Transnistria, un buco nero nel cuore dell’Europa

Igor’ Smirnov, il presidente e padre padrone di questa repubblica ribelle sul territorio moldavo, ha compiuto settant’anni e resta saldamente al potere. La comunità internazionale non riesce dal 1991 a trovare una soluzione diplomatica e ha permesso che questo angolo d’Europa diventasse un paradi...

Transnistria
5 Novembre Nov 2011 1542 05 novembre 2011 5 Novembre 2011 - 15:42

Igor’ Smirnov ha compiuto un paio di settimane fa settant’anni. Cifra tonda, celebrata in grande stile. Anche perché l’anniversario coincide con il ventennale dell’indipendenza della Transnistria, prendendo il 1991 come lo spartiacque che con la dissoluzione dell’Unione Sovietica segna la nascita di nuovi Stati sul suolo europeo. La differenza, rispetto ad altre repubbliche che hanno avuto un percorso lineare e condiviso con il resto della comunità internazionale, è che la piccola striscia di terra tra Ucraina e Moldavia retta dall’ex direttore rosso (la sua Elekromash faceva parte del complesso industriale militare sovietico subordinato direttamente al Cremlino) non è mai stata riconosciuta da nessuno. E così Igor’ Nikolaevič ha festeggiato da solo nel suo piccolo regno, la Pmr (Pridnestrovskaia Moldavskaia Respublika, Repubblica Moldava di Pridnestrovie, dove appunto Pridnestrovie non è altro che Transnistria, la regione al di là del Dnestr o Nistr che dir si voglia).

La storia di questa repubblica separatista comincia infatti a est del fiume, dove era concentrata la maggioranza slava della Repubblica socialista sovietica di Moldavia. Mentre a Chișinău e dintorni la popolazione era costituita in larga parte da moldavi di lingua romena e l’economia era basata sull’agricoltura, a oriente la maggioranza era sovietica (russi e ucraini) e l’industria era la grande fonte di lavoro e produzione di ricchezza. Particolare non di seconda importanza, a Tiraspol era di base la XIV armata dell’esercito di Mosca a protezione di uno dei più forniti arsenali militari in Europa. Ecco perché nella guerra di separazione che si concluse nel 1992 Smirnov e compagni ebbero la meglio. Già nel 1990, con i primi scricchiolii al Cremlino, la Moldavia aveva dichiarato la propria sovranità dall’Urss e la Transnistria la propria autonomia, proprio sotto la spinta di Igor’ Nikolaevič, allora ancora deputato al Soviet moldavo. La situazione precipitò dopo il colpo di stato dell’estate 1991 a Mosca, con l’effetto domino delle dichiarazioni d’indipendenza che portarono a dicembre alla dissoluzione ufficiale dell’Unione.

SmirnovIgor’ Nikolaevič Smirnov, padre padrone transnistriano, ha da pochi giorni compiuto 70 anni

Il duello tra Moldavia e Russia si spostò quindi sull’asse Chișinău-Tiraspol: da un lato i postcomunisti riunitisi intorno al futuro presidente Mircea Snegur, dall’altro i conservatori legati all’apparato comunista (militare e servizi) legati a Smirnov. Nel giro di qualche mese, dopo un migliaio di morti e la mediazione del generale russo Alexander Lebed, fu firmato nel luglio 1992 un accordo tra Snegur e Boris Eltsin che metteva fine alla guerra, definiva uno status speciale della Transnistria e la creazione di una Joint Control Commission con il ruolo di vigilare sulla sicurezza. Da allora poco è cambiato, e Tiraspol è diventata la capitale di uno Stato che non c’é. De facto la Transnistria è indipendente, Smirnov è stato eletto presidente tre volte di fila e il conflitto è rimasto congelato, esempio di come la comunità internazionale non riesce a trovare soluzioni adeguate, e lascia piccoli buchi neri sulla carta d’Europa in cui sguazzano non solo i diretti interessati, ma anche i profittatori di ritorno, sia che si tratti di traffico d’armi o altro. Vedere alla voce Kosovo, tanto per fare un esempio un po’ più vicino a noi. Curioso è che gli orfani dell’Urss non riconosciuti da nessuno si sono poi ritrovati in un’organizzazione (Comunità per la democrazia e i diritti delle nazioni, una sorta di Csi 2) che ora comprende oltre a Transnistria anche Ossezia del Sud e Abcasia, scaturite dopo la guerra in Georgia del 2008. Tutti questi territori, a cui va aggiunto anche il Nagorno-Karabakh conteso tra Armenia e Azerbaijan, sono il banco di prova sul quale è necessaria la collaborazione tra i grandi (Russia, Europa, Usa e organizzazioni internazionali) per uscire dallo stallo. Se nel Caucaso la situazione è però estremamente delicata e sempre a rischio di precipitare, Tiraspol può invece essere il tappeto sul quale si possono provare a trovare vie d’uscita condivise. Il Memorandum di Meseberg, sottoscritto lo scorso anno tra la cancelliera Angela Merkel e il presidente russo Dmitrij Medvedev in cui si è proposta l’istituzione di un comitato russo-europeo sulla sicurezza, prevede proprio l’intensificazione degli sforzi comuni per la soluzione della questione in Transnistria. Nel tradizionale modello delle trattative in corso, il 5+2 (Russia, Ucraina, Moldavia, Transnistria Osce, Ue, Usa), il nuovo motore – a trazione tedesca – dovrebbe essere quello di Mosca e Bruxelles. Igor’ Nikolaevič Smirnov permettendo.

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