Qualcuno informi Tremonti, vanno tagliati 35 miliardi

Qualcuno informi Tremonti, vanno tagliati 35 miliardi

Ormai è quasi certo. Anche per il 2011 arriverà una manovra economica correttiva. È la Banca d’Italia che lo dice, facendo rivivere lo storico duello di cifre con il ministero dell’Economia. Per fortuna che quasi un anno fa, a fine maggio, arrivò l’annuncio: «Per il biennio 2011-2012 ci sarà una manovra da 24,9 miliardi di euro». Detto, fatto. Ma non basta. È in arrivo una nuova tornata di tagli, pari a 35 miliardi di euro. Non è del resto la prima volta che il titolare del Tesoro, Giulio Tremonti, gioca a nascondino sui numeri.

Ogni qual volta si prospettano delle sforbiciate, Tremonti nega. Il tutto salvo poi riprendere la rotta e iniziare a contenere spesa e spendaccioni. Lo aveva fatto già nel settembre 2009: «La manovra triennale è apprezzata all’estero e l’Italia è entrata nella normalità europea, noi speriamo di crescere nel modo migliore possibile». Poi arrivarono i tagli. Certo, sono state restrizioni obbligate che hanno permesso all’Italia di limitare l’esplosione del nostro sistema, ma sono giunte solo dopo mesi di opacità. Stesso discorso per il 2010. Dopo una girandola di voci e indiscrezioni, Tremonti ha rotto il suo assordante silenzio attivando ufficialmente la macchina della manovra correttiva. In realtà, anche nel 2008, nell’anno del crac Lehman Brothers, era andata nello stesso modo. Dopo le smentite, arrivò puntuale la correzione di bilancio sulla spesa pubblica.

Oggi siamo rientrati nello stesso circolo vizioso. Due giorni fa Tremonti ha garantito che quella all’orizzonte non è una manovra, bensì «solo manutenzioni». Quello che è certo, però, è che, stando a quanto dice Banca d’Italia, serviranno altri 35 miliardi di euro per mettere in sicurezza i conti pubblici italiani per il biennio 2013-2014. Non si tratta di una cifra irrilevante, specie considerato il nostro tasso di crescita annuo, in ritardo rispetto a quello registrato nell’Eurozona. E non è risibile nemmeno prendendo in esame l’andamento del nostro debito pubblico, a ridosso della soglia psicologica dei duemila miliardi di euro. L’unica nota positiva, per ora, è data dal deficit, cioè il rapporto fra entrate e spese in un dato anno. Per il 2010 il disavanzo è stato del 4,5% del Pil, in netto calo rispetto a quello dell’anno precedente, attestatosi al 5,3 per cento. E le prospettive sono quelle di un ulteriore calo fino al 2014, quando sarà raggiunto il pareggio di bilancio come presentato all’Ue da Tremonti pochi giorni fa con il Documento di economia e finanza per i prossimi anni. Per fare ciò, i tagli dovranno essere ingenti e il Tesoro lo sa.

La questione ora è sulla forma, non sulla sostanza. L’8 aprile 2010 l’inquilino di Via XX Settembre spiegò la road map italiana per evitare squilibri nella finanza pubblica. «Confermo l’impegno della Repubblica italiana ad una correzione dello 0,5% nel 2011», disse Tremonti. Ciò significa una manovra da 7,5 miliardi di euro. La realtà ha visto, solo due mesi, la cifra lievitare a 12 miliardi. E non è detto che, per mantenere dritta la barra del deficit, possa essere necessaria ancora uno sforzo suppletivo. Come vanno quindi letti i 35 miliardi di euro che Palazzo Koch definisce fondamentali per scongiurare uno scenario avverso? Aumenteranno giorno per giorno, di pari passo con le smentite di Tremonti? Solo il tempo ci darà una risposta. Nel frattempo, il Paese galleggia in una congiuntura fragile e incerta, con lo spettro della crisi europea dei debiti sovrani che aleggia pericolosamente.

L’Italia da questa crisi non è uscita indenne. Il terremoto finanziario nato dallo scoppio della bolla cresciuta in seno al mercato immobiliare statunitense non ci ha sfiorato. Ci ha colpito in pieno, devastandoci. Dalla finanza si è trasferita all’economia, per poi arrivare alla società. Lo dimostrano i dati sulla disoccupazione, in costante crescita da primo trimestre 2008 secondo i calcoli di Eurostat. I più colpiti sono i giovani. Affacciarsi al mondo del lavoro in questi anni significa attendere, non significa produrre. La durezza della crisi si vede anche nella quota di crediti inesigibili presente nei portafogli delle banche. Le sofferenze continuano ad aumentare e le moratorie sui mutui sono state un palliativo. La pesantezza di questi ultimi quattro anni si riflette anche nelle girandole di ricapitalizzazioni che hanno dovuto subire gli istituti di credito italiani. Le ultime sono arrivate pochi giorni fa e già si sa che non basteranno a soddisfare i parametri dettati da Basilea III. Eppure, noi siamo usciti meglio di altri da questa crisi, ripete il ministro Tremonti.

I conti pubblici hanno tenuto, il debito non è aumentato più delle compagini europee, ma il problema rimane la crescita. L’Italia è ancora un Paese in cui fare imprenditoria è svantaggioso per chi ci prova. Troppa la burocrazia, troppe le limitazioni, troppo poco lo spazio lasciato alla libertà d’impresa, troppa la tassazione: i limiti insormontabili sono sempre gli stessi. E con il vigente clima d’incertezza, unito alla doverosa stretta di bilancio, la crescita economica non potrà che essere sempre più anemica. L’onda lunga della crisi sta continuando a battersi contro le imprese italiane, mentre le iniziative a loro favore sono sempre meno. In questo scenario, l’unica sicurezza potrebbe essere la certezza. I tagli non sono mai graditi, ma la condivisione di una fatica rende questa molto più facile da sopportare. Forse sarebbe il caso di dirlo al ministro Tremonti. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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