Tre schiaffi in tre giorni, il cardinal Bertone è più debole

Tre schiaffi in tre giorni, il cardinal Bertone è più debole

CITTA’ DEL VATICANO – Ha preso tre schiaffi in pochi giorni. Il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, ha incassato tre sconfitte in fila che indeboliscono il suo potere, o, forse, segnalano che quel potere è ormai pericolante.

Prima c’è stata la grana di Caritas internationalis. In vista dell’assemblea quadriennale che si è svolta a fine maggio in Vaticano, il braccio destro del Papa ha bloccato la ricandidatura della segretaria uscente, Lesley Anne Knight, britannica nata in Zimbabwe, apprezzatissima tra le tante strutture che compongono l’agenzia caritativa, ma rea, secondo Bertone, di aver annacquato il profilo cattolico della Caritas. Che – è stata l’accusa mormorata nel Palazzo Apostolico – era divenuta una onlus internazionale che metteva in secondo piano la missione evangelizzatrice e, in certi casi, non prendeva le giuste distanze da altre organizzazioni internazionali per i diritti dell’uomo che hanno posizioni diametralmente opposte rispetto alla Santa Sede su questioni come l’aborto e la pianificazione famigliare.

Quinta colonna del secolarismo che avanza, la Knight è piaciuta sempre meno a un Segreterio di Stato che voleva riprendere in mano le redini dell’organizzazione – e che ha pertanto negato alla Knight il nihil obstat per il secondo mandato. Ma, vinta una battaglia, Bertone ha perso la guerra. Sia perché al posto della Knight i delegati della Caritas internazionale hanno eletto il francese Michel Roy, toni più felpati, temperamento più diplomatico, ma, nel merito, assestato sulle stesse posizioni della Knight. Sia, soprattutto, perché, per rimarcare la continuità rispetto ai quattro anni passati, alla presidenza dell’organizzazione è stato riconfermato a furor di popolo il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga.

Il quale, oltretutto, nel suo intervento all’assemblea non le ha mandate a dire: “Avremmo tutti voluto continuare il nostro viaggio con l’attuale segretario”, ha detto il porporato, “il modo in cui non le è stato permesso di essere candidata ha causato il reclamo nella nostra confederazione, soprattutto tra le molte donne impegnate nella Caritas”.

Uno schiaffo in piena faccia a Bertone. Al quale è seguito, qualche giorno dopo, un’altra sparata ad alzo zero. La scena, stavolta, è stata Dublino, dove a inizio giugno si sono riuniti 75 delegati provenienti da tutto il mondo per una seduta preparatoria del Congresso eucaristico internazionale che si svolgerà nella capitale irlandese l’anno prossimo. Parterre internazionale al quale l’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, capofila dei sostenitori della tolleranza zero nei confronti dei preti pedofili, ha criticato il Vaticano per la visitazione apostolica inviata in Irlanda dopo lo scoppio dello scandalo. “Sono sempre più impaziente per la lentezza di questo processo, iniziato ancora più di un anno fa”, ha detto il presule. “Questa non è una critica al Santo Padre. E’ piuttosto un appello ai suoi collaboratori”. Ovvero, a Bertone. La replica della Santa Sede è stata immediata, con la diffusione di una nota nella quale si annunciava la prossima conclusione dell’indagine e la pubblicazione di una sintesi dei risultati nel 2012. Risposta tempestiva che segnala, però, il fatto che il Segretario di Stato di Sua Santità è stato punto nel vivo.

E’ la partita milanese, però, quella che può bruciare di più al cardinal Bertone. La scelta del successore al cardinale Dionigi Tettamanzi ancora non è stata fatta. Ma è da mesi che il Segretario di Stato tenta di boicottare il candidato preferito di Benedetto XVI, il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia apprezzato dal Papa come teologo, vicino a Comunione e liberazione. Bertone ha puntato dapprima sul cardinale Gianfranco Ravasi, poi sul meno noto vescovo di Piacenza, monsignor Gianni Ambrosio. Ma entrambi i suoi candidati non hanno passato il vaglio del Santo Padre. E Bertone, che già non era riuscito a far passare un suo uomo per l’arcidiocesi di Torino – dove alla fine è stato nominato monsignor Cesare Nosiglia, vescovo di stretta osservanza ruiniana – ora sembra pronto ad abbandonare il campo di battaglia a favore del ciellino Scola.

Contro Scola, Bertone era già sceso in campo nel 2007, quando Ruini voleva che fosse il Patriarca di Venezia a succedergli alla guida della Conferenza episcopale italiana. All’epoca, però, Ruini era in posizione di debolezza, mentre Bertone, che allora teneva saldamente in mano la macchina vaticana, la spuntò. E ottenne che il Papa nominasse presidente della Cei Angelo Bagnasco, successore di Bertone all’arcidiocesi di Genova. La luna di miele, però, durò poco. Nel corso dei mesi il feeling tra i due si affievolì, fino a trasformarsi in reciproca diffidenza. Tanto che Bertone non vorrebbe che Bagnasco fosse riconfermato l’anno prossimo alla guida dell’episcopato italiano. Ma Bagnasco, che nel frattempo ha annodato rapporti diretti con il Papa, procede invece a spron battuto verso un nuovo quinquennato. Alla faccia, ancora una volta, del cardinal Bertone, suo ex mentore sempre meno potente.

Bertone, 77 anni il prossimo dicembre, sinora ha sempre goduto della fiducia del Papa. Benedetto XVI lo volle strenuamente accanto a sé perché lo aveva apprezzato all’epoca in cui Ratzinger era prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e Bertone ne era segretario. Questione di fiducia personale e di sintonia caratteriale che fece superare al nuovo Papa ogni obiezione che nel Palazzo apostolico suscitava il nome di Bertone, accusato dalla vecchia guardia wojtyliana di non avere alcune esperienza di Curia e nessuna preparazione diplomatica. Una fronda che è aumentata nel corso degli anni e che, ora, punta a mandare in pensione Bertone al prossimo compleanno.

In pochi scommettono, in realtà, che l’anziano Pontefice si risolva per una decisione così rivoluzionaria. E di certo Bertone è riuscito a piazzare molti suoi fedelissimi in posti chiave, dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Giuseppe Bertello, al viceministro degli Esteri della Santa Sede, monsignor Ettore Balestrero, a numerosi vescovi legati a lui per l’appartenenza alla società salesiana di don Bosco o per un passato comune a Genova o a Vercelli. Così come è riuscito ad allontanare alcuni suoi nemici, come monsignor Fernando Filoni, che lui stesso aveva chiamato a ricoprire il ruolo di potentissimo Sostituto della Segreteria di Stato, in pratica il suo braccio destro, ma con il quale è esplosa fin da subito un’irrecuperabile idiosincrasia, tanto che alla fine Bertone ha destinato Filoni a Propaganda fide. Ma la fronda anti-bertoniana si ingrossa col passare del tempo.

Contro il porporato salesiano si sta mobilitando innanzitutto l’ala diplomatica della Santa Sede, che non perdona al Segretario di Stato di Ratzinger errori e smagliature che si sono susseguiti in questi anni, dagli strappi col mondo ebraico, al fallito tentativo di mediare sulla vicenda di Cipro, al peggioramento dei rapporti con la Cina, alla gestione incerta, da ultimo, delle rivolte in Egitto, in Libia e nel resto del mondo arabo. Sono insoddisfatti dalla gestione Bertone diversi vescovi in giro per il mondo. E quattro big della Chiesa cattolica mondiale – i cardinali Ruini, Bagnasco, Scola e Schoenborn – arrivarono a consigliare al Papa di liberarsi di Bertone in un pranzo di due estati fa a Castel Gandolfo che doveva rimanere segreto ma che qualcuno dei partecipanti spifferò ai giornali. Molti, dentro e fuori il Vaticano, ritengono poi che le tante gaffes di cui è punteggiato il Pontificato Ratzinger non sarebbero avvenute con un Segretario di Stato maggiormente capace di controbilanciare la poca dimestichezza di Benedetto XVI con i mass media, con la politica e con le questioni diplomatiche.

Tra gli arcinemici di Bertone, poi, c’è il cardinale Angelo Sodano, suo predecessore alla guida della macchina vaticana. Non è un segreto che Sodano avrebbe voluto rimanere Segretario di Stato e non gradi l’avvicendamento. Tanto che, a mo’ di sgarbo, impiegò diversi mesi a lasciare l’appartamento che spetta al principale collaboratore del Papa. Le male lingue sostengono che Sodano lesse in anteprima il discorso che Benedetto XVI pronunciò il 12 settembre del 2006 a Ratisbona, si rese conto che conteneva alcuni passaggi quantomeno controversi, e non avvertì il Papa del rischio di un incidente diplomatico con il mondo islamico. Perché da lì a qualche giorno – precisamente il 15 settembre – Bertone assunse l’incarico di Segretario di Stato e si trovò sin da subito a gestire – peraltro con abilità – la prima tempesta che investì il Vaticano di Ratzinger. In questi anni Sodano non ha mai smesso di contestare sottotraccia la gestione di Bertone. Ma, ora, si comincia a parlare della possibilità che lui stesso lasci il posto di decano del Collegio cardinalizio in ragione delle molte magagne che emergono ora della sua gestione, a partire dall’insabbiamento dell’indagine per pedofilia sul fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel. E Sodano, forse, si accoda a quanti sperano che l’epoca Bertone sia ormai al tramonto.