Gerusalemme, quando a tatuarsi erano i pellegrini cristiani e non i tamarri

Una antica tradizione che si è mantenuta viva per oltre settecento anni. La stessa famiglia, di origine egiziana copta, continua il nobile mestiere, disegnando croci sulla pelle dei fedeli

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5 Settembre Set 2016 1005 05 settembre 2016 5 Settembre 2016 - 10:05

Una tradizione che continua da settecento anni. Più o meno da quando i pellegrini cristiani, arrivati dopo un lungo viaggio a Gerusalemme, sentivano il bisogno di lasciare un segno sul proprio corpo. Ad aiutarli, c’era la bottega di tatuatori della famiglia Razzouk. Con aghi e stencil medievali tracciavano sul corpo del fedele croci e sigle cristiane. Un segno eterno – e, senza essere tamarro, un souvenir di un’esperienza unica.

La cosa notevole è che, passati i secoli, la famiglia Razzouk è ancora lì e, come racconta bene Atlas Obscura, fa ancora lo stesso lavoro: tatuare immagini sacre sulla pelle dei fedeli. Un business che, a quanto pare, non è mai mancato (lo conferma la loro stessa insegna: Tattoo With Heritage Since 1300”). Nella bottega, gestita oggi da Wassim Razzouk, si possono ancora trovare strumenti d’epoca, insieme a ben più sicuri marchigegni di tatuatura moderna. Il tutto con fotografie e stampe che ritraggono la lunga dinastia della famiglia.

I Razzouk, secondo la tradizione, sono crisitiani copti di antica origine egiziana. È stato lì, spiegano i discendenti, che hanno imparato l’arte del tatuaggio cristiano. Un uso tuttora in voga che affonda le sue radici almeno all’ottavo secolo. Procopio di Gaza descrive casi di cristiani che portano sul corpo il disegno della croce e il nome di Gesù. Era un modo per dimostrare la propria devozione e, soprattutto, serviva a distinguere i cristiani nativi della regione. Solo in seguito è diventato una moda per il turismo dei pellegrini, che desideravano incidere la propria religione sulla pelle.

Dopo essersi stabiliti a Gerusalemme, i Razzouk ebbero una forte concorrenza – soprattutto gli armeni – che erano entrati nel mercato dei tatuaggi. Una testimonianza del 1600 permette di capire come funzionava, allora, la tecnica: “c’erano timbri in legno di ogni genere, che riproducevano la figura che si voleva disegnare. Li passavano sulla pelle e subito dopo, con due aghi, incidevano in velocità tanti punti ravvicinati – a ogni incisione li intingevano in un particolare inchiosto – poi lavavano tutto con un po’ di vino”.

Nel 1947, a causa della guerra, in molti abbandonarono la città (compresi i Razzouk) per rifugiarsi in Giordania. La maggior parte decise di non tornare. I Razzouk sì. Con tutti gli ostacoli politici del caso: il divieto agli egiziani di entrare in Israele (il traffico di pellegrini copti crollò), gli allarmi della guerra, le incognite degli scontri. Ma ora le cose sembrano cambiate e l’antica tradizione, mai davvero abbandonata, può continuare.

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