Burkini sì, burkini no: il problema che infiamma le spiagge d’Europa

Alcuni Comuni francesi hanno deciso di proibirlo tout court. Altrove c’è tolleranza. In generale, se non è un problema, nulla esclude che non lo sarà tra poco

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17 Agosto Ago 2016 1121 17 agosto 2016 17 Agosto 2016 - 11:21

Un fantasma si aggira per le spiagge d’Europa: il burkini. In Francia, nel pieno delle polemiche dopo l’ondata di attentati che ha colpito il Paese, è stato proibito in diversi paesini. Divieto a Marsiglia, a Le Touquet, a Sisco (in Corsica) e a Cannes – con esplicita menzione di “abiti religiosi”.

Non è la prima volta. Negli ultimi anni, sono numerose le donne vestite di burkini allontanate da luoghi di mare e da piscine in tutta Europa. Anche in Italia: a Verona, ad esempio, accadde nel 2009. Una donna, indignata, fu costretta a lasciare il centro sportivo. E il Comune di Varallo (provincia di Vercelli) che aveva deciso di proibirne l’uso in tutte le sue piscine, fu condannato nel 2014 a pagare una multa per discriminazione. In Norvegia sono stati più accomodanti, e lo stesso anche in Germania. Ironia della sorte, il burkini è probitissimo nelle piscine marocchine: troppo poco igienico.

La questione è complicata. C’entrano i diritti, il rispetto della cultura altrui e delle donne, come è ovvio. C’entra anche un altro dettaglio: che il burkini, come del resto suggerisce il nome (burqa+bikini) è una creazione recentissima, una novità assoluta. L’inventrice è Aheda Zanetti, imprenditrice australiana di origine libanese. Come spiega Le Monde, ebbe l’idea nel 2004, mentre osservava la figlia che giocava a netball. Il velo che portava la ragazza, troppo lungo e invadente, le impediva di muoversi con agio. Un problema, pensò, che penalizza tutte le ragazze religiose che vorrebbero anche poter fare sport. Passò in rassegna varie forme di nuovi veli possibili, ognuno per ogni disciplina sportiva, finché non ebbe la trovata giusta: una tuta per gli sport acquatici, molto praticati in Australia, in grado di difendere agilità e onore. Nacque così il burkini.

Zanetti depositò subito il marchio (burkini e burqini) per il mercato australiano, commercializzò la nuova “tuta” e con una buona campagna di marketing in poco tempo ne fece un business. “Oltre 500mila burkini venduti”, afferma, e affari sempre in crescita. Per il 2016, si registra un boom del 40%. Un giro di soldi così grande (con tanto di enormi potenziali bacini di vendita) che richiama anche ai grandi marchi. Nel giro di poco tempo anche Marks & Spencer produsse la sua linea di burkini.

“Non è pensato solo per le donne musulmane”, spiega Zanetti. “Esistono anche burkini senza velo per la testa, per le donne che non vogliono prendere troppo sole” (e in questo caso, il mercato che si schiude è quello, immenso, dell’Estremo Oriente).

Allora, la questione si fa difficile: burkini sì o no? È da considerare (come sembra voler fare il Comune di Cannes) come abito religioso? È davvero espressione di un’appartenenza religiosa (attenzione: anche il velo, spesso, viene portato per ragioni molto diverse da quelle che si immagina)? E se lo porta una signora cinese e non musulmana per non prendere il Sole, come ci si regola? Chissà. Il fatto è che non si proibisce un abito perché è considerato sbagliato in sé, ma perché è considerato sbagliato il motivo per cui lo si indossa.

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