Ode al codice a barre, il simbolo “satanico" che ha cambiato il mondo

Secondo una leggenda metropolitana i codici a barre applicati su tutti i prodotti commerciabili contengono in forma cifrata il numero 666. La verità è che senza questa invenzione, testata per la prima volta 45 anni fa, il mondo sarebbe radicalmente diverso rispetto a come è oggi

Barcode
15 Luglio Lug 2017 0830 15 luglio 2017 15 Luglio 2017 - 08:30
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Ci sono diversi modi di raccontare la storia del codice a barre, che nel luglio 1972, esattamente 45 anni fa, veniva testato per la prima volta in un supermercato Kroger di Cincinnati. Quella più affascinante parla dei suoi giovani inventori. È il 1948 e un neulareato del Drexel Institute of Technology di Philadelphia ascolta per caso il discorso tra il presidente di una catena di supermercati locale, Food Fair, e un professore dell’università. Il commerciante cerca un modo per automatizzare il processo noioso di registrare, a fine giornata le transazioni avvenute nel supermercato. Il ragazzo, Bernard Silver, 24 anni, ne parla con un amico più grande di tre, Norman Joseph Woodland. Decidono di lavorarci assieme, usano un inchiostro ultravioletto, ma il metodo non funziona ed è troppo costoso. Silver decide di prendersi una pausa, Woodland no. Ha lavorato come assistente al progetto Manhattan, quello per sviluppare la bomba atomica, e ama le sfide. Lascia l’università, dove era lecturer, e si trasferisce nella casa del nonno, in Florida, vicino a Miami Beach. L’intuizione è quella di usare l’unico codice che conosceva, il codice Morse, appreso durante i boy scout. L’idea non riesce a essere messa in pratica finché, narra la leggenda, Woodland non si ritrova a inserire i punti e i trattini del codice Morse sulla sabbia di una spiaggia. È sovrappensiero e comincia ad allungare con le dita i segni. In circolo, però, riproducendo la forma di un bersaglio per freccette. Lì scatta l’intuizione: si accorge che in quel modo i tratti originati dai punti si trasformano in solchi più stretti che, accanto a solchi più larghi originati dalle linee, fanno di quel disegno un possibile nuovo codice (la storia è raccontata sul sito di Gs1 Italy). Si entusiasma, brevetta il metodo assieme all’amico Silver nel 1949 e comincia a lavorare a dei prototipi di scanner. Ma tutto si ferma lì, perché il laser è un’invenzione di là da venire e lo strumento messo a punto dai due è una lampada da 500 Watt, mutuata dalla tecnologia cinematografica e costosissima. Woodland entra all’Ibm, dove resterà per moltissimi anni, e neanche lì riesce a risolvere i limiti tecnici. Nel 1952 vende alla Philco il brevetto per 15mila dollari, che dividerà con Silver. Sembra tutto finito.

Norman Joseph Woodland, l’uomo che ideò il progenitore dell’attuale codice a barre

La leggenda parla di un’intuizione arrivata durante una giornata al mare: Woodland comincia a disegnare sulla spiaggia dei punti e delle linee orizzontali, provenienti dal codice Morse. Si accorge che se con le dita allunga in verticale quei segni, i tratti originati dai punti si trasformano in solchi più stretti che, accanto a solchi più larghi originati dalle linee, fanno di quel disegno un possibile nuovo codice

A questo punto è arrivato il momento di raccontare la storia da un altro punto di vista. Più noioso ma più interessante per capire quanto il codice a barre abbia cambiato la nostra vita. Lo ha fatto brillantemente una serie radiofonica della Bbc, “50 Things that made the modern economy”, che al codice a barre ha dedicato una delle primissime puntate, tra l’iPhone e il sistema bancario. La storia parla di una lunga serie di tentativi di accordarsi su uno standard di riconoscimento dei prodotti tra un’associazione di produttori di alimenti, la Gma, e un’associazione di supermercati, la Nafc. Vengono creati comitati e sotto-comitati, in motel anonimi come il Carrousel Inn di Cincinnati, Ohio, si discute del numero di barre e poi di costi. Finché non cominciano le sperimentazioni, in una corsa con più protagonisti: la RCA, che nel frattempo aveva acquistato il brevetto dalla Philco, la Ncr (National Cash Register, tuttora nome di riferimento nel settore) e la Ibm, che crea una task force che ci si dedica 12-18 ore al giorno. Nel luglio 1972 la catena di supermercati Kroger avvia un test da 18 mesi in un negozio sempre di Cincinnati. Le difficoltà rimangono: i commessi devono etichettare ogni prodotto con il codice a barre, ci sono problemi con l’inchiostro, che sbava e rende illeggibili le etichette. È allora che la forma rotonda di bersaglio viene sostituita da quella con le linee verticali, che sono più leggibili anche quando l’inchiostro dovesse colare. Si arriva così al 26 giugno 1974, quando la Ncr installa un sistema di lettura ottica nel supermercato Marsh's di Troy, Ohio, dove la commessa Sharon Buchanan alle 8.01 scansiona un pacchetto da 10 delle gomme da masticare Wrigley's Juicy Fruit, che ora è conservato al museo Smithsonian di Washington.

Il primo prodotto battuto su uno scan di un supermercato, un pacchetto di gomme da masticare Wrigley's Juicy Fruit (fonte: Gs1 Italy)

Si pensava al codice a barre semplicemente come a un mezzo per abbassare i costi. In realtà cambiò i rapporti di forza tra produttori e venditori

Sembra l’inizio di una nuova era ma non è così, tanto che nel 1976 Business Week titola: "The Supermarket Scanner That Failed". I produttori vogliono che i retailer acquistino gli scanner, i retailer che i produttori applichino i codici direttamente sulle confezioni dei prodotti. Nessuna delle due categorie vuole fare la prima mossa. Lo stallo si rompe quando si comincia a capire che il processo non solo fa diminuire leggermente i costi dei negozi alimentari che lo adottavano, ma fa aumentare le vendite del 10-12% nel giro di poche settimane, perché rende più semplice avere informazioni sui gusti dei consumatori. Una grossa mano la dà l’alta inflazione della fine degli anni Settanta, perché c’è la necessità di cambiare i prezzi rapidamente ed è molto più comodo cambiare il prezzo solo sullo scaffale invece che su ogni singolo prodotto.

Quando lo standard fu adottato, però, successe qualcosa di più potente di quanto si potesse immaginare: un cambiamento dei rapporti di forza tra i produttori e i rivenditori, a favore di questi ultimi, e in particolare di quelli più grossi. Un piccolo negozio aveva poco da risparmiare adottando un sistema di scanner e codici a barre. Un grande negozio aveva di fronte delle potenzialità enormi: poteva gestire in modo efficiente moltissimi prodotti di genere diverso, poteva beneficiare di una logistica “just in time”, poteva, come poi fece, studiare in dettaglio i gusti dei consumatori anche attraverso le carte fedeltà. Non a caso, sottolinea lo speciale della Bbc, la crescita della diffusione dei codici a barre coincide con quella dei “big box” della distribuzione, fino al numero uno della diversificazione, il colosso Wal-Mart.

La maglia dell’Inter della stagione 2017-2018, ispirata ai codici a barre

il codice a barre è entrato nella cultura popolare: copertine di dischi, opere d’arte, tatuaggi lo hanno usato come denuncia del consumismo. In altri casi ne è stata semplicemente ripresa l’estetica irregolare, come è successo con la maglia 2017-2018 dell’Inter

Il resto della storia è quella di un modo di etichettare che si è diffuso in tutti i prodotti, travalicando il mondo alimentare, e con oltre 30 diversi formati, come il QR Code, che ha origini in Giappone. Quello più diffuso è nei prodotti al dettaglio di tutto il mondo si chiama Universal Product Code (UPC) ed è approvato dal consorzio GS1 (assieme ad altri).

Ben presto il codice a barre è entrato nella cultura popolare: copertine di dischi (come AFL1-3603, a firma di Dave Davies dei Kinks), opere d’arte, tatuaggi lo hanno usato come denuncia del consumismo. In altri casi ne è stata semplicemente ripresa l’estetica irregolare: per rimanere a casi italiani recenti è un continuo codice a barre l’interno dell’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio. Così come richiama moltissimo quell’estetica la maglia 2017-2018 dell’Inter. La più bizzarra delle interpretazioni della cultura pop riguarda un presunto significato satanico celato dietro il codice. Tutto nacque da un libro del 1982, “The New Money System 666" di Mary Stewart Relfe, la quale si avventurava in diverse profezie basate su una personalissima lettura della Bibbia. Tra le altre conclusioni a cui giunse, ci fu quella che i codici contenessero in forma cifrata il numero 666, che come noto è il numero della Bestia. Era un delirio, che generò una leggenda metropolitana. Quel libro è in vendita tutt’oggi e ha raccolto un voto medio di 4 stelle e mezzo nelle recensioni su Amazon. Un altro soggetto, tra i tanti, che senza i codici a barre non potrebbe neppure essere nato.

La copertina del libro “The New Money System 666" di Mary Stewart Relfe

La Delorean di Ritorno al Futuro II, la cui targa è formata da un codice a barre

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