’O pernacchioLa goccia che ha fatto traboccare la tazzina (di caffè)

  Tra crisi che non la smette di mietere le sue vittime, F35 che vanno venduti (e quindi comprati) a tutti i costi e Obama in visita al Vaticano e da  Renzi, la notizia più sconvolgente della set...

Tra crisi che non la smette di mietere le sue vittime, F35 che vanno venduti (e quindi comprati) a tutti i costi e Obama in visita al Vaticano e da  Renzi, la notizia più sconvolgente della settimana è stata, senza ombra di dubbio, quella del degustatore triestino che ha detto che il caffè di Napoli fa schifo. Dico fa perché è una cosa recente e perché il tipo ne è convintissimo. Ha fatto una media tra nove tazzine e ha tirato le sue somme. E che somme! È andato da Gambrinus e gli ha detto che fare il caffè non è cosa sua, e la stessa cosa l’ha fatta in altri otto posti, dimenticandosi forse che le cose migliori si fanno dove il grande pubblico non va nemmeno. Ma sorvoliamo. Molti hanno urlato allo scandalo e certi volevano proprio andarlo a trovare questo signore per capire che cosa ci fosse di sbagliato nel caffè di Napoli. Forse, azzardo, proprio il fatto che sia di Napoli. E a certa gente, di questi tempi, viene il mal di pancia solo a sentirla nominare Napoli (figurarsi se poi devono anche pigliarsi 9 caffè caldi che lo sappiamo tutti: sciolgono le viscere che è un piacere).

Ai gusti del singolo, che non so assolutamente che canoni abbia utilizzato per fare le sue indagini, non si possono opporre né prove e nemmeno testimonianze. Perché una cosa o ti piace o non ti piace: il fatto è piuttosto semplice. Però un po’ la faccenda fa sorridere. Mi spiego: prima ci è stato recriminato d’essere fetenti e criminali, poi – avendo scoperto che di tutta l’erba non si può fare un fascio – è stato il turno dell’agricoltura, non buona per via della monnezza che si cela (celava? Celerebbe?) sotto terra. E quindi in ginocchio l’economia, l’agricoltura, famiglie distrutte e famiglie rovinate. Ma tanto, a quanto pare, non è bastato. Viene Report che fa una di quelle Inchieste che ti cambiano la vita (“il caffè a Napoli fa schifo”, mi pare abbia intitolato) e anche il signore dell’associazione Europea di intenditori di caffè (molta gente del nord, che il caffè lo fa acquoso, e poca gente del sud, che il caffè lo fa… lo fa diverso). 

Ora io, per non pensarci o forse per pensarci in modo diverso, sto ascoltando da giorni – almeno una volta al giorno, dopo pranzo o appena svegliato – la canzone di Pino Daniele: «’na tazzulella di caffè». Che se pure vecchia di qualche anno/decennio, coglie ancora nel pieno la questione. «’na tazzulella ‘e cafè e mai niente ci fann sapè / nuje c puzzamm ‘e famm ‘o sann tutt quann, e invece e c aiutà c’abboff’n ‘e cafè». Una tazzina di caffè e non ci fanno mai sapere niente. Noi moriamo di fame, lo sanno tutti quanti, e invece di aiutarci ci riempiono di caffè. Per la serie: ci sono altri dieci, cento, mille problemi e questi si concentrano – stavolta letteralmente – sul caffè. Che a qualcuno piace e a qualcun altro non piace, come è successo qualche anno fa con la pizza, che dicevano fosse migliore a Verona (mi pare, ora non ricordo. Assegnazioni del Gambero Rosso). C’è questa tendenza nell’essere umano: questa costante intenzione di mettere KO, ridurre in miseria e in ginocchio il proprio avversario/antagonista/nemico/concorrente senza mai volersi fermare. A Napoli non ci sta niente? Ottimo: gli dobbiamo togliere pure quel poco che ha ancora. E non è vittimismo, veramente. A me, come ad altre centinaia di migliaia di napoletani, non frega proprio niente di questa storia del caffè: so che altrove non lo berrei tanto volentieri; so che come lo facciamo qua mi piace, e Report, onestamente, non lo guardo.

Però sembra veramente che si dica al morente che ha i capelli fuori posto; all’automobilista con la macchina senza ruote che ha i vetri sporchi. Al bambino senza scarpe che si deve abbottonare bene perché fa freddo. Specchietto per le allodole, caffè per triestini, miseria e nobilità, pazziamm ‘e ririmm e come al solito, storia trita e ritrita, chi soffre – chi ci perde – siamo noi. Noi solamente. Quelli che dicono, provano a fare, restano soli e rimangono fottuti: da amici, parenti, nemici e manco conoscenti. Io provo a non pensarci – ecco, l’ho detto. È l’unica cosa da fare, certe volte. E mi riguardo questo video – dopo aver riascoltato Pino Daniele, almeno una volta a giorno – di De Filippo che spiega al professore come si fa veramente il caffè. E che è una cosa personale, intima, e che non tutti lo fanno alla stessa maniera. E che quindi non a tutti può piacere.

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