurio». A sparare botti e botticelle, alla faccia di chi gli vuole male. «Finito un anno, se ne fa un altro»: diranno gli stoici. Ma quello, il problema, non è l’anno, i 365 giorni da affrontare e vivere; sono le persone.

Auguri? Sì, auguri: e nel «caso non dovessimo rivederci: buon pomeriggio, buona sera e buonanotte!» Tanto per.

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