Questione generazionale

Ieri senza diritti, oggi senza lavoro, domani senza pensione: la “generazione maledetta” dei 30-40enni

Gli ultimi dati Istat dicono che la disoccupazione è scesa in tutte le classi d’età, tranne tra i 35-49enni, dove i disoccupati sono ormai quasi un milione. Per loro non è previsto alcun incentivo ad hoc. E ad aspettarli ci sarà una pensione da fame

Anonymous Linkiesta

(Pixabay/Creative Commons)

3 Ottobre Ott 2017 0715 03 ottobre 2017 3 Ottobre 2017 - 07:15

Non sono più giovani, ma neanche anziani. La generazione di mezzo, che l’Istat incasella nelle sue statistiche nella fascia 35-49 anni, è quella che se la passa peggio. In quest’area, non protetta da sgravi e incentivi ad hoc, si concentra il maggior numero di disoccupati italiani: 996mila, secondo gli ultimi dati. Quasi un milione tra over 35 e under 50 sono alla ricerca di un lavoro e non lo trovano. E molti finiscono per mollare la presa, visto che in questa fascia non solo calano gli occupati ma aumentano anche gli inattivi (+ 0,2%), quelli che rinunciano pure a mandare curriculum e fare colloqui.

Dopo aver superato il passaggio infernale dell’ingresso nel mercato del lavoro, tra i 35 e i 40 anni ci si aspetterebbe di raggiungere una certa stabilità. «È la fase in cui ti stabilizzi, ma spesso nella condizione in cui sei: se sei disoccupato, resti disoccupato», commenta Francesco Seghezzi, direttore della Fondazione Adapt. Non a caso, in questa fascia d’età si raccoglie il maggior numero di disoccupati di lunga durata. Tra chi ha più di 35 anni e non ha un lavoro, 942mila sono alla ricerca da più di un anno. Quasi un terzo del totale dei disoccupati italiani.

Gli ultimi dati pubblicati dall’Istat, riferiti ad agosto 2017, mostrano come la disoccupazione cala in tutte le fasce d’età, a eccezione proprio dei 35-49enni. E questa è anche l’unica fascia in cui gli occupati non crescono. Rispetto allo scorso anno, tra i 35-49enni quelli con un’occupazione sono 147mila in meno. Anche se dall’Istat precisano che su questa cifra influisce il calo demografico, l’incidenza dei disoccupati nella classe d’età continua ad aumentare. Un bacino abitato da circa 13 milioni di italiani, circa la stessa popolazione della fascia 50-64 anni. Ma tra i più anziani i disoccupati sono 400mila in meno.

Quasi un milione di disoccupati tra i 35-49enni, quindi non inattivi, significa che queste persone sono alla ricerca di un lavoro. E se c’è una domanda, c’è anche bisogno di una risposta

Dati Istat destagionalizzati, agosto 2017

«Quasi un milione di disoccupati tra i 35-49enni, quindi non inattivi, significa che queste persone sono alla ricerca di un lavoro», spiega Francesco Seghezzi, «E se c’è una domanda, c’è anche bisogno di una risposta».

Sono quelli che hanno vissuto in pieno la stagione dei tagli alla scuola pubblica. Che erano ventenni o poco più quando hanno cominciato a circolare sigle come cococo e cocopro, usate dai datori di lavoro per risparmiare e precarizzare il lavoro. E che erano alle soglie dei trent’anni o poco al di sopra quando da noi è esplosa la crisi economica.

Una “generazione maledetta”, molto più dei Millennial. Incentivi ad hoc per gli over 35 non ne esistono. Tranne gli sgravi del Jobs Act, che erano destinati a tutte le età, per il resto le agevolazioni esistenti riguardano i giovanissimi, o i più anziani. I conti li ha fatti Il Sole 24 Ore: ad oggi esistono risorse per circa 6 miliardi, distribuite in 24 diverse misure pensate per gli under 35, di cui molte, in realtà, si sono rivelate grandi flop. Da Garanzia Giovani al leasing per l’acquisto della prima casa. L’ultimo provvedimento è il bonus “Resto al Sud” del decreto per il Mezzogiorno per i nuovi imprenditori meridionali. Fascia d‘età di destinazione? 18-35 anni. Senza contare gli interventi messi in campo a livello regionale. La Lombardia, ad esempio, ha creato una linea di prestiti a fondo perduto e agevolati per chi ha meno di 35 anni o sopra i 50 ed è senza un lavoro. In mezzo, il vuoto.

«Incentivi non ce ne sono. E in più in molti casi sono persone che non hanno nemmeno una formazione adeguata. Ma gli imprenditori preferiscono formare un ventenne, anziché un 40enne», aggiunge Seghezzi.

La crescita maggiore della condizione di povertà tra 2015 e 2016 si è avuta proprio nelle famiglie con persona di riferimento compresa tra i 35 e i 44 anni. Fino a sfiorare quasi il 9 per cento. E senza poter vedere neanche la luce in fondo al tunnel, visto che quelli nati negli anni Ottanta – secondo le simulazioni dell’Inps –, tra una interruzione contributiva a l’altra dovranno lavorare almeno fino a 75 anni. Per avere una pensione media più bassa del 25% rispetto ai propri genitori.

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