L’ultimo invernoLa profezia dei Sami è il miglior monito per agire contro il cambiamento climatico in Europa

Come scrive Lorenzo Colantoni in “Lungo la corrente” (Laterza), con gli ecosistemi al collasso, la storica apocalisse attesa da una delle popolazioni più colpite dal riscaldamento globale, oggi assume un tono tragicamente realistico che ci invita a non sottovalutare il climate change

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Thor e lo Jörmungandr dei vichinghi, sarà il responsabile della fine del mondo. La causa sarà la sua folle caccia a Meandas-pyyrre, la renna dalle corna dorate, il dorso nero, il manto argenteo, gli occhi di fuoco. Diermmes ha già scoccato la prima e la seconda freccia, che sono andate a segno: le ferite di Meandas-pyyrre sono la causa dei mali del mondo, dell’esistenza di luoghi aridi e inospitali. Quando la terza colpirà, quello sarà il momento in cui tutto avrà fine. I cani di Diermmes hanno già catturato Meandas-pyyrre: l’apocalisse è vicina.

È una storia che leggo su un libro di leggende sami, “By the Fire”, l’unico che ho deciso di portare con me quando ho intrapreso la via del grande Nord. L’ho aperto per la prima volta qui, in una bella baita al confine tra Norvegia e Finlandia, dove sono arrivato dopo diciassette ore di strada sul ghiaccio da Helsinki, e dove aspetto che arrivi la guida che mi introduca alle comunità indigene della zona.

Lasciata la Scozia ho messo da parte i paper scientifici, i report dell’Ipcc e ho deciso di concentrarmi per qualche giorno unicamente sull’aspetto sociale della crisi climatica. Voglio dedicare del tempo, come ho fatto in Spagna, per capire un luogo che già adesso sta vivendo quel dramma che tutta l’Europa potrebbe affrontare con il collasso dell’Amoc. Lo voglio fare passando del tempo con i sami, gli ultimi indigeni d’Europa e una delle popolazioni che il cambiamento climatico sta colpendo più ferocemente. Il libro me l’ha consigliato proprio una sami, Marry Ailonieida Somby, un’artista che ho conosciuto qualche anno fa, ma soprattutto una delle ultime sciamane del suo popolo, custode di una cultura quasi estinta, di tradizioni e credenze di cui anche chi appartiene al suo stesso popolo non parla con troppa libertà. Quasi se ne vergognasse. È una visione del mondo e del presente, che ha in sé l’inesorabile consapevolezza di un’apocalisse in arrivo, nata nell’Artico europeo, dove una tempesta o un inverno possono spazzare via una comunità in una frazione del tempo in cui è stata concepita. Un’idea profondamente pessimista, ma che di fronte alla brutalità con cui il cambiamento climatico sta investendo questa parte d’Europa, assume toni tragicamente realistici. Qui la scomparsa dell’Amoc potrebbe arrivare in un Artico che sarà già irriconoscibile alle comunità che l’hanno vissuto per secoli.

Quest’ultima parte del mio viaggio inizia nell’estremo Nord della Penisola Scandinava, all’intersezione del Circolo Polare Artico con Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia, uno degli ecosistemi al mondo che la crisi climatica sta colpendo in maniera più esplicita. Le temperature stanno aumentando ad una velocità doppia rispetto al resto del mondo, l’innalzamento a due gradi è già stato superato e si registrano temperature superiori di venti gradi alla media. Rovaniemi, la città più a sud della Lapponia finlandese, nel novembre 2018 accolse i numerosi turisti che visitano le estreme propaggini meridionali dell’Artico (e il famoso villaggio di Babbo Natale) con il disarmante spettacolo di una città completamente priva di neve. Una delle rare volte in cui un evento simile si sia mai verificato a memoria d’uomo, ma di sicuro non l’ultima. «L’industria del turismo si sta adattando alla mancanza di neve», commentava in quei giorni Alexander Kuznetsov, il direttore del magazine «All about Lapland», ai microfoni di Sky News. Forse; intanto, il resto dell’Artico soffre.

Sono trasformazioni che hanno effetti devastanti sulla biodiversità, sul territorio e sulle popolazioni che lo abitano. La neve scompare e arriva il ghiaccio, che copre il terreno da cui innumerevoli specie traggono nutrimento, mentre parassiti di fauna e flora risalgono dal sud, proliferano come mai prima d’ora. Il permafrost si scioglie, il terreno si spacca e lascia ferite da cui trasudano tonnellate di anidride carbonica, che alimentano ulteriormente questo processo.

Ad alcuni, però, questa appare come la grande opportunità per l’Artico: l’apertura del passaggio a nord-ovest, sempre più libero dai ghiacci invernali, trasforma l’ultima frontiera selvaggia d’Europa nel primo approdo per i cargo provenienti dalla Cina, dalla Russia, dagli Stati Uniti. Le prospettive offerte da un Artico più caldo e più accessibile attraggono gli investitori, che puntano alle grandi e sconosciute risorse di terre ancora disabitate. Tanti sperano che tra vent’anni, forse prima, questa parte d’Europa sarà differente, più popolata, tanto più adatta alla vita quanto meno lo saranno i deserti spagnoli o le coste britanniche sempre più pericolose. Forse è qui che la gente migrerà, se e quando l’Amoc collasserà. Un successo per molti, tra i norvegesi o i finlandesi, che hanno cercato di sfruttare queste terre per secoli, invano. Una tragedia per i sami, che qui abitano da almeno duemila anni – quando, nel 98 d.C., Tacito parlò per primo di queste popolazioni con il nome di Fenni. Chiamano la loro terra Sápmi, per evitare Lapponia o Lapp, un nome che ai sami ricorda decenni di conflitti e abusi da parte degli scandinavi. Per loro queste trasformazioni potrebbero rappresentare la fine del rapporto profondo con il territorio, dell’allevamento di renne che ne ha definito la società, scandito la vita, difeso le tradizioni quando erano sull’orlo della scomparsa definitiva.

Negli ultimi due anni, l’aumento incontrollato di parassiti e falene ha devastato le foreste di betulle dell’Artico. Dagli anni Settanta, ogni decade è caduto il 17,6% di neve in meno rispetto alla precedente. Le popolazioni di renne non sono mai state così malnutrite. I fiordi, svuotati dallo scarico degli scarti delle miniere in mare per cinquant’anni, rimangono deserti. L’estate del 2023 è stata la più calda mai registrata, ma è dal 2018 che l’Artico soffre di devastanti incendi forestali, prima sconosciuti. È la fine del mondo che i sami hanno conosciuto per millenni. È l’apocalisse di Diermmes.

La prima freccia trasforma il paradiso in un deserto, fa sparire la pioggia, dice il mito. La Terra avrà fame, gli oceani saranno aridi e i laghi vuoti. La seconda freccia farà sciogliere i ghiacci e bruciare nelle fiamme il Nord. La terza freccia farà sparire la Luna, il Sole e le stelle. Rimarrà solo il buio.

Tratto da “Lungo la corrente. Viaggio nell’Europa che affronta il cambiamento climatico” (Editori Laterza) di Lorenzo Colantoni, pp.248, 20,00

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