Siria, una strage insensata che costerà cara ad Assad

La Siria sembrava avviata a una stabilizzazione, ma la strage di Idilib ora complica le cose per tutti gli attori dell'area, dalla Russia agli Usa alla Turchia, e rischia di segnare l'affondamento definitivo per il regime di Assad

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Mohamed al-Bakour / AFP

5 Aprile Apr 2017 0711 05 aprile 2017 5 Aprile 2017 - 07:11

Non ci sono parole per descrivere l’orrore. Le testimonianze audio e video che raccontano quel che è successo a Khan Sheikhoun, cittadina della Siria nella provincia di Idlib, questo 4 aprile sono sconvolgenti. Corpi riversi per strada con gli occhi sbarrati, le pupille ridotte a uno spillo, bambini che rantolano in preda all’agonia del soffocamento, grida di disperazione. Questi sono gli effetti dell’attacco chimico che ha ucciso 58 persone, tra cui 11 bambini. Secondo i medici che operavano sul luogo probabilmente si tratta di Sarin, un gas nervino. Nei video fatti coi cellulari e caricati su Twitter parlano in inglese e implorano il mondo, i medici, di intervenire, di fermare questo scempio, almeno di interessarsene e investigare.

L’area attaccata è sotto il controllo dei ribelli e le reazioni di condanna provenienti dai Paesi musulmani sunniti come dall’Occidente hanno immediatamente preso di mira il regime di Assad, accusato dai civili colpiti – così come dagli insorti che controllano la provincia di Idlib – di essere il responsabile. Damasco ha negato qualsiasi coinvolgimento e, anzi, per bocca del suo comando militare ha ribaltato le accuse, indicando “i gruppi terroristici e coloro che li sostengono” come i veri autori dell’attacco.

L’orrore, per quanto cinico possa sembrare, non è sempre uguale. Ci sono stati casi in cui azioni terribili avevano almeno uno scopo chiaro, e magari lo hanno perfino conseguito. Ma questa volta, se fosse confermata la responsabilità di Damasco, questo orrore sembra privo di senso.

Ci sono stati casi in cui azioni terribili avevano almeno uno scopo chiaro, e magari lo hanno perfino conseguito. Ma questa volta, se fosse confermata la responsabilità di Damasco, questo orrore sembra privo di senso

L’attacco chimico del 4 aprile ha infatti messo in crisi l’intero sistema che nell’ultimo periodo sembrava aver trovato una quadra per lo scenario siriano. Mosca, all’indomani dei sanguinosi attentati di San Pietroburgo, si è improvvisamente trovata scaraventata in un incubo diplomatico. Lo sdegno internazionale per l’accaduto rischia infatti di strappare la tela faticosamente tessuta dal Cremlino con la Turchia e con gli Stati Uniti, a lungo i maggiori sponsor – insieme ai Paesi del Golfo – della ribellione siriana. Se è stato qualcuno a Damasco ad ordinare questo attacco, pensando magari di fare un favore all’alleato, ha sbagliato i calcoli e di molto. Proprio ora che la messa in sicurezza del regime di Assad sembrava un risultato acquisito, visto il riposizionamento degli Usa e di Ankara, si sta correndo il rischio di compromettere tutto. Il comando militare russo è comunque stato rapidissimo nello smentire un qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto, affermando di non aver condotto alcuno strike nella provincia di Idlib il 4 aprile.

Anche per Ankara l’accaduto crea un grave problema. Nel Paese sono già in corso manifestazioni di protesta per la strage, contro il regime di Assad. Erdogan, che ha da poco accettato – nel contesto dell’accordo con la Russia, che lo vede parte debole – la permanenza di Assad al potere, rischia di perdere la faccia nei confronti delle opinioni pubbliche musulmane. Per ora ha condannato l’accaduto come “un crimine contro l’umanità” ma le parole potrebbero non bastare a un presidente che, in vista del referendum costituzionale del prossimo 16 aprile, ha bisogno più che mai del consenso del suo popolo. Una rogna questa tanto per Putin, che dovrà probabilmente tollerare in qualche misura degli scarti da parte del suo alleato turco, quanto per Erdogan, che sarà forse costretto dalle circostanze a fare più di quanto non vorrebbe per salvare la sua immagine di paladino dei popoli islamici oppressi.

Infine, oltre che per Russia e Turchia, anche per gli Usa questo attacco è fonte di preoccupazione. Nemmeno una settimana prima del bombardamento chimico del 4 aprile il Segretario di Stato, Rex Tillerson, in visita in Turchia aveva esplicitamente aperto la porta alla possibilità che Assad restasse al potere. In questo modo l’America dava sostanzialmente il suo benestare alla quadratura del cerchio trovata finora da Putin con gli attori locali, Turchia in primis, a tutto vantaggio del regime di Damasco. Ma l’impiego di armi chimiche rischia di mettere l’amministrazione Trump di fronte alla necessità di prendere una posizione più dura nei confronti del regime siriano. O meglio, “rischiava”. Il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, a poche ore dall’accaduto ha ribadito che il governo Usa non intende perseguire un cambio di regime in Siria, e che il governo di Assad è “una realtà politica”.

Al di là dello scempio di civili – di cui spesso i governi tendono a disinteressarsi – questa strage è dunque stata vissuta come un inatteso colpo alla schiena da parte di tutti quegli attori che perseguivano (o, oramai almeno, “tolleravano”) la stabilizzazione del regime siriano. E dunque perché Damasco avrebbe dovuto compiere un gesto tanto crudele quanto demenziale, ai limiti dell’autolesionismo?

Va premesso che in uno scenario frammentario e caotico come quello siriano è possibile che, anche qualora l’attacco fosse provenuto da parte governativo, la catena di comando non sia stata rispettata. La presenza di milizie irregolari – locali, irachene, iraniane, libanesi, afghane e via dicendo – e lo sfaldamento dell’esercito regolare complicano l’attribuzione di responsabilità.

Ma se fosse di matrice lealista, secondo alcuni analisti, l’attacco chimico contro Khan Sheikhoun potrebbe essere una feroce vendetta – non del tutto razionale dunque – per le difficoltà che in quel settore sta incontrando da settimane il regime. È infatti in questa area, nel sud della provincia di Idlib controllata dai ribelli, che i lealisti hanno subito di recente le più significative sconfitte, vedendosi costretti a rinculare verso la città di Hama, da loro controllata, e ad abbandonare diverse cittadine e posizioni strategiche in favore degli insorti.

È possibile, ma al momento sembra difficile crederlo, che l’attacco non sia opera del regime ma di qualche sigla ribelle. Ma contro questa teoria ci sono decine di testimonianze che parlano di un attacco da parte delle forze lealiste

Un’altra possibilità è quella del terrorismo di Stato. Un colpo durissimo al morale della popolazione civile che ancora non si è piegata al regime e sostiene i ribelli, nella speranza che le reazioni internazionali non vadano al di là di parole – anche dure, ma pur sempre solo parole – di condanna. In questo caso ci sarebbe sicuramente più razionalità che nel caso della vendetta, ma si tratterebbe comunque di un azzardo.

Infine è possibile, ma al momento sembra difficile crederlo, che l’attacco non sia opera del regime ma di qualche sigla ribelle, magari legata alla galassia qaedista. Nella provincia di Idlib è infatti fortemente presente l’ala siriana di Al Qaeda, già al Nousra e ora chiamata Tahrir al Sham. In questo caso i ribelli responsabili avrebbero consapevolmente preso di mira i civili cercando di far ricadere le colpe su Damasco – un’operazione di false flag – allo scopo di mettere in difficoltà i suoi alleati (Russia in primis) e sostenitori de facto (Usa e Turchia).

Questa tesi ha il pregio della razionalità, perché Al Qaeda in Siria ha da temere più di chiunque altro dall’allineamento tra Usa, Russia, Turchia e regime di Assad. Una manovra disperata per sabotarlo, per quanto atroce, avrebbe senso. Secondo il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, l’attacco col gas dell’agosto 2013 che rischiò di scatenare l’intervento americano – per il superamento della “linea rossa” tracciata da Obama sull’uso di armi chimiche – fu opera dei ribelli, di al Nousra in particolare, forse con l’aiuto della Turchia, e aveva proprio lo scopo di costringere gli Usa a cominciare i bombardamenti contro Assad. Se Hersh avesse ragione si potrebbe pensare che anche in questo caso l’attacco possa non essere opera del regime, che del resto avrebbe più da perdere che da guadagnare in questo momento da un’azione simile.

Ma contro questa teoria ci sono decine di testimonianze che parlano di un attacco da parte delle forze lealiste, che oltretutto pare abbiano bombardato la cittadina con armi convenzionali dopo l’attacco chimico, colpendo anche l’ospedale dove venivano curati gli intossicati dal gas. E vedendo altro orrore che si somma all’orrore viene da pensare che, forse, la spiegazione più razionale non sia necessariamente la più credibile tra quelle prese in considerazione finora.

P.S. Il ministero della Difesa russo ha successivamente fornito una spiegazione che terrebbe insieme le numerose testimonianze che certificano un attacco da parte del regime di Assad e la non responsabilità di questo per la dispersione del gas tossico: sarebbe stato colpito dall'aviazione di Damasco un deposito di armi chimiche dei ribelli.

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