Doppia partitaCon i missili su Kyjiv, Putin prova a riportare Trump a interessarsi della guerra

La telefonata d’avvertimento di Lavrov a Rubio segnala il tentativo del Cremlino di riportare la Casa Bianca al tavolo, facendo leva sulla pressione militare sull’Ucraina. Che intanto avanza

AP/LaPresse

Dopo l’intensificazione degli attacchi di Mosca contro Kyjiv, la telefonata di lunedì tra Sergey Lavrov e Marco Rubio non è un episodio tecnico, è un segnale politico. Il ministero degli Esteri russo ha invitato il segretario di Stato americano a evacuare il personale diplomatico statunitense da Kyjiv e gli altri cittadini americani dalla capitale ucraina. Lo ha dichiarato lo stesso ministero degli Esteri russo in un comunicato citato dalla Tass. E non è un dettaglio da poco. Mosca sa bene che la logica negoziale statunitense, con Donald Trump alla Casa Bianca, è più flessibile e soprattutto più sensibile a una soluzione rapida del conflitto, anche a costo di esercitare pressione sulla parte che appare più debole sul campo. In questo schema, il canale diretto con Washington diventa più importante di quello con Kyjiv.

È dentro questa cornice che va letto il massiccio attacco russo su Kyjiv di domenica. Novanta missili e circa seicento droni in una sola notte: una combinazione costruita per saturare le difese aeree e colpire simultaneamente più livelli della città. Nel pacchetto anche sistemi balistici e ipersonici, inclusi Kinzhal e Zircon, oltre al missile Oreshnik, già utilizzato in precedenza come strumento di messaggio strategico più che come arma di impiego tattico.

La struttura dell’attacco è ormai riconoscibile. Prima i droni, usati per consumare intercettori e saturare i radar. Poi i missili, più difficili da fermare, diretti contro obiettivi che includono infrastrutture civili, edifici istituzionali e nodi logistici della capitale. Kyjiv ha intercettato la maggior parte dei vettori, ma il bilancio resta significativo: vittime civili, decine di feriti, incendi e danni diffusi a scuole, edifici residenziali e sedi amministrative. Queste minacce e questa escalation rientrano nella narrazione più classica del Cremlino, che cerca di accreditare l’idea di una Russia invincibile e di una guerra già destinata alla vittoria. Sul terreno, però, si intravede un cambiamento: tra fine febbraio e aprile l’Ucraina, in alcune aree del fronte, ha recuperato più territorio di quanto ne abbia perso, segnalando una crescente capacità di iniziativa tattica che costringe Mosca a reagire più che avanzare.

Ma il punto non è solo militare. È politico. L’obiettivo è mantenere una pressione costante sulla resilienza della capitale ucraina, rendendo evidente che la capacità russa di escalation non è esaurita, anche in una fase in cui sul fronte terrestre i progressi restano limitati e frammentati.

La telefonata Lavrov-Rubio si inserisce esattamente in questa dinamica. Non solo per il contenuto, ma per il tempismo. Mentre l’offensiva su Kyjiv aumenta di intensità, Mosca riapre il canale diretto con Washington e riporta il conflitto sul terreno che considera decisivo: quello della relazione bilaterale con gli Stati Uniti. L’Ucraina, in questo schema, diventa sempre più oggetto della pressione, meno soggetto del negoziato.

Negli ultimi mesi, d’altronde, il dossier ucraino aveva perso centralità nell’agenda americana, schiacciato da altre crisi internazionali, soprattutto Medio Oriente e Iran. I colloqui tra Mosca e Kyjiv erano rimasti senza progressi concreti, descritti apertamente come poco produttivi. Il risultato è un vuoto diplomatico che la Russia prova a riempire con due mosse parallele: escalation militare e riattivazione del dialogo con Washington.

A rafforzare questa dinamica è arrivata anche la ricostruzione resa pubblica dal segretario di Stato Marco Rubio, secondo cui Lavrov gli avrebbe trasmesso un messaggio di Putin a Trump. Rubio ha spiegato che il contenuto gli è stato veicolato su richiesta diretta del Cremlino per essere riferito alla Casa Bianca, confermando di averlo effettivamente fatto. Un passaggio che segnala la volontà russa di mantenere un canale personale con la presidenza americana, bypassando in parte la dimensione più tradizionale della diplomazia multilaterale. Lo stesso Rubio ha però chiarito che, al momento, non sono previsti colloqui in corso o in programma tra Stati Uniti e Ucraina. Una fotografia che conferma lo stallo del canale diretto tra Washington e Kyjiv, mentre quello con Mosca resta attivo almeno sul piano delle comunicazioni indirette. Inoltre, Rubio ha anche avvertito che il protrarsi della guerra aumenta il rischio di escalation e di allargamento del conflitto, sottolineando una crescente preoccupazione americana non tanto per l’intensità della guerra, quanto per la sua durata.

Sul versante europeo, la posizione resta invece più lineare e rigida. L’ambasciatrice dell’Unione europea a Kyjiv, Katarina Mathernova, ha respinto le richieste russe di evacuazione dei diplomatici stranieri, definendo il messaggio di Mosca un tentativo di strumentalizzare la paura. Le missioni occidentali, ha ribadito, resteranno nella capitale ucraina nonostante le minacce. È una posizione che conferma la volontà europea di mantenere una presenza politica e simbolica stabile a Kyjiv, anche nel pieno dell’escalation.

Il risultato è una dinamica ormai chiara. Sul terreno, la guerra resta bloccata, con costi crescenti per la Russia e guadagni limitati. Ma sul piano politico, Mosca prova a compensare questa stagnazione con una pressione crescente sulle città ucraine e con un continuo tentativo di riaprire il canale diretto con Washington.

In questa fase, Kyjiv resta quindi il bersaglio principale non solo militare, ma politico di una guerra che continua a essere combattuta per definire chi, alla fine, avrà il potere di negoziare la pace.

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