Perché subire le lezioni di misericordia di Ferrara?

Perché subire le lezioni di misericordia di Ferrara?

Da un paio di giorni, abbiamo ritrovato il nostro vecchio, caro Giuliano Ferrara. Opportunamente, sul Corriere, Aldo Grasso ne ha sottolineato l’emozione della prima puntata, definendola un “buon segno”. L’emozione di un giornalista, a maggior ragione se autorevole come lui, è sempre un buon segno, induce a guardare la parte migliore di un professionista, quella che ha parentela con l’intelligenza della buona fede, e a tenere sotto controllo l’altra, quella più deviata e faziosa, che i suoi detrattori definiscono come purissimo servizio al padrone. Ma rinchiudere il direttore del Foglio in uno di questi due schemi è solo fare il suo gioco.

Solo gli allocchi potevano pensare che l’altra sera, aprendo la sua “Radio Londra”, Ferrara avrebbe parlato di Berlusconi e dei suoi processi. Con la tragedia giapponese in evoluzione, era logico che s’inerpicasse per altri cammini probabilmente più faticosi, ma che almeno potevano solleticare anime più delicate del Paese, e non quella platea di guastatori e smutandati a cui fa mediamente riferimento. È stato un Ferrara filosofo, ha parlato della calma del cuore, ha trattato il rapporto che lega l’uomo alla natura, ha svolto – peggio – il tema che il giorno prima, sulle colonne del Corriere, Claudio Magris aveva risolto in maniera profonda.

Ieri sera, in quel cammino che lo porterà lentamente ad abbracciare ciò che davvero ama, il nostro direttore ha parlato di misericordia. E lo ha fatto attraverso la figura di Ruby, lapidata in quel di Maglie da un gruppo di persone che in luogo del “cuore di carne” tenevano “un cuore di pietra”. Ha parlato delle scelte di questa povera figlia, che – liberamente – ha usato il proprio corpo all’interno di una società che questo induce a fare. Le ha augurato, nobilmente, una buona, prossima vita. Ha accennato appena a un uomo anziano che dispone della sua vita come meglio crede, accompagnandosi con giovani fanciulle alle quali dispensa regali cospicui, sempre nell’ambito delle libertà personali. Ma soprattutto ha sottolineato come un paese che non ha misericordia, che non ha compassione, è destinato all’involuzione di sé.

Al fine, la domanda è: perché dovremmo subire lezioni di misericordia da Giuliano Ferrara, per quale titolo posseduto, per quale inclinazione morale di cui non v’è memoria, per quali studi fatti e quali esperienze praticate?

Parla delle cose che sai, ci dicevano così da piccoli e ci sembrava l’affronto più atroce che i grandi potessero muoverci, noi che credevamo di sapere tutto. Sulla misericordia, sul tema della compassione, sulla lapidazione moderna degli umani, ci sono preti straordinari che all’argomento hanno dedicato vita e studi e che solo la società dello spettacolo può credere non sappiano parlare in televisione. Forse che il cardinal Martini non sarebbe un interlocutore attento, e così monsignor Ravasi, anche parlando di Ruby, perché no, non li credete capaci?

È un contrappasso troppo crudele anche per uno come Giuliano Ferrara il doversi avvitare come un rampicante a pensieri alti e diversi pur di arrivare sempre lì, dove il dente batte e duole. È una dissoluzione di sé che non fa onore alla sua riconosciuta intelligenza. E se poi ci dovesse dire, dovesse mai confessare, che con questa nuova edizione di“Radio Londra” vuole rompere con il passato per ricercare quell’io perduto da tempo immemore, noi gli diremmo comunque no. Vogliamo quell’altro, lo smutandato che urla contro i giudici e al quale un buon gruppo di cristiani un bel giorno si appassionò.

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