Adesso basta, avete ridotto De Andrè a uno stereotipo cinico (e non chiamatelo Faber, grazie)

Mentre su Rai 1 va in onda la vita di Faber ci rendiamo conto che il mito del cantautore genovese lo sta riducendo a semplice icona. Ma la personalità di De Andrè è molto di più di un prodotto inflazionato. Ce lo racconta un genovese

De Andre Linkiesta
15 Febbraio Feb 2018 0740 15 febbraio 2018 15 Febbraio 2018 - 07:40

"I pareri sono come il buco del culo, ognuno ne ha uno". A citare Tom Waits in uno stato su Facebook a proposito della fiction su De Andrè andata in onda gli scorsi giorni su Rai1 è Chicco Sirianni, cantautore genovese che, contro ogni pronostico, ha trovato ben reso lo spirito del suo maestro tanto da scrivere che a lui, la fiction, personalmente, è piaciuta.

A me, personalmente, non so.

E non lo so perché non l’ho vista. E non l’ho vista perché di De Andrè non se ne può più.

Non so da quanti anni non riesco più ad ascoltare Il Pescatore, o La canzone di Marinella. Da quanti non riesco più ad ascoltare Dolcenera è facile da calcolare, da quando diventò la sigla di Che tempo che fa. Quando le canzoni che amiamo visceralmente diventano classici già un po’ diventa un problema sentirle suonare in ogni dove, ma quando il loro cantante diventa una specie di santo da brandire come una bandiera, è la fine, anche se quelle canzoni sono così intimamente rappresentative del nostro modo di essere, finiscono col diventare inascoltabili promemoria di questo sputtanamento vergognoso del loro successo, del loro non essere più solamente anche di altri, del loro essere diventate di troppi.

C’è una matrice di egoismo, di possessività, di gelosia - quindi di paura - che tutti conosciamo, a vari gradi, in questa banalissima logica stile “ti amo ma non posso amarti”, non è difficile riconoscerlo, ma c’è anche il legittimo sospetto che, effettivamente, quello che sembra un intollerabile sputtanamento, possa essere effettivamente un intollerabile sputtanamento.

Come tutti i genovesi, conosco a memoria le canzoni di De Andrè, ci sono cresciuto, sono passato davanti a Gaggero in Via del Campo infinite volte e infinite volte ho sentito la voce di De Andrè venire fuori dal negozio di strumenti reso perpetua camera ardente, le ho cantate all’asilo, le ho sentite essere e diventare parte della mia identità, del DNA di tutti quelli nati e cresciuti sotto la Lanterna, davanti alla Chiamata del porto, perché non c’è niente come il suo porto che ha reso Genova operosa e moderna, e così commovente per De Andrè cantarla.

Tra i tanti cantanti autoctoni che la mia città ha avuto, è evidente che sia De Andrè, per tutta una serie di infinite coincidenze - compreso lo stare più in Sardegna e a Milano che a Genova, condizione essenziale per cogliere l’essenza della città, cioè il fatto che Genova è una città da ricordare, una città da cui si deve partire, una città in cui ritornare a posare le ossa, come intona la più struggente canzone cittadina, Ma se ghe penso – a esserne il menestrello, l’aedo, il profeta. Un ruolo scomodo, per un anarchico, essere il “principe libero” di una città. Un’eredità ingombrante, difficile tenerla viva senza appiattirla.

Però la corda è stata tirata troppo e Fabrizio De André, negli ultimi anni, ha subito quella sorta di beatificazione che spetta alle icone pacifiche, tipo Gandhi, o John Lennon. De Andrè ha finito col diventare nell’immaginario collettivo un santino, e la sua personalità - contraddittoria, capricciosa, goliardica, collerica, vigliacca, coraggiosa, in rivolta, specie con se stesso – è stata ridotta a quella di un Che Guevara con la chitarra, a slogan sui muri dei vicoli genovesi tracciati con gli spray da fighetti privilegiati convinti che basti vestirsi da hippy no global per vivere “in direzione ostinata e contraria” (tanto le spese legali se li beccano a imbrattare i muri gliele paga papà). Tra quattro insurrezionalisti al bar che si fanno le cannette e bevono birre artigianali bofonchiando di cambiare il mondo e buonofili (quelli che fingono di non capire che il buonismo non è un antidoto al cinismo, ma solo la stessa presuntuosa visione del mondo espressa in maniera più stucchevole), pronti a riempirsi la bocca di ultimi della terra, poesia, libertà, etc, etc, l’unico che, in questi anni di noiosizzazione del caro estinto, ha tentato di restituirci un Fabrizio De Andrè meno paladino della giustizia e un po’ pure brigante, è stato Paolo Villaggio - pace all’anima sua - grazie all’affetto brutale e all’esercizio di pubblica intimità dei suoi caustici ricordi sul migliore amico, facilmente recuperabili su YouTube in forma di interviste più o meno artigianali. Per il resto, tante lacrime, tanti slogan, tanto anarchismo chic.

Però la corda è stata tirata troppo e Fabrizio De André, negli ultimi anni, ha subito quella sorta di beatificazione che spetta alle icone pacifiche, tipo Gandhi, o John Lennon. De Andrè ha finito col diventare nell’immaginario collettivo un santino, e la sua personalità - contraddittoria, capricciosa, goliardica, collerica, vigliacca, coraggiosa, in rivolta, specie con se stesso – è stata ridotta a quella di un Che Guevara con la chitarra, a slogan sui muri dei vicoli genovesi tracciati con gli spray da fighetti privilegiati convinti che basti vestirsi da hippy no global per vivere “in direzione ostinata e contraria” (tanto le spese legali se li beccano a imbrattare i muri gliele paga papà)

Si dirà, sempre meglio che il destino di Battisti in questi lustri, con un lascito bloccato da affetto, gelosia o rancore (bravo chi l’ha capito). Meglio vederlo su Raiuno a San Valentino, interpretato dal (così si dice) mostruosamente bravo Marinelli per la scrittura di bravi sceneggiatori (che peraltro conosco e stimo) come Francesca Serafini e Giordano Meacci, no?

Finora, esasperato dal tam-tam di questi giorni e da questi anni in cui ho visto snaturare nello storytelling più becero l’identità della mia città e della colonna sonora della mia infanzia, come non ero andato a vedere l’anteprima nelle sale cinematografiche, non ho trovato il coraggio di guardarla in televisione.

Poi, stamattina, un’amica che da giorni cerca di polemizzare sulla fiction senza trovare in me una sponda ricettiva, mi ha portato un libro, Genova è mia moglie. Un libro il cui intento, fin dal titolo, avrebbe potuto provocarmi un’ulcera (non sentite già l’aroma del sigaro di Don Gallo, i cori dei No Global al G8, gli ultimi della terra che diventano i primi visto che dal letame nascono i fior?). E invece no. Incredibilmente no. Grazie al cielo (e all’amore, e al denaro) no. Genova è mia moglie è un libro semplice, chiaro, limpido. Un libro garbato, onesto, informato senza essere pedante, genovesissimo senza l’asfittico retrogusto del campanilismo, capace di dare voce a De André senza indulgere nel dolo dell’ideologia preconcetta, della riduzione in pensierini e aforismi della sua poetica.

È un libro fotografico, con una breve introduzione di Dori Ghezzi e misurate e brillanti didascalie di Stefano Tettamanti, spesso ispirate o tratte dai diari dello stesso De Andrè, accanto alle mai scontate foto di Patrizia Traverso. Fine. Basta sfogliarlo. E Genova e Fabrizio, così aspri, spigolosi, superbi, ma soprattutto così splendidamente innamorati, e in quanto tali inscindibili l’una dall’altro, proprio come marito e moglie, proprio come gli autori del volume, sposati fra loro a loro volta, si rinsaldano in una certezza: “Se Fabrizio parlava di manicomi aveva in mente il manicomio di Quarto, se parlava di carceri pensava al carcere di Marassi, se parlava di cimiteri si riferiva al cimitero di Staglieno”. Le sue canzoni sono piene di Genova, quella che negli scatti raccolti in queste pagine si rivela nella sua superba varietà, a partire dal “centro storico più grande d’Europa, mantra ossessivo con cui i genovesi si stordiscono da decenni, che ha finito per trasformarsi in una gabbia, neppure troppo dorata, in un ghetto per emarginati e per turisti pigri”.

“De André riemergeva dai suoi vicoli, o vi si immergeva, a seconda dell’ora. Oxford azzurra con le maniche appena rimboccate, maglioncino chiaro quasi sempre sulle spalle, jeans e mocassini neri senza calze. Mocassini che su grifoni, tritoni, cornici, riccioli, fiori, foglie e spirali in marmo giallo Siena, nero Tarquinia, grigio Bardiglio, rosso Verona o bianco Carrara, dovevano fare scarsa presa, visto che l’andatura di Fabrizio era spesso ondeggiante come quella di un ballerino”. O come quella di un suonatore.

Conoscere Genova è una sfida. Riuscire a restituire integra la natura sfuggente di una città il cui simbolo è Giano, Janus in latino, dio bifronte da cui la tradizione fa discendere il nome di Janua, Genova, ispirandosi alle canzoni di questo ossimoro di essere umano, ultimo fra i primi, “principe libero”, in un libro, non era facile.

Sospendere il mugugno, non è semplice, non succede quasi mai, a un genovese, di mugugnare a torto, come per i pessimisti, la ragione di un carattere malmostoso risiede nell’esperienza. Ma le regole esistono in virtù delle eccezioni. Visto che l’editoria non mi sembra messa meglio e guarda un po’ che gioiellino mi sono inaspettatamente ritrovato fra le mani, chissà che dalla merda (della fiction pubblica italiana) non possa nascere invece che l’ennesimo fiore da hippy (tipo quella boiata su Rino Gaetano), un bel diamante di capacità produttiva e narrativa.

Non mi resta che recuperare la fiction in streaming. E trovare il coraggio di scoprire se - cocina genovese a parte - Marinelli sia stato davvero così mostruosamente bravo da aver dato vita a un De Andrè guardabile senza nemmeno un rimpianto.

Ps. Una cortesia, se non avete fatto le scuole con De Andrè evitate di chiamarlo Faber. Grazie.

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