Erdogan tiene in scacco l'Europa grazie all'energia

La posizione strategica di Ankara lo fa giocare su tutti i tavoli: continua le pressioni per l’ingresso nell’Ue e la ricatta ottenendo denaro per bloccare le frontiere, contratta per i diritti di transito dell’energia e al contempo acquista petrolio di contrabbando dal califfato

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David McNew/Getty Images

3 Agosto Ago 2016 1450 03 agosto 2016 3 Agosto 2016 - 14:50

Abbiamo già discusso la tremenda approssimazione con cui è stato progettato e condotto il fallito golpe in Turchia e ne abbiamo presentato una possibile interpretazione in chiave stabilizzante, tentando di prevedere le prossime mosse di Erdogan.

Purtroppo quelle previsioni si stanno puntualmente avverando: dichiarato lo stato d’emergenza per almeno tre mesi, oltre 60.000 persone sono già state arrestate o poste sotto processo.

Ma il controgolpe non è solo un problema locale in un Paese ai confini del continente, la Turchia occupa una posizione strategica fra Europa e Medio oriente ed è uno snodo fondamentale negli scambi fra l’asia centrale e il resto del mondo.

Durante il dilettantesco colpo di Stato, è stato brevemente interrotto il traffico mercantile attraverso lo stretto del Bosforo tra il Mar Nero ed il Mediterraneo: uno snodo chiave per i cereali e per il petrolio russi verso il resto del Pianeta. Lungo questo canale passa ben il 3% di tutta la produzione mondiale di petrolio e derivati.

Quel giorno non è stata registrata nessuna interruzione nel flusso attraverso i due principali oleodotti terrestri che attraversano il Paese. Il primo parte da Baku (la capitale raccoglie petrolio dai numerosi campi sparsi per l’Azerbaijan), tocca una seconda capitale (Tiblisi, in Giorgia) ed attraversa la Turchia raggiungendo il terminale petrolifero di Ceyhan sulla costa mediterranea in prossimità del caldo confine siriano. Il secondo parte da Kirkuk e da Erbil, in una zona resa bollente dagli scontri fra ISIS, i ribelli Kurdi, il governo Kurdo e l’esercito regolare dell’Irak. Quando sono pienamente operativi, questi due oleodotti hanno la capacità di 2,7 milioni di barili di olio al giorno, tre volte l’attuale produzione di Brent dal Mare del Nord.

Ma la Turchia è anche lo snodo di transito di buona parte del gas che alimenta l’Europa: il gasdotto Blue Stream, che si tuffa nel Mar Nero dalla stazione di compressione russa di Beregovaya per riemergere al terminale di Durusu vicino alla città turca di Samsun, trasporta il 10% dei rifornimenti totali di gas russo destinati all’Europa. Blue Stream era stato costruito all’inizio del millennio per rispondere ai crescenti attriti con l’Ucraina. Dopo la cancellazione definitiva del progetto South Stream - che avrebbe dovuto attraversare il Mar Nero riemergendo in Bulgaria – sembra ormai certo che entro il 2018 verranno realizzati due nuovi gasdotti strategici. Il Southern Gas Corridor, che da Tabriz in Iran attraverserà l’intera Turchia per giungere in Grecia, ed il Turkish stream che riprenderà il tracciato del South Stream per deviare verso sud nell’ultimo tratto e uscire proprio sul Bosforo per collegarsi alla Trans Adriatic Pipeline. L’obiettivo era scavalcare la turbolenta Ucraina, ma i recenti sviluppi turchi non lasciano prevedere una vita molto più tranquilla anche per questi ultimi.

Blue Stream era stato costruito all’inizio del millennio per rispondere ai crescenti attriti con l’Ucraina. Dopo la cancellazione definitiva del progetto South Stream - che avrebbe dovuto attraversare il Mar Nero riemergendo in Bulgaria – sembra ormai certo che entro il 2018 verranno realizzati due nuovi gasdotti strategici.

La Turchia è perciò uno snodo critico per il rifornimento di cereali, ma soprattutto di energia, per l’intero continente europeo. Inoltre, per i migranti in fuga dal medio oriente e dal nordafrica, il Paese rappresenta la porta d’accesso all’Europa.

Questa posizione strategica permette a Erdogan di giocare su tutti i tavoli: continua le pressioni per l’ingresso nell’Unione Europea, ricatta l’Unione ottenendo denaro per bloccare le frontiere, contratta per i diritti di transito dell’energia e al contempo acquista petrolio di contrabbando dal califfato anche se - formalmente - è un fedele membro della NATO. Il tutto senza temere alcuna seria censura internazionale per le continue violazioni dei diritti umani operate dal proprio regime nei confronti della popolazione turca.

La velocità con cui la polizia di Erdogan sta facendo piazza pulita degli oppositori fa sospettare molti analisti che la lista degli epurandi fosse stata già preparata prima del golpe. Quello che è sicuro è che sono finiti nel mirino e tolti di mezzo anche 25 alti funzionari della più alta istituzione energetica nazionale: l’Autorità per la Regolamentazione del Mercato Energetico. I bene informati si chiedono se ora non sarà il turno dei vertici delle compagnie petrolifere locali. Ovviamente la totalità di queste si è schierata contro il golpe appena ha capito che aria tirava, ma le lotte per il potere fanno prevedere che delazioni e controdelazioni faranno saltare altre teste rendendo lo scenario energetico turco ancora più complesso.

La velocità con cui la polizia di Erdogan sta facendo piazza pulita degli oppositori fa sospettare molti analisti che la lista degli epurandi fosse stata già preparata prima del golpe. Quello che è sicuro è che sono finiti nel mirino e tolti di mezzo anche 25 alti funzionari della più alta istituzione energetica nazionale: l’Autorità per la Regolamentazione del Mercato Energetico.

Mentre l’Europa e il mondo occidentale si stanno facendo sempre più cauti, Erdogan sta cercando di riallacciare i legami con la Russia dopo la crisi del SU-24 abbattuto: prima le scuse ufficiali hanno cancellato le precedenti dichiarazioni sfidanti, ora fra gli arrestati come fiancheggiatori dei golpisti figurano anche … gli stessi piloti che avevano abbattuto il jet russo.

Nel frattempo, l’organizzazione terroristica curda PKK - quiescente nei giorni dello strano golpe - sta guadagnando terreno fra le vittime delle purghe e ci sono segnali che, in particolare nel sud della Turchia, stia infiltrandosi anche fra le forze armate, destabilizzando da nord la zona dei gasdotti e degli oleodotti mentre il califfato sta diligentemente provvedendo a farlo da sud.

Se il golpe ha rappresentato l’unico modo per disperdere una miscela infiammabile, i recenti sviluppi stanno generandone una ancora più altamente esplosiva. E, proprio in un Paese attraversato da un mare di petrolio e gas, si vanno accendendo un sacco di punti di innesco…

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