11 maggio, terremoto a Roma. Sopravvive solo il Pd

11 maggio, terremoto a Roma. Sopravvive solo il Pd

Per evitare accuse di giustizialismo sismologico, vi diciamo subito che Silvio Berlusconi oggi si trova ad Arcore e dunque NON muore. Con altrettanta delicatezza laica, ci inventiamo una missione all’estero di Papa Benedetto XVI, così vi mettete il cuore in pace che non NON muore neanche lui. Sgravati da questo cosmico senso di colpa che ci avrebbe prodotto inutili, quanto accese discussioni con amici e avversari, adesso invece vi avvertiamo che in questo annunciato, annunciatissimo terremoto di Roma previsto – appunto – in anno domini 2011, il giorno 11 di maggio, cioè oggi, moriranno moltissime persone. Sarebbe persino inutile sottolineare che chi dovesse (fintamente) morire nel nostro racconto, avrà automaticamente un bonus per vivere ancor meglio e di più nella sua felicissima vita reale. Ma, conoscendo certi soggetti, è meglio precisarlo. 

Quando Raffaele Bendandi, «sismologo autoproclamato, astronomo amatoriale, scopritore novantanove anni fa di quattro pianeti che ancora non sono stati individuati da nessuno», depositò nel 1931 una busta con il tragico accadimento all’Accademia Pontificia, sapeva perfettamente che il mercoledì è l’unico giorno che i deputati (forse) lavorano. Per cui, far cadere un terremoto in quel preciso giorno della settimana era probabilmente un filo cinico, ma anche di sicuro effetto.

Come tutti i terremoti che si rispettino, si è dovuto preventivamente identificare anche un epicentro ideale. Per farlo, qualche mese fa i cittadini italiani sono stati chiamati a un referendum consultivo, le cui firme erano state raccolte dal sedicente gruppo politico-ambientalista “I Repulisti”, già costola dissidente dei più noti Responsabili. Il quesito sulla scheda recitava così: «Circoscrivere la zona di Roma più adatta a un terremoto, delimitandola con precisione attraverso il perimetro delle vie».

Al di là di qualche buontempone che ha indicato la casa della suocera, il responso delle urne è stato schiacciante e inequivocabile: l’85 per cento dei votanti ha indicato l’intera zona che racchiude Montecitorio e Palazzo Madama, insomma Camera e Senato. Un avvertimento alla politica, un distacco traumatico dalle istituzioni, il segnale un po’ demagogico che i cittadini ne hanno piene le balle? Scegliete voi.

Naturalmente, nei mesi precedenti il governo aveva organizzato un imponente fuoco di sbarramento per evitare un referendum che avrebbe potuto mettere una pietra (tombale) sulle speranze della maggioranza. Alla Santanchè venne commissionata la distruzione storico-scientifica della figura del Bendandi, da lei immediatamente definito “quel sismologo dalle palle di velluto” perché aveva cambiato i nomi dei quattro pianeti, chiamati orgogliosamente in origine “Italia, Roma, Rex e Dux”, con altri improbabili nomignoli da checca isterica.

In parallelo, alla bisogna aveva lavorato anche il pregevole onorevole Stracquadanio che in breve tempo – attraverso una dotta ricerca della redazione del Predellino – era riuscito a scovare un’autentica chicca sulla natura ambigua del personaggio, ritrovando nell’albero genealogico di famiglia una lontanissima, quanto inequivocabile, parentela con gli avi Travaglio, il che aveva fatto scattare nello Stracquadanio medesimo il forte sospetto che gli scritti e le premonizioni del Bendandi sui terremoti celassero, in realtà, una natura giustizialista e la sua attitudine a vedere morti tutti i suoi oppositori. E dunque, cosa di più produttivo che immaginare un superscossone tellurico?

Nel gruppo di lavoro per la demolizione del nostro sismologo, non compariva però Maurizio Gasparri, dolendosene assai. La sua esclusione, decisa senza incertezze da Denis Verdini, era dovuta a una scoperta anche un po’ casuale fatta da una segretaria del gruppo parlamentare, la quale in uno dei tanti pomeriggi di poco lavoro, si era messa a leggere sulla Navicella proprio il curriculum del presidente dei senatori Pdl, redatto peraltro dal medesimo. Dove, a un passaggio, si poteva leggere: «Sin da piccolo, nel quartiere, veniva chiamato “Bendandi” dai suoi amichetti per l’innata attitudine a spararla più grossa degli altri». Informato della cosa, Il Cavaliere aveva avallato senza incertezze la dolorosa esclusione.

In realtà, il ponderoso fascicolo sul Bendandi vero non produsse granché. La Consulta rigettò le eccezioni Pdl anche con una certa disinvoltura, la stessa con cui, negli anni precedenti, si era fatta un baffo delle istanze difensive del Cav. rispetto a quelle cinque-seicento leggi ad personam piovute sull’Alta Corte. Il referendum fu dunque confermato e, come sapete bene, la stragrande maggioranza degli italiani votò perché il terremoto avesse il suo epicentro tra Camera e Senato.

Oggi, dunque, a Roma dovrebbe morire un certo numero di persone, che il sentimento popolare ha identificato interamente tra i politici. Ma si può morire per via referendaria, prima ancora che per mano di madre natura? La questione, procedurale, è stata posta da Peppino Calderisi, autentico feticista dei regolamenti parlamentari, al presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale fino all’ultimo ha tenuto sotto chiave la questione. Secondo un sondaggio Piepoli da lui stesso commissionato, gli risultava che almeno due terzi dei parlamentari del Pdl sarebbero rimasti definitivamente intrappolati nelle macerie, per cui il suo interesse ad aprire la vicenda era pari allo zero. Solo nel momento in cui Calderisi ha minacciato di denudarsi in diretta televisiva (il mercoledì pomeriggio la Rai trasmette tristemente dalla Camera la risposta alle interrogazioni), Fini è intervenuto, mettendo il tutto in mano alla conferenza dei capigruppo. 

Pensando all’ultimo giorno di vita, ogni formazione politica ha cercato di organizzare la sua sopravvivenza. Meritevole di menzione, come al solito, il gruppo dei Responsabili, che ha fatto della fantasia al potere il suo punto distintivo. Valutati i pro e i contro, il caro, vecchio, Scilipoti ha concluso che si dovesse cercare comunque la trattativa. Ma con chi?, gli hanno risposto i suoi. “Scili” non si è perso d’animo e ha cercato subito un contatto con Bertolaso, che però lo ha immediatamente gelato: «Guarda, sono in un centro benessere di Giakarta, ti pregherei di non rompermi le balle». «Ma io voglio solo sapere come ci si salva se arriva il terremoto», lo ha supplicato. «Clic». Scili non si è perso d’animo e ha chiamato Lunardi: «Quanto vuoi per una galleria?» L’ex ministro, superata la perplessità per quella strana domanda, gli ha sparato un paio di miliardi giusto per lavarselo di torno. Ma quello, imperterrito: «Minchia Pietro, mica parliamo del Bianco!».

Come sempre, in vista del terremoti (politici), quelli di Futuro e Libertà la sanno più lunga degli altri. Per l’occasione, Italo Bocchino indosserà un impeccabile blazer a cui associerà un ton sur ton di Marinella. A lui del sisma interessa veramente una cippa, cadesse il mondo (appunto) si farà trovare elegante. Il partito ha obiettivamente timore di perdere ancora qualche pezzo, per cui a Urso è stato chiesto di immolarsi preventivamente, dividendo ulteriormente in quattro la sua corrente. Adolfo si è preso tempo per decidere. Circola una voce strana, ancora tutta da verificare: approfittando delle macerie e di qualche legittima assenza nella maggioranza, i futuristi potrebbero chiedere un altro voto di fiducia. Aggregato come consulente matematico Arturino Parisi che già portò impeccabilmente il governo Prodi sugli scogli.
Poche, pochissime indiscrezioni filtrano dall’entourage di Tonino Di Pietro. Ma sembra che per il gran giorno, il leader dell’Italia dei Valori abbia scelto di stazionare – nudo a muscoli sguainati – nel bel mezzo di Piazza Montecitorio, indossando soltanto un costumino di D&G. Epico.

E siamo al Pd. Converrete che è un’occasione d’oro, storica, per ricevere la guida del Paese dalla macerie del terremoto. Già fatta, ieri sera, una prima seduta spiritica in cui si è evocata l’anima del Bendandi: il nostro non ha dato grandi segni, ma i rumori di fondo inducevano all’ottimismo. Grava, sullo sfondo, un’ipotesi del tutto inquietante, che addirittura il segretario Bersani valuta come tragica: e se a sopravvivere fossero solo quelli del Partito Democratico?
Come detto all’inizio, Berlusconi oggi è ad Arcore e NON muore. Tranquilli.  

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