La democrazia come la conoscevamo è morta (ma noi non ce ne siamo accorti)

Inutile raccontarsela: le democrazie di tipo occidentale sono in crisi irreversibile. Possibili alternative: o decidono le tecnocrazie e le élite, o il popolo tramite i referendum. Il nostro guaio? È che siamo rimasti indietro, per difendere lo status quo

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7 Febbraio Feb 2017 0808 07 febbraio 2017 7 Febbraio 2017 - 08:08

Classi dirigenti incapaci (prima ancora che disoneste). A tutti i livelli, perché la frana delle competenze si sta portando via città e regioni, ministeri e grandi aziende pubbliche, ospedali e musei. E dall’altra parte una società civile che troppo placidamente ha accettato di scivolare in un ruolo da (tele) spettatore di tragedie senza soluzione; un’opinione pubblica ormai abituata a scaricare le proprie ansie su nemici esterni più o meno immaginari – gli immigrati, i tedeschi, l’ISIS e la "politica"; individui che hanno la persa la capacità di mettersi in discussione e prendersi la responsabilità di un cambiamento che potrebbe esserci solo se è partecipato.

Ci sono eccezioni importanti. Ma è questa la tenaglia nella quale le democrazie liberali sembrano strette. L’Italia ha fatto da battistrada. Ma la malattia è, oggi, di tutti. Dagli Stati Uniti al Regno Unito. Le democrazie liberali sembrano non funzionare più. Il populismo dilaga; ma, soprattutto, le democrazie che hanno assicurato, per decenni, benessere e pace, sembrano non essere più adeguate per governare la transizione – delicatissima – verso una società nella quale la natura stessa del lavoro, degli Stati e delle organizzazioni sta mutando.
Di che tipo di democrazia avremmo, allora, bisogno per risolvere il problema? Per risolvere una malattia che è fatta sia di scarsa efficacia (capacità di risolvere le crisi in tempi accettabili) che di altrettanta scarsa rappresentatività (capacità di riflettere nelle scelte collettive le preferenze individuali)?

Quali le alternative alle democrazie rappresentative ovunque in crisi? Da una parte c’è il modello di Singapore o quello (in scala assai più vasta) della Cina. Dall’altra c’è, invece, l’opposto: in Svizzera, in Australia o (a livello sub nazionale) in California, si ricorre, ancora più spesso che non negli altri Paesi occidentali, al voto

Nel mondo due alternative sembrano emergere rispetto quello della democrazia rappresentativa che per quasi un secolo ha governato l’Occidente.

Da una parte c’è il modello di Singapore o quello (in scala assai più vasta) della Cina. Una leadership – più o meno illuminata; molto meno frequenti momenti di verifica del consenso attraverso votazioni; sistemi basati su un unico Partito; libertà individuali controllate e, tuttavia, meccanismi alternativi alle elezioni per riallinearsi con la volontà del popolo. A Singapore hanno istituzionalizzato l’uso – sofisticato e frequente dei sondaggi; in Cina hanno valorizzato quegli strumenti – eredità delle “democrazie popolari” – di consultazione delle comunità locali.

Dall’altra c’è, invece, l’opposto: in Svizzera, in Australia o (a livello sub nazionale) in California, si ricorre, ancora più spesso che non negli altri Paesi occidentali, al voto: assai interessante, anche per le modalità di informazione aperte a tutti, è l’uso dei referendum nei cantoni della confederazione. O – ed è un approccio simile – viene consentito al cittadino di esprimere un giudizio molto più articolato: in Australia l’elettore non è costretto a indicare un solo candidato o un partito, ma, invece, può ordinare tutti i candidati in ordine di preferenza e in California, in alcune consultazioni, il cittadino ha opzioni diverse oltre a quella del SI e del NO.

Due scelte opposte, ma risultati che, in qualche misura, si assomigliano: Singapore, Cina, Svizzera, California, Australia sono – pur nella loro grande diversità – cinque aree del mondo che dominano le altre per competitività, innovazione, crescita dell’economia, formazione di capitale umano. Eppure, i modelli sono rispetto al nostro, opposti.

Da una parte, in Asia, si punta alla stabilità delle classi dirigenti, alla necessità che esse hanno di non sottoporre decisioni di lungo periodo o cambiamenti (che, spesso, immaginiamo essere impopolari) allo scrutinio delle persone. E rimane, però, il problema irrisolto che il “modello” non spiega come si seleziona una classe dirigente a cui affidare tutto il potere se per ventura ti ritrovassi (come in Italia) a non averne a disposizione una.

Dall’altra, Paesi occidentali che, da tempo, si sono incamminati in un percorso di evoluzione della democrazia verso forme di maggiore coinvolgimento delle persone: in questo caso, la scommessa è, invece, quella della crescita delle opinioni pubbliche attraverso l’esercizio di strumenti di partecipazione che facciano sentire, maggiormente, la responsabilità delle decisioni. La controindicazione è che se hai (sempre il nostro caso) cittadini che si sono un po’ rassegnati ad essere irrilevanti, gli effetti iniziali di maggiore coinvolgimento potrebbero essere talmente disastrosi da interrompere prematuramente l’esperienza di “apprendimento”.

E allora? Cosa fare? Di sicuro in Italia (così come in Francia e negli Stati Uniti) ci troviamo in mezzo. Nella situazione più scomoda. Con tutti i costi (in lentezza) di essere democrazia. E nessuno dei vantaggi che le democrazie storicamente presentano e che, colpevolmente, dimentichiamo: quello di poter contare su decisioni politiche più informate e coinvolgenti e, dunque, forti; su processi decisionali più aperti alle intelligenze e alle idee.

Lo sbaglio più grave è stato quello di avviarsi – in maniera silenziosa, senza alcuna riflessione sulle tante convinzioni non dimostrate che domina questo processo - verso soluzioni che, semplicemente, preservassero lo status quo. Senza un dibattito che fosse non tanto sulle questioni tecniche delle riforme costituzionali ma sulle forme che la democrazia deve assumere in un secolo definito dall’esplosione dell’informazione.

Più faticosa ma senza alternative appare la strada occidentale di salvare la democrazia e il nostro stesso futuro, chiamando tutti – opinioni pubbliche e classi dirigenti – a decidere insieme e prendendosene la responsabilità.

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