Su Parmalat (e altro) di italianità ce n’è persino troppa

Su Parmalat (e altro) di italianità ce n’è persino troppa

ROMA – La campagna d’Italia a difesa di Parmalat continua. Il nuovo responsabile delle truppe di terra, il neo ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, ritiene serva un’offensiva coordinata “sia a livello governativo sia a livello di parti sociali”. Parmalat rappresenta a suo dire «non soltanto un marchio del Made in Italy conosciuto in tutto il mondo, ma anche il 25% della produzione italiana di latte». Romano si dichiara pronto a tutto «per garantire che l’azienda resti italiana». Sessanta anni dopo le discussioni sui “piani latte”, legate all’importanza del prezioso alimento nella nutrizione infantile del dopoguerra, si torna sulle barricate per la difesa del latte nazionale rispetto alla minaccia francese. Le dichiarazioni bellicose non latitano, mancano però il piano d’attacco, la strategia, le truppe e i gli armamenti. In attesa si materializzino si cerca di prendere tempo rinviando l’assemblea.

I francesi non stanno a guardare. Lactalis, forte del 28,9% delle azioni Parmalat, potrebbe rivolgersi al giudice civile per impugnare l’eventuale delibera del cda che recependo quanto previsto dal decreto anti-scalata, finirebbe con il rinviare l’Assemblea. Nella valutazione di Lactalis, il rinvio dell’assemblea potrebbe configurarsi come una lesione dei propri diritti, visto che sul mercato ha acquisito la quota di maggioranza relativa. Quindi potrebbero buttarla sul giudiziario, anche se come difesa sa molto di catenaccio italico, in attesa che Consob e Procura di Roma accertino che le operazioni di mercato si siano svolte regolarmente e senza strappi o reati annessi.

Ipotesi non proprio azzardata, quella di un’operazione senza trucchi e sotto gli occhi di tutti. Anche per questo spunta l’ipotesi dello “spezzatino”. L’idea strategica è che la cordata italiana presenti un’offerta alla Holding per rilevare le attività italiane della Parmalat. Con un’offerta di circa un miliardo di euro, la cordata finanziario-industriale italica potrebbe rilevare gli asset domestici di Collecchio. A Intesa potrebbe affiancarsi Unicredit, due volonterosi in grado di tenere insieme una truppa a volte recalcitrante. Gli asset potrebbero essere fusi con Granarolo, creando un  colosso italiano nel settore lattiero-caseario. Il resto rimarrebbe in mano transalpina, ma non andrebbero perduti l’onore e l’italianità del marchio, e con essa «migliaia di posti di lavoro in ballo e migliaia di famiglie alle quali vanno date risposte certe con un progetto serio» come ricordano i sindacati.

Con il richiamo alla difesa dei posti di lavoro si chiude l’armamentario della retorica patria e riemerge lo spettro di una degenerazione nella visione industriale del nostro paese e nei rapporti banca-industria che in passato aveva spinto Raffaele Mattioli a evocare il catoblepa come simbolo del nostro sistema economico. È un animale immaginario della zoologia greco-romana che tiene sempre la testa abbassata, non riesce ad alzarla e quindi per difetto naturale non ha coraggio e spirito di iniziativa. Ritorna con il “catoblepismo” un modello italiano all’insegna della indebita commistione tra patrimonio dell’impresa e dell’imprenditore, tra ricchezza produttiva e privata, con un rapporto banca-impresa sbilanciato.

Gli appelli alla difesa dell’italianità non possono nascondere le difficoltà del nostro sistema. Per rimanere in tema i due comparti industriali importanti di cui si discute alla luce della minaccia transalpina, l’alimentare e il lusso, negli ultimi 30-40 anni non sono stati in grado di creare realtà capaci di superare la dimensione familiare. E i Ferrero, i campioni del capitalismo tricolore a valenza familiare, dovrebbero rappresentare le truppe d’assalto del nostro tentativo di sistema di creare una filiera nazionale nell’alimentare, un’impresa non facile. In Italia non c’è nessuna Lvmh, nessun polo alimentare, il sogno si è infranto con la privatizzazione della Sme e il fallimento è stato scandito dalla cessione di tutti i nostri marchi migliori: Motta, Alemagna, Perugina, Buitoni, Locatelli, Galbani, Cirio senza che nessuno alzasse un dito. 

Si può sempre cambiare e di questo sembrano convinti il ministero di XX Settembre e Intesa-san Paolo. Si può, ovviamente, ma occorre mettere in campo capitali consistenti e imprenditori capaci. A memoria umana l’ultimo tentativo di un’acquisizione italiana di un marchio alimentare estero risale alla Danone. Ci aveva provato Umberto Agnelli, ma non gli è riuscito. E proprio il fallimento di questa e di altre operazioni all’estero indebolendo il nostro sistema industriale permisero il riemergere di quella vocazione al catoblepismo che sembra abbia fatto radici.

E a furia di guardare per terra si perde il contatto con la realtà, e persino un’ombra diventa una minaccia. La percentuale di capitale azionario controllato da gruppi internazionali supera il 45% per le società francesi quotate. Probabile che per la Borsa italiana non si arrivi al 40%. L’economista Fabiano Schivardi, su lavoce.info ha analizzato i dati omogenei sulle imprese manifatturiere europee con almeno dieci dipendenti, scoprendo che la quota di aziende a controllo estero è pari al 10,1% in Francia contro il 4,1% in Italia. La Spagna vede le sue imprese possedute per il 4,5%, la Germania registra una percentuale del 6,3%. I recenti dati dell’Aifi, l’associazione italiana del private equity, sottolineano in maniera drammatica il calo di attrazione degli investimenti esteri nella penisola: solo il 2% dei capitali raccolti dai fondi italiani è arrivato nel 2010 dall’estero.

Insomma, i dati non confermano la sensazione, diffusa dal clamore delle ultime operazioni finanziare, di un “sacco” dell’economia italiana da parte degli investitori estreri. A giudicare dal trend in atto negli ultimi anni, qualcuno propone di lanciare un grido d’allarme di segno opposto: l’Italia resta un pese chiuso, chino su se stesso e agli ultimi posti nelle classifiche internazionali sulla libertà economica. Se a questo uniamo il senso patrio a venature protezioniste ispirato dai ministeri preposti il cerchio si chiude. E si chiude male perché dimentica oltretutto che spesso i francesi hanno acquisito aziende italiane in accordo con le stesse. Si parte con la vicenda Edison, dieci anni fa, e si chiude con la allenza Groupama-Ligresti del mese scorso, bocciata all’ultimo momento da Consob per un vizio d’origine non proprio secondario.

Non è colpa dei francesi se Enrico Bondi, ottimo negoziatore nei confronti delle banche coinvolte nel crack, non si è mosso nella direzione della crescita del gruppo, creando i presupposti per una scalata altrui. Non è colpa della comunità finanziaria internazionale se il capitalismo nostrano, con i suoi intrecci azionari, scatole cinesi e controllo familiare, si presenta ogni tanto come vittima ideale per le scalate. La mancanza di contendibilità in Borsa ha permesso una legge sull’Opa che ora molti giudicano troppo permissiva.

Se l’intervento di Tremonti riuscirà a spingerà il gruppo Ferrero in campo aperto ben fatto. Peccato che l’unica volta che ci aveva provato, nel 1985, ai tempi della contesa con Carlo De Benedetti per il controllo della Sme, gli andò male e l’allora ministro delle Finanze, Bruno Visentini, inviò la Finanza negli uffici di Pino Torinese. Anche adesso si usa la leva dell’intervento dell’Agenzia delle Entrate, ma contro i francesi, Passano gli anni ma non le abitudini peggiori. E con esse i problemi di fondo del nostro sistema: la crescita dimensionale delle imprese, la loro patrimonializzazione, la mancanza di un sistema paese.  

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