Elisa Serafini
Blog di una liberale
5 Settembre Set 2015 0848 05 settembre 2015

Sono gli Home Restaurant l'ultima frontiera della Sharing Economy


Una cena organizzata da un Home Chef del sito Gnammo.
E’ nata una nuova stella nel firmamento della Sharing Economy - ovvero il fenomeno commerciale (e sociale) che ha portato al successo società come Airbnb (condivisione di case e stanze), Uber e BlaBlaCar (condivisione di passaggi) ed è stato motore di progetti ancora più particolari, come la condivisione di barche a vela, biciclette, vestiti. 

La nuova stella si chiama “Social Eating”, fenomeno nato in Europa e largamente diffusosi, ormai anche in Italia, e rappresenta la declinazione “alimentare” della condivisione di servizi e prodotti. Nel Social Eating, il prodotto di condivisione è il pasto. 

I siti di Social Eating permettono infatti di far incontrare “cuochi” amatoriali, e aspiranti commensali. Il principio è semplice: esistono persone che adorano cucinare, e persone che non lo amano affatto, che non hanno tempo di farlo e che non possono permettersi una visita quotidiana al ristorante sotto casa. Da questo l’idea:  perché non dividere la spesa (sfruttando una piccola economia di scala) e soprattutto la compagnia con chi condivide gli stessi gusti? 
Il Social EATING è esattamente questo: una galassia di siti e app che diventano piattaforme di scambio e condivisione di pranzi, cene e persino colazioni. Pigrissimi single, coppie affamate e curiosi viaggiatori possono consultare decine di “offerte” di pasti, tutti rigorosamente “home made”. Da Martina che cucina legumi e verdure, e offre una pausa pranzo completa €15, alla coppia di architetti che ha viaggiato il mondo e propone cene a tema internazionale nel proprio loft. 

Sono 90.000 gli utenti dell'italiano Gnammo, ma le piattaforme sono tantissime: da Eatwith, fondato in Israele al francese VizEat. Un trend in crescita che si inserisce perfettamente nel contesto di sviluppo delle nuove economie. Ma ogni successo ha per natura i propri nemici, che in Italia rispondono al nome di “associazioni di categoria”. 

Non esistendo una normativa che regolamenti il servizio, la denuncia delle categorie è che il social EATING possa inserirsi in un contesto di concorrenza “sleale”. Come per gli altri servizi, sembra trattarsi però di prestazioni occasionali e non professionali.

Come l’autista di UberPOP non conoscerà tutte le strade della città a memoria, trattandosi appunto, di un professionista “occasionale”, allo stesso modo il consumatore degli home restaurant probabilmente non si aspetterà un servizio "stellato". Quello che sembra muovere milioni di persone a richiedere servizi della sharing economy sembra essere il desiderio di vivere esperienze più autentiche e meno commerciali e poter conoscere persone nuove, che condividano gli stessi valori e interessi.

Ristoratori, albergatori, tassisti dovranno mettersi il cuore in pace: i costumi cambiano, i consumi si evolvono. Con la trasparenza dei prezzi, con l’accesso all’informazione di servizi, locali e negozi, il consumatore attua scelte sempre più consapevoli. Quello che le associazioni di categoria capiranno presto è che nessuna legge potrà mai fermare la sharing economy: internet correrà sempre più veloce del legislatore, così come la domanda per nuovi, diversi servizi. 

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