Il regista, sceneggiatore e produttore iraniano Mohammad Rasoulof ha scelto la forma più tipica, poetica e metaforica del cortometraggio per girare il suo primo film in esilio, essendo stato costretto a lasciare l’Iran clandestinamente. Condannato al carcere e alla fustigazione per il suo lavoro di regista, due anni fa si è rifugiato in Germania, dove ha scritto, diretto e prodotto il cortometraggio Sense of Water (2026), con il sostegno del Displacement Film Fund lanciato da Cate Blanchett insieme all’Hubert Bals Fund (HBF) dell’International Film Festival Rotterdam. Il cortometraggio semi-biografico di circa quaranta minuti, girato in lingua farsi e tedesco, racconta la storia di uno scrittore in esilio, Ali, che a Berlino si confronta con la perdita della lingua madre e la frattura fra linguaggio e sentimenti. Nonostante riesca a riscoprire l’amore, non riesce a superare il trauma dell’esilio. In lui si risveglia così il desiderio di tornare in Iran, in segno di solidarietà con la lotta degli iraniani e per capire chi è veramente, prima di iniziare a scrivere un nuovo libro.

Un cortometraggio ibrido tra finzione e documentario è Shadowless: In Transit (2023) di Azin Feizabadi. Un girato che affronta i temi della migrazione e dell’appartenenza. Un viaggiatore iraniano in arrivo in Germania – interpretato dallo stesso Feizabadi, regista e artista– si interroga sul suo futuro, mentre si trova in uno spazio intermedio, quello di un “transito” aeroportuale, che non riesce a lasciare. Video personali e di famiglia si intrecciano ritmicamente a flashback cinematografici, immagini del presente e riprese da una videocamera. Il corto fa parte di un’opera collettiva, Iran – A Sense of Place, una collaborazione con la Wim Wenders Foundation grazie alla quale nel 2023 sei cineasti iraniani sotto la supervisione della producer Afsun Moshiry hanno raccontato storie di luoghi situati in Iran o esperienze di esilio in Francia e Germania.
Un paesaggio dominato da scene estreme, surreali e di una bellezza incantata, diventa invece teatro delle psicosi di un giovane nel cortometraggio Yo Yo (2025), diretto dal regista, sceneggiatore e produttore Mohammadreza Mayghani e presentato al Festival del cinema di Locarno. Il giovane Siavash raggiunge in automobile la splendida regione desertica dell’Iran meridionale, in compagnia dell’amica Shadi. Sente voci oscure e vede immagini che non esistono. Solo la sua amica può salvarlo da questa situazione che lo opprime quasi come fosse una disabilità. Il film è dominato dalla luce, dai colori pastello e dalla quiete del luogo. Le scene sono perfettamente adattate alla musica: il silenzio che avvolge i due protagonisti è intervallato da toni sinistri, colpi di frisbee che preannunciano la svolta finale, assurda e nichilista.
Anche in There Was One, There Was None (2026) di Yasmin Shahbahrami, presentato all’International Film Festival di Rotterdam (IFFR), la cinematografia è stata curata nei dettagli. Il film è strutturato in maniera sperimentale. Racconta l’amicizia fra due ragazze iraniane – messa a dura prova dal trasferimento all’estero di una delle due – attraverso le confidenze che si scambiano durante le videochiamate. Testimonia la difficoltà di mantenere legami solidi quando questi sono mediati dalla tecnologia moderna, ma anche il duplice conflitto vissuto dalle donne iraniane nella diaspora e da quelle che restano in patria.

Premiato dall’importante Associazione iraniana Short Film, The Accused Showed No Remorse (2025) di Ramin Soltani è sempre ambientato sullo sfondo delle proteste del movimento Woman, Life, Freedom. Racconta la storia di una donna, Simin, interpretata dall’attrice Elaheh Farazmand, e del sistema e della società che la opprimono. Quando la protagonista riesce a ottenere la scarcerazione temporanea del figlio adolescente arrestato durante una protesta, lui torna a casa silenzioso e introverso: qualcosa lo turba profondamente. Il finale tipico del cinema iraniano è potente e tragico. Di fuga e sopravvivenza, e di come la guerra si imponga sulla vista e sulla memoria collettiva e personale si occupa il cortometraggio Fruits of Despair di Nima Nassaj, anch’esso girato in lingua farsi, e presentato nella sezione Forum della Berlinale 2026.
L’uso delle immagini a scopo politico, le nuove tecnologie e un autoritarismo digitale soffocante sono i temi che interessano un altro gruppo di registi, fra cui Hesam Eslami che con Citizen, Inmate (2025) ha ottenuto la menzione d’onore all’Exground FilmFest. In The Man in White (2026), Haman Fouladvand (noto anche come Aman) riflette sulla figura di un boia della rivoluzione del 1979, vestito di bianco e immortalato in un’iconica fotografia, che scompare dalla storia (o si fa cancellare). In questo cortometraggio di undici minuti, l’autore si serve delle nuove tecnologie e di immagini d’archivio per evocare la sua presenza spettrale in una storia in cui le vittime non sono dimenticate. Per il girato ha ricevuto una menzione speciale al Festival del cortometraggio di Clermont-Ferrand.
Il cortometraggio documentario Memories of a Window (2026) diretto da una giovane coppia cineasti della School of the Art Institute of Chicago, Mehraneh Salimian e Amin Pakparvar, affronta il tema della repressione in Iran dalla prospettiva intima e circoscritta di chi ha osservato da dietro a una finestra le proteste del 2022 del movimento Woman, Life, Freedom. Una produzione a basso costo che utilizza filmati personali e video dal vivo per rispondere alla domanda: «Può una rivoluzione nascere da dietro una finestra?». La risposta risiede nel paesaggio sonoro: la moltiplicazione di voci e musiche di protesta che, nel film, si possono udire in una strada deserta e buia di Teheran, ripresa dall’appartamento dei registi. Il film ha vinto l’Orso di Cristallo per il Miglior Cortometraggio nella sezione Generation 14plus alla Berlinale 2026.
Il festival di Berlino da tempo promuove i cineasti dissidenti iraniani. Premiato al Festival del cinema di Locarno, Blind, Into The Eye (2025) del duo di filmmaker berlinesi Realillusion – Atefeh Kheirabadi e Mehrad Sepahnia – è un cortometraggio di venti minuti che racconta la violenza mirata durante le proteste del 2022-2023 in Iran. Un collage audiovisivo realizzato con filmati di protesta e video provenienti dai social media che esamina il potere delle immagini come costrutti politici.