Avenida BrasilBolsonaro, Lula e la terza via: in Brasile è iniziata la campagna elettorale

Il candidato che i sondaggi danno vincente in tutti gli scenari è ancora lui, Luiz Inacio Lula da Silva. L'ex sindacalista e storico leader del Partido dos Trabalhadores solo a inizio anno ha visto finalmente l'epilogo dell'incredibile vicenda giudiziaria che lo ha portato in carcere per ben 580 giorni, da aprile 2018 a novembre 2019.

 

Il primo turno delle elezioni presidenziali che designeranno l’inquilino del Palacio do Planalto per il quadriennio che inizia il 1° gennaio 2023 è fissato per domenica 2 ottobre 2022, da qui a undici mesi, ma in Brasile la campagna elettorale è in corso da tempo.

L’ex presidente Lula è favorito in tutti gli scenari

Il candidato che i sondaggi danno vincente in tutti gli scenari è ancora lui, Luiz Inacio Lula da Silva. L’ex sindacalista e storico leader del Partido dos Trabalhadores solo a inizio anno ha visto finalmente l’epilogo dell’incredibile vicenda giudiziaria che lo ha portato in carcere per ben 580 giorni, da aprile 2018 a novembre 2019.

Le pesantissime condanne per corruzione dell’ex presidente (in carica per due mandati dal 2002 al 2010) sono state infatti tutte annullate nel marzo scorso dal Supremo Tribunal Federal. La Corte Suprema ha riconosciuto la parzialità del giudice che lo aveva condannato, Sergio Moro, non a caso diventato subito dopo la fine di quei processi super ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza di Jair Bolsonaro, la cui strada alla presidenza aveva appunto spianato eliminando dalla disputa nel 2018 il principale candidato della sinistra, anche allora in testa a tutti i sondaggi.

L’estrema destra punta ancora su Bolsonaro …

Bolsonaro è candidato alla rielezione, nonostante i pessimi risultati della sua gestione. La pervicacia del suo negazionismo ha portato il Brasile ai primi posti della triste classifica dei paesi con il maggior numero di vittime Covid per milione di abitanti (con poco più del 2% della popolazione mondiale, il paese verdeoro ha il oltre il 12% dei morti a livello globale). Recessione e inflazione hanno messo alle corde quei ceti popolari che nelle immense periferie brasiliane in anni recenti erano approdati a un precario benessere. La politica ambientale di Bolsonaro continua a infliggere gravi danni alla foresta amazzonica (è di pochi giorni fa la divulgazione degli ultimi dati INPE, il tasso di disboscamento è ai massimi dal 2005). Il fatto davvero drammatico, si calcola che nelle favelas e nei villaggi sparsi nell’immenso subcontinente ben 19 milioni di persone siano tornate a lottare contro lo spettro della fame.

Ma neanche queste evidenze impietose, nemmeno un posizionamento politico che fa di Bolsonaro – ora che è uscito di scena il suo modello Trump – un paria a livello internazionale, hanno scalfito finora la fedeltà del suo zoccolo duro, che continua a garantirgli tra il 20 e il 30% di consensi.

… ma Sergio Moro potrebbe rubargli la scena

Potrebbe fargli ombra, quale alfiere della destra più estrema, proprio Sergio Moro. Abbandonato il governo Bolsonaro in aperta polemica con il presidente ad aprile 2020, bollato dalla Corte Suprema come “giudice parziale”, nelle settimane scorse Moro ha annunciato il suo ingresso in politica con l’iscrizione a Podemos, uno dei tanti partiti brasiliani senza altra piattaforma ideologica che non sia l’occupazione del potere. I brasiliani negli ultimi anni hanno potuto leggere grazie a un hacker (ne abbiamo parlato qui) le chat che documentavano i suoi contatti illeciti con i procuratori, di cui risultava essere il vero capo, con buona pace del dovere di imparzialità e terzietà tra accusa e difesa di ogni giudice. Ciononostante, non ha esitato a presentarsi ancora una volta come campione della questione morale, a riprova che a ogni latitudine giustizialismo e populismo altro non sono che due facce della stessa medaglia.

Continuano le difficoltà della destra moderata, alla ricerca di un candidato che la riporti al secondo turno

In grave difficoltà appare per contro la destra moderata, i cui esponenti dopo le elezioni del 2014 furono i primi ispiratori del golpe travestito da impeachment che ad agosto 2016 pose fine al governo di Dilma Rousseff, la delfina di Lula, e con esso ai 14 anni di presa sul potere del Partido dos Trabalhadores. Il PSDB, Partido da Social Democracia Brasileira, (ad onta del nome da sempre collocato a destra, a conferma del fatto che guardare al Brasile con le lenti di casa propria è spesso foriero di incresciosi equivoci) dal ritorno alla democrazia al 2014 è stato protagonista del bipolarismo alla brasiliana. Sempre al ballottaggio tra il 1994 e il 2014, prevalendo con Fernando Henrique Cardoso nel 1994 e nel 1998.

Ma negli ultimi anni è stato il grande sconfitto dell’ondata di antipolitica scatenata dai suoi leader, impazienti di trovare una scorciatoia per tornare al potere dopo la quarta sconfitta consecutiva. Nel 2018 il suo candidato, Geraldo Alckmin, a lungo governatore dello stato di San Paolo, onorevole secondo dietro Lula nel 2006, fu semplicemente spazzato via al primo turno, quarto con un misero 5% dei suffragi, a testimonianza del fatto che anche ai Tropici una volta che si scoperchia il vaso di Pandora del populismo tutto può accadere.

Così, domenica scorsa le primarie che avrebbero dovuto scegliere il candidato “tucano” (questo il simbolo del PSDB) tra João Doria Jr., governatore di San Paolo, e il suo omologo del Rio Grande do Sul, l’emergente Eduardo Leite, sono finite in farsa. Il voto online è stato sospeso dopo poche ore, a causa di un malfunzionamento dell’app su cui stavano votando i militanti. Triste epilogo per il tentativo delle classi dominanti, Rede Globo in testa, a sorpresa spodestate da Bolsonaro nel 2018, di riprendere il controllo del gioco.

Non decolla la “terceira via”

A questo fine, non avevano esitato a tentare lo spariglio puntando sul trentacinquenne Eduardo Leite, che proprio dagli schermi dell’emittente pochi mesi prima aveva fatto coming out dichiarando la propria omosessualità, un fatto inusitato in un paese machista come il Brasile. E che ovviamente gli aveva imposto, come passo immediatamente successivo, di giustificare il suo appoggio nel 2018 a Jair Bolsonaro, che non ha mai fatto mistero della sua omofobia, spesso peraltro sbandierata in modo greve e corrivo in una triste aneddotica di cui sono piene le cronache degli ultimi anni.

Insomma, non sembra decollare quella “terceira via”, invocata da tanti commentatori come necessaria alternativa tra due candidati dipinti come radicali. Una definizione peraltro certo calzante per Bolsonaro, ma forzata rispetto al pragmatismo e alle capacità di mediazione di cui Lula ha dato ampia prova durante i suoi governi.

Ciro Gomes, l’eterno candidato della sinistra liberal

Completa il quadro degli aspiranti al secondo turno Ciro Gomes, anche lui veterano della politica brasiliana: aveva già tentato la strada del Planalto nel 1998, nel 2002 e nel 2018, quando arrivò terzo, nel mezzo una lunga carriera da parlamentare, il governatorato del popoloso stato nordestino del Cearà e l’incarico di ministro dell’Integrazione Nazionale nel primo governo Lula. Esponente della sinistra liberal del Partido Trabalhista Democratico, per ragioni tattiche si è spesso distinto per la virulenza dei suoi attacchi a Lula, anche quando l’ex sindacalista conosceva l’onta del carcere, il che però gli ha alienato le simpatie di parte della sinistra senza fargli guadagnare spazio al centro, secondo quanto dicono gli ultimi sondaggi.

Nei prossimi 11 mesi tutto può succedere, perché “o Brasil não é para amadores”

Questa la situazione, a 11 mesi dall’apertura delle urne. Il favorito Lula è reduce da un viaggio trionfale in Europa, che lo ha rimesso al centro della scena anche in patria: un fatto di per sé eloquente, dopo anni di ostracismo dei media, salvo quando era il momento di rilanciare le accuse di corruzione con la massiccia campagna di stampa funzionale all’operazione di “character assassination” indispensabile a far digerire all’opinione pubblica il carcere per un uomo che aveva lasciato la presidenza a fine 2010 con un gradimento record.

Anche per media schierati come quelli brasiliani, da sempre al servizio di un pugno di magnati suoi avversari dichiarati, è stato impossibile ignorare l’accoglienza del vecchio continente all’anziano leader. Dal Parlamento Europeo, che gli ha tributato una standing ovation, alla reception da capo di stato offertagli da Macron all’Eliseo, al delirio degli studenti di Sciences Po, sempre a Parigi. Ma l’anno prossimo, tra il primo e il secondo turno, l’ex presidente compirà 77 anni, soprattutto questa è la sua sesta campagna presidenziale (sconfitto nel 1989, 1994, 1998, vittorioso nel 2002 e nel 2006), la settima se contiamo quella che nel 2018 gli fu ingiustamente preclusa dalle condanne poi annullate di Moro.

La disperata ricerca di una guida e di una visione per il terzo millennio, da parte di una classe media fiaccata da anni di incertezza e crisi economica, tra un anno potrebbe parlare più forte dell’affetto per Lula. Un leader dal carisma indiscutibile, pragmatico e testato, ma la cui indiscussa capacità di navigare come nessuno tra le insidie della politica brasiliana emerse già alla fine degli anni 70 del secolo scorso. Lula si impose infatti sulla scena nazionale come protagonista delle lotte contro una agonizzante dittatura militare, condotte da leader del Sindicato dos Metalurgicos do ABC Paulista, nella cintura industriale alle porte di San Paolo. Chi vivrà vedrà, perché mai come in questo frangente si può apprezzare quanto fosse azzeccata la constatazione di quel genio della musica brasiliana che rispondeva al nome di Tom Jobim, “o Brasil não é para amadores”, il Brasile non è cosa da principianti.

(la foto è di Ricardo Stuckert)