(Es)cogito, ergo sumAddio a Gillo Dorfles, 107 anni di voglia di vivere

Esiste una malinconia fisiologica che ci abita ogni volta che muore qualcuno che credevamo immortale. Gillo Dorfles, artista e pensatore morto oggi a 107 anni, era divenuto nel tempo l’esemplare di...

Esiste una malinconia fisiologica che ci abita ogni volta che muore qualcuno che credevamo immortale. Gillo Dorfles, artista e pensatore morto oggi a 107 anni, era divenuto nel tempo l’esemplare di un umanesimo culturale resistente e sublime, e perciò stesso eterno. Nato nel 1910 a Trieste ha vissuto intensamente molte vite in una case piene di libri e di opere d’arte, non perdendo mai la curiosità nei confronti del mondo.

E’ stato un artista eclettico ma rigoroso, un filosofo che non ha mai smesso di interrogare il suo pensiero e quello di chi lo aveva preceduto, un abile musicista e un testimone unico di un secolo di storia. Laureatosi in medicina e specializzatosi in psichiatria è stato uno dei primi italiani a interessarsi alla psicanalisi con curiosità e spirito da entomologo. Ha frequentato Italo Svevo e Umberto Saba; ha scoperto, come lui stesso amava ricordare, “Kafka e Strindberg prima degli italiani”.

Negli ultimi anni il suo volto stesso era diventato un’opera d’arte, solcato da rughe profonde un secolo e da uno sguardo che non ha mai smesso di essere indagatore. Solo pochi mesi fa era stata inaugurata alla Triennale di Milano una sua mostra e aveva altri progetti tutti ancora da realizzare. Amava dire la verità senza nascondersi dietro ai paraventi dell’ipocrisia, strizzando l’occhio alle convenienze del momento. “Detesto la critica che non sa parlar male di nessuno, me compreso“- diceva. Amava dire chiaramente da che parte stava, cosa gli piaceva e cosa no. Antifascista dichiarato, non aveva peli sulla lingua quando affermava: “Odio le femministe, i cascami del Sessantotto,la Body Art, le orrende periferie italiane”.

Sono tanti i lasciti di Gillo Dorfles che dovremo custodire: la sua concezione del “kitsch”, a cui ha donato una insperata dignità artistica, lo sdoganamento del concetto che il bello non dipenda dall’opera in sé, ma dal gusto di chi lo guarda e un’ineffabile voglia di conoscere.

La sua curiosità gli ha regalato una vitalità che gli ha permesso di vivere tanto a lungo, senza la smania di apparire, pur essendo innegabilmente un esteta. Quella che egli stesso definì “un’intima autoprivacy, che mi impedisce di raccontare i fatti miei al prossimo”, lo ha tenuto lontano da frivolezze e mondanità.

Se ne è andato così, all’improvviso, lasciando un’impronta che sarà difficile poter ricalcare.

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