Perché non possiamo fare a meno dell’Egitto (nonostante Regeni)

Energia, flussi migratori, geopolitica: comunque la si guardi, Al Sisi è un alleato fondamentale in tutte le partite strategiche che riguardano l’Italia. La verità sul caso Regeni è importante, ma il muro contro muro è una strategia che non ci possiamo permettere

Al Sisi
17 Agosto Ago 2017 0830 17 agosto 2017 17 Agosto 2017 - 08:30

Il brutale omicidio di Giulio Regeni del febbraio 2016 è tornato, questo agosto, ad occupare le pagine dei giornali. La decisione del governo di rimandare l’ambasciatore italiano al Cairo – era stato richiamato in patria ad aprile 2016, a causa della mancata collaborazione delle autorità egiziane nel scoprire i colpevoli – il 14, e la pubblicazione sul New York Times Magazine di un’inchiesta che rinnova le accuse agli apparati di sicurezza egiziani, a Ferragosto, hanno riaperto una ferita mai rimarginata nell’opinione pubblica italiana e non solo.

Al di là di alcuni dettagli e di molte ipotesi, l’articolo del prestigioso giornale americano non ha portato elementi nuovi o particolarmente significativi al quadro già noto. Viene confermata la tesi di un ruolo degli apparati di sicurezza egiziani, ma ancora non si fa chiarezza sul grado di responsabilità dei vertici del potere, del presidente Al Sisi in testa. Probabilmente sapevano, dopo l’accaduto, e hanno insabbiato. Non è chiaro però se abbiano in qualche modo ordinato, o propiziato, la barbara uccisione del ricercatore italiano, o se invece l’abbiano subita. In ogni caso suscita una diffusa indignazione – in primis tra i familiari e gli amici di Regeni - la decisione dell’Italia, in questa situazione, di riallacciare (anche ufficialmente) i rapporti con l’Egitto.

“Si chiama Stato il più gelido di tutti i gelidi mostri”, scriveva Nietzsche in Così parlò Zarathustra, e se si provano ad approfondire le ragioni della politica estera italiana non si può che essere d’accordo – ancora una volta – col filosofo tedesco. Le forze che spingono per un riavvicinamento tra Roma e il Cairo sono molto più forti di quelle che pretenderebbero il congelamento, se non la rottura, dei rapporti con un regime antidemocratico e brutale come quello dell’ex generale Al Sisi.

In primo luogo l’economia. Nell’estate 2015 Eni ha scoperto Zohr, il più grande giacimento di gas naturale – risorsa a cui l’Italia fa un ampio ricorso, molto al di sopra della media mondiale o europea – del Mar Mediterraneo. Circa 850 miliardi di metri cubi di gas sepolti nelle acque territoriali egiziane. L’impatto di questa scoperta per il cane a sei zampe è enorme, e potenzialmente anche per il Paese. Si prospetta infatti una minore dipendenza energetica dalla Russia e dagli altri Paesi del Nord Africa, Algeria in primis, e una maggiore libertà (e forza) negli spazi di manovra geopolitica per l’Italia. Ad esempio nei rapporti con l’Iran, con cui l’Italia sta cercando di ricostruire il sostanzioso interscambio economico che preesisteva alle sanzioni (tolte nel 2015), poter fare affidamento su una miniera come quella di Zohr irrobustisce notevolmente la posizione negoziale di Roma. Stesso discorso si può fare per il Qatar, che con l’Iran condivide l’enorme giacimento South Pars, e che con l’Italia ha stretti rapporti. Di recente, in piena crisi Qatar/Arabia Saudita, il Ceo di Eni, Claudio Descalzi, è andato a Doha a incontrare i vertici economici e politici dell’emirato per parlare proprio di gas e petrolio. Pochi giorni dopo è stato inoltre finalizzato un accordo tra Qatar e Fincantieri dal valore di 5 miliardi di dollari, per la fornitura di 7 navi in 5 anni alla marina militare di Doha.
Si possono poi ipotizzare anche significative ripercussioni sui prezzi del gas. Questa fonte di energia è relativamente “pulita” ed ha il pregio di tenere l’Italia in linea con gli obiettivi europei di contrasto all’emissione di gas inquinanti. Ha però il difetto di essere costoso. Un aumento tanto significativo dell’offerta dovrebbe quindi far calare il costo della materia prima.

Ma non sono solo i soldi a muovere una democrazia, anzi. La merce più preziosa per qualsiasi governo è il consenso. Quello che l’attuale esecutivo è destinato a perdere per il proprio atteggiamento sulla questione Regeni scompare rispetto a quello che è in grado di muovere (oggi) un tema come l’immigrazione. E se l’Italia vuole avere un peso determinante nel futuro della Libia, e quindi nella gestione del flusso di migranti che di qui transita, i rapporti con l’Egitto sono imprescindibili

Ma non sono solo i soldi a muovere una democrazia, anzi. La merce più preziosa per qualsiasi governo è il consenso. Quello che l’attuale esecutivo è destinato a perdere per il proprio atteggiamento gelido e cinico sulla questione Regeni scompare rispetto a quello che è in grado di muovere (oggi) un tema come l’immigrazione. L’Italia sta provando a sigillare, o almeno restringere, il fronte sud, di recente con qualche risultato. Tuttavia le toppe messe a quello che, secondo gli esperti, sarà un fenomeno epocale destinato a durare decenni non danno grandi garanzie di tenuta. Il maggior impegno della guardia costiera libica, gli accordi con le tribù del Fezzan che presidiano il confine sud della Libia, quelli con governi sostenuti da milizie in perenne guerra tra loro, sembrano destinati a durare solo finché la situazione si mantiene in un precario equilibrio. Ma se l’Italia vuole avere – come ha finora sempre avuto – un peso determinante nel futuro della Libia, e quindi nella gestione del flusso di migranti che di qui transita, i rapporti con l’Egitto sono imprescindibili. Il Cairo è infatti il principale sponsor del generale Haftar, che controlla la Cirenaica e che finora è stato l’attore che ha avuto i rapporti più tesi con l’Italia. Dialogare coi militari egiziani serve adesso, e servirà ancor di più in prospettiva, per portare al tavolo le fazioni libiche orientali (e non solo) che sostengono Haftar e per siglare accordi in tema di controllo delle rotte migratorie che abbiano una speranza di vita più lunga di quelli attuali.

Oltre all’economia e al consenso, infine, pesa anche la geopolitica in senso stretto. Il Cairo è un attore molto importante nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. È alleato dell’Arabia Saudita – che sostanzialmente paga i conti del regime di Al Sisi, o quasi – ma non ha una posizione pregiudizialmente ostile all’Iran sciita. Non ha buoni rapporti con Qatar e Turchia – troppo vicini ai Fratelli Musulmani, considerati terroristi dall’Egitto – ma fa parte del mondo sunnita. Nella questione israelo-palestinese è sicuramente uno degli attori principali che si possono coinvolgere. Era storicamente vicino agli Usa e ora intrattiene rapporti amichevoli con la Russia di Putin. Avere relazioni con l’Egitto serve all’Italia non solo per fare affari vantaggiosi in tutta l’area, ma anche per proiettare la propria potenza diplomatica negli scenari sensibili.

In un’epoca, questa, in cui le dinamiche di potere della seconda metà del ‘900 sembrano archiviate e in varie aree del mondo pare si torni al Grande Gioco del secolo precedente, l’Italia non vuole rinunciare a giocare la propria partita. Anche nella prospettiva – auspicabile per molti versi – di una futura Unione europea dotata di una sua politica estera e di una sua forza militare, questa nascerà comunque dalla somma dei vari Stati nazionali. Avere qualcosa da portare al tavolo, in particolare un capitale di rapporti coi vari attori della sponda sud del Mediterraneo, è sicuramente nell’interesse di Roma. E che queste considerazioni astratte passino sopra il corpo torturato e senza vita di un giovane ragazzo innocente, o di centinaia di giovani ragazzi innocenti, non è tristemente una novità.

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