Nato, Cina e fanatismo religioso: tutte le sfide di Macron

E' arrivato il momento per il neoeletto Presidente francese di guidare la nazione in un momento particolarmente complesso. Fra le altre sfide, alcune delle principali sono connesse alla sicurezza e alla difesa, altre al fanatismo religioso e la supremazia nel Mar Cinese Meridionale

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ALAIN JOCARD / AFP

15 Maggio Mag 2017 0814 15 maggio 2017 15 Maggio 2017 - 08:14
Tendenze Online

Si sono spenti i riflettori sull’ultima rivoluzione francese. Ora il Presidente della Repubblica più giovane, al di fuori dei partiti storici e per la prima volta eletto a una qualsiasi carica deve guidare la nazione in un momento particolarmente complesso. Fra le altre sfide, alcune delle principali sono connesse alla sicurezza e alla difesa, ma non solo a quelle. Vediamole.

Prima di tutto i finanziamenti. Dopo i primi attentati del 2015, il budget militare francese è aumentato per la prima volta dopo il costante declino iniziato all’inizio degli anni ’80. Nel 2016 sono stati stanziati 3,8 milioni di euro in più per rimpolpare il magro budget 2014-2019. Ma i ripetuti attacchi terroristici, sia pianificati e condotti da esperti che improvvisati da terroristi fai da te telecomandati via Internet, dimostrano che ora la Francia deve prepararsi a una lunga guerra di logoramento contro il fanatismo religioso.

Macron ha promesso che avrebbe aumentato il budget della difesa per mettersi in linea con l’obiettivo di spesa fissato dalla NATO: il 2% del PIL di ciascun Paese dell’alleanza entro il 2025. Ora solo gli USA, il Regno Unito, la Polonia - e (nel loro piccolo) l’Estonia e la Grecia - hanno raggiunto questo traguardo. La Francia è al 1,79%. Macron dovrà distribuire accuratamente le priorità di spesa se vorrà soddisfare questa promessa.

Dopo gli attentati del 2015 la forza pubblica è stata affiancata dalle forze armate per mantenere l’ordine e la sicurezza. L’ Operation Sentinelle (analoga ai nostri Vespri Siciliani durante l’emergenza mafia in Sicilia) mobilita ora 7000 militari di carriera e 3000 riservisti impegnati nel pattugliamento delle strade e nel presidio dei siti sensibili. La Francia non era nuova all’uso straordinario di soldati per affiancare i gendarmi: nel 1995 l’operazione Vigipirate era scattata per rispondere agli attentati dinamitardi di allora. Oggi però l’impegno militare è quantitativamente diverso: per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la Francia dispiega più truppe a difesa del proprio territorio che all’esterno dei propri confini.

I problemi connessi al mantenimento di questo dispiegamento di forze sono molteplici: la cooperazione fra unità militari e unità di pubblica sicurezza, l’addestramento mirato alla sicurezza urbana, l’accelerato logoramento dei militari costretti a turnare in continuazione ed a percorrere in media 25 km al giorno per presidiare il territorio. Ma altri problemi consistono nell’erosione della capacità di risposta operativa di fronte a minacce esterne, per non parlare delle questioni logistiche e legali connesse con l’impiego di personale misto nelle operazioni di presidio.

Una possibilità che si presenta a Macron per garantire l’efficacia di questa complementarietà può risiedere nel potenziamento della Guardia Nazionale, creata nel 2016 e che dovrebbe raggiungere 85.000 uomini nel 2018 integrando fra loro Polizia Nazionale, Gendarmeria e militari riservisti.

Tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU stanno ammodernando il proprio arsenale nucleare per diversi motivi. Il primo è che, dopo la frenata dei budget destinati alla guerra nucleare successivi alla fine della guerra fredda, la situazione geopolitica attuale sta spingendo ciascuno dei paesi che possiedono la bomba atomica ad aggiornare il proprio arsenale. Questo sta diventando obsoleto non solo dal punto di vista tecnico ma anche strategico: si passa da un arsenale con l’obiettivo principale di garantire la Mutua Distruzione Assicurata ad uno che dovrebbe garantire la capacità di lanciare ipotetici (e terribilmente pericolosi) conflitti limitati. Inoltre, i nuovi vettori dovranno essere teoricamente in grado di oltrepassare le sempre più sofisticate difese antimissile.

La Francia possiede principalmente arsenali navali ed aerotrasportati. Il nuovo presidente dovrà decidere sui progetti di sviluppo della nuova testata nucleare aerotrasportata che sarà schierata fra il 2035 e il 2040. Secondo uno studio del parlamento francese, Il bilancio della deterrenza nucleare dovrebbe aumentare dai 3 miliardi e mezzo di Euro dell’anno scorso a 6 miliardi nel 2025. Preoccupa molto la conclusione di quello stesso studio:Un euro investito nella deterrenza nucleare produce 20 euro nel rilancio dell’economia nazionale”.

Naturalmente, Macron dovrà anche valutare attentamente il rischio di isolamento nazionale qualora non prestasse adeguata attenzione al sempre più radicato movimento pacifista, a partire dall’Iniziativa Umanitaria che raccoglie 159 nazioni col supporto di ONU, Croce Rossa e una miriade di Organizzazioni Non Governative. All’ONU è iniziata a marzo e continuerà quest’estate una conferenza per la proibizione delle armi nucleari. Conferenza disattesa – guarda un po’ - dalla Francia e da tutti gli Stati Nucleari.

La Brexit influenzerà non solo il quadro economico, soprattutto quello dell’isola ormai extraeuropea, ma anche l’equilibrio della NATO. La Francia dovrà spostare verso partner europei alcune delle collaborazioni militari realizzate nell’ambito della UE ed ora in essere con il Regno Unito

Gli ultimi mesi dell’era obamiana hanno portato ad un riacutizzarsi della guerra fredda con la Russia, che ha preso come una sfida diretta all’integrità del proprio territorio il dispiegamento di basi militari e sistemi antimissile NATO concentrati proprio nelle repubbliche baltiche e in Polonia.

La Francia dovrà tenere conto del fatto che la Russia ha risposto con una parallela rimilitarizzazione che ha incluso anche il rafforzamento del proprio arsenale nucleare. Putin non dimenticherà certo che Macron è stato il più critico verso Mosca dei quattro candidati all’Eliseo e l’unico che non ha sostenuto l’eliminazione delle sanzioni contro la Russia.

La Brexit influenzerà non solo il quadro economico, soprattutto quello dell’isola ormai extraeuropea, ma anche l’equilibrio della NATO. La Francia dovrà spostare verso partner europei alcune delle collaborazioni militari realizzate nell’ambito della UE ed ora in essere con il Regno Unito.

I principali candidati saranno la Germania e l’Italia. Nel settore della difesa noi italiani ci stiamo assumendo sempre più vaste responsabilità, dalle operazioni in Libia alla gestione dei migranti all’armamento dei droni Reaper al progetto Eurodrone.

Rimane l’incertezza sull’atteggiamento che gli Stati Uniti decideranno di avere nei confronti della NATO. Negli ultimi giorni il segretario alla Difesa Mattis ha rassicurato gli alleati neutralizzando i dubbi elettorali di Trump sull’automatismo insito nell’articolo 5 del Trattato (obbligo di risposta armata di tutti gli alleati alle azioni ostili verso uno dei membri). Ma anche in altre nazioni che hanno sottoscritto il Trattato si stanno intensificando le spinte eccentriche ed isolazioniste: dal crescente autoritarismo turco parallelo al rappacificamento con la Russia, alla crescita dei movimenti nazionalisti e sovranisti in Ungheria, Polonia, Italia e nella stessa Francia. Infatti, nonostante la sconfitta al ballottaggio, il Front National è al suo massimo storico (33,9%) con percentuali da fare invidia alla nostra Democrazia Cristiana dei tempi d’oro.

In queste condizioni la NATO ha smarrito il valore di cooperazione fra Paesi uniti da valori comuni per rimanere una mera alleanza di carattere militare. Il nuovo presidente francese saprà raddrizzare il timone?

Mentre Trump sta alzando il livello dello scontro dialettico con la Cina, quest’ultima si troverà a dover sostituire il tradizionale partner commerciale americano, acquisito negli anni del divorzio maoista dall’URSS. E’ possibile che Pechino punti non verso l’Europa - che ancora non offre un punto di riferimento univoco e consolidato - ma verso le nazioni costituenti più forti, Francia fra i primi. In parallelo, il risveglio militare cinese e le sue mire egemoniche nell’area del mar Cinese Meridionale spingono i vicini - in particolare Giappone, Corea del Sud ed India – a trovare partner militari disponibili a rinforzare la loro presenza nella regione Indo-Pacifica. Questa, peraltro, rappresenta anche il principale cardine economico dell’intero pianeta.

E’ probabile che Macron saprà approfittare dell’occasione e potenzierà l’impegno francese per la sicurezza dell’area già lanciato nel 2012 dal ministro della difesa Jean-Yves Le Drian quando dichiarò che la Francia si considerava un partner coinvolto al 100% nel mantenimento della pace nel Pacifico.

Infatti, l’85% della sua zona economica esclusiva battente il tricolore francese si trova proprio negli oceani Indiano e Pacifico, insieme a numerose isole e basi militari permanenti. La Francia è partner della Alleanza Quadrilaterale del Pacifico del Sud insieme a Australia, Nuova Zelanda e USA, senza dimenticare che ora l’80% del traffico marittimo globale passa proprio per il Mare Cinese Meridionale.

Guarda caso la missione navale Giovanna D’Arco - lanciata in marzo e che si concluderà il prossimo luglio - vede la nave da assalto anfibio FS Mistral e la fregata Courbet dispiegate proprio nell’Oceano Indiano.

La Francia come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sostiene le sanzioni contro il regime di Pyongyang. Ora il confronto fra due leaders assolutamente imprevedibili come Trump e Kim Jong Un potrebbe rapidamente portare al disastro.

In questo, la Francia – spinta e giustificata dai propri interessi economici nella regione – potrebbe dare un contributo decisivo mediando efficacemente all’interno del tessuto di relazioni, alleanze e ostilità che caratterizzano la Corea del Nord, le nazioni circostanti ed i loro pericolosi alleati.

La Francia e gli altri Paesi occidentali spesso devono fare ricorso a gruppi armati locali per combattere i terroristi di ISIS nell’Est della Libia. Ma devono rendere evidente che queste sono collaborazioni tattiche e non politiche perché ne risulterebbe indebolita l’autorità di queste nazioni come garanti del processo di pace stesso

La Francia ha sempre mostrato una viva preoccupazione per la guerra civile siriana. E’ stata fra le prime a chiedere la cacciata di al-Assad dopo gli attacchi chimici attribuiti al suo regime, ed è stata la seconda nazione, dopo la Russia, ad iniziare i bombardamenti sulle roccaforti ISIS nel settembre del 2015 in risposta agli attentati di Parigi.

Ora la Francia deve impegnarsi seriamente nella pacificazione di quest’area se vuole garantirsi l’eliminazione delle basi logisitiche e di comando da cui partono gli attacchi terroristici al proprio territorio.

Anni dopo la brillante operazione francese Serval (gennaio 2013-agosto 2014) la minaccia terroristica non si può certo considerare sradicata dal Mali. Proprio quest’anno si sono verificati i più sanguinosi attentati contro la popolazione maliana. L’accordo di pace del 2015 non è stato ancora completamente implementato, e la missione ONU MINUSMA ha mostrato i suoi limiti non solo nell’inadeguatezza di fondi e personale disponibili, ma perché è stata realizzata con il duplice contraddittorio obiettivo di lotta antiterrorismo ma al contempo anche di peacekeeping ed aiuto alle popolazioni. Forse anche per questo è risultata la più costosa anche in termini di vite umane: ben 116 caschi blu uccisi.

I governi del Chad, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Niger hanno più volte richiesto aiuto per la realizzazione di una forza antiterrorismo regionale che affronti in maniera coordinata la crisi nella fascia del Sahel. La stabilizzazione di questi territori dipende in modo decisivo dal successo della Operation Barkhane lanciata dall’Eliseo. Il capo di Stato Maggiore Pierre de Villiers ha riassunto perfettamente la situazione al forum di Dakar dello scorso dicembre: “Non ci può essere una pace duratura senza sviluppo né uno sviluppo duraturo senza pace.” E senza porre un freno alla corruzione dilagante in tutta l’area, non ci può essere certamente nessuno dei due.

La Francia ha promosso l’intervento militare che nel 2011 ha eliminato Gheddafi dalla scena precipitando la Libia nel caos da cui ancora non è riemersa. Ora Macron dovrà avviare una strategia di stabilizzazione che coinvolga non solo Serraj e Haftar - i due principali antagonisti - ma anche tutto il tessuto di ramificazioni tribali la cui cooperazione è indispensabile a qualsiasi governo che voglia considerarsi autorevole rappresentante della nazione libica.

La Francia e gli altri Paesi occidentali spesso devono fare ricorso a gruppi armati locali per combattere i terroristi di ISIS nell’Est della Libia. Ma devono rendere evidente che queste sono collaborazioni tattiche e non politiche perché ne risulterebbe indebolita l’autorità di queste nazioni come garanti del processo di pace stesso.

Ora il supporto francese per Serraj, che ogni giorno di più risulta perdente rispetto al suo antagonista, combinato con il supporto al Consiglio Presidenziale nella disputa fra questo e la National Oil Company che controlla la ricchezza petrolifera (e quindi la maggior parte della ricchezza totale), rischia di indebolire non solo la posizione francese ma quella dell’intera Europa.

Oltre all’interventismo militare, la nuova amministrazione francese dovrà collaborare con le altre nazioni per individuare un percorso di stabilizzazione dei territori ora sotto il controllo diretto o indiretto del fanatismo islamico, dalla Siria all’Iraq, dalla Libia al Sahel, la sfida rimarrà quella di individuare e aiutare ad affermarsi una struttura statuale riconosciuta dalla popolazione. ISIS potrà sopravvivere alla riconquista di Mosul e di Raqqa finché avrà modo di mimetizzarsi e sparire nel caos mediorientale o nordafricano.

Solo un deciso contributo all’eliminazione del caos politico in ciascuno di quei territori potrà togliere l’acqua in cui ora nuotano i terroristi.

In conclusione, il nuovo inquilino dell’Eliseo avrà solo l’imbarazzo della scelta nell’elenco delle sfide che dovrà affrontare nei prossimi cinque anni. A differenza degli Stati Uniti, la Francia non può permettersi il lusso dell’isolazionismo, ma dovrà lavorare insieme alle altre nazioni del Continente.

Macron è il più europeista di tutti i presidenti francesi dai tempi di Francois Mitterand, per cui possiamo sperare che stavolta l’uomo giusto sia veramente finito al posto giusto.

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