A Madrid c’è un Papa più rivoluzionario degli indignados

A Madrid c’è un Papa più rivoluzionario degli indignados

La Giornata Mondiale della Gioventù è stata per almeno le prime 25 volte dominata dal suo “inventore”. Il rapporto speciale ed esclusivo che si era creato tra i milioni di giovani e Giovanni Paolo II è sempre stato il carattere peculiare di queste occasioni. Perché il carisma straripante del Papa polacco – prima “atleta di Dio” e poi servo sofferente che non si vergognava del declino e della malattia – trasmetteva una fiducia unica in ogni partecipante, coinvolto come singola persona. Ora che Wojtyla è beato e ormai due generazioni di giovani sono passate, la terza che è convenuta a Madrid si rivolge con un entusiasmo sorprendente al mite e schivo professore bavarese che ne ha ereditato il peso e la missione.

Benedetto XVI è tutto fuorché dotato di un vitalistico carisma. Eppure comunica ed entra in piena sintonia con i ragazzi suscitando un calore differente e tuttavia almeno pari a quello smosso dal papa polacco. È il tempo che è cambiato: e forse i nuovi giovani accorrono a cercare parole di speranza da una società che offre sempre meno progetti di vita, orizzonti limpidi, umana sicurezza per il domani. Semmai, nella temperie di tante crisi (l’economia, le molte guerre senza fine, gli esodi imponenti, l’ambiente ferito) avvertono che gli attuali reggitori del mondo (ma anche la cultura dominante) li stanno condannando a una stabile precarietà e in qualche modo operano nei loro confronti uno strisciante “sequestro del futuro”.

D’altronde, sentirsi dire al suo arrivo da papa Ratzinger che «è il nostro oggi che è sbagliato, se i giovani non trovano prospettive» oppure trovare, nello scabro rito della Via Crucis, la stazione della morte di Gesù in croce dedicata alla crisi del lavoro, alla disoccupazione e alla precarietà, stabilisce una esplicita consonanza, uno scoprirsi riconosciuti in forme che non si chiudono nel recinto pur largo e coinvolgente della professione di fede nel messaggio cristiano.

È già sfuggito a molti osservatori: ma ci sarà pure qualcuno che abbia il coraggio di chiedersi come mai il leader più che anziano dell’istituzione più vecchia della Storia (e carica di errori e di magagne) possa chiedere autorevolmente ai giovani di essere anticonformisti, di nuotare controcorrente, di non piegarsi alle mode e all’inconsistente relativismo di una società liquida e ormai priva di solide fondamenta. È questo il paradosso, forse misterioso, di un fermento che attraversa su scala planetaria le generazioni che si affacciano alla scena del mondo. E che ai credenti segnala una “marcia in più” e anche un supplemento di collettiva responsabilità. Mentre nelle occasioni precedenti la chiamata era rivolta alla crescita individuale nella fede e nella vita, questa volta sembra di cogliere nel mandato una dimensione più comunitaria, un invito urgente a farsi carico delle schizofrenie di un mondo confuso e smarrito e di stabilire una presenza associata nel vivo del discorso pubblico.

E forse, a differenza dei fratelli maggiori, i giovani di oggi appaiono più attrezzati e più disposti a far sentire organizzata la loro voce. È infatti la prima generazione cresciuta nei “social networks”, abituata quindi alla quotidiana condivisione, a sentirsi naturalmente un “noi”, più che ad affermare un “io” isolato e talvolta narcisista. E quindi propensa alla consuetudine di una presenza collettiva che, alla lunga, non può non avere un impatto sulla società civile, e quindi perfino sulla politica.

Vale probabilmente per tutti i giovani dei 193 Paesi rappresentati a Madrid, vale certamente per la Spagna, dove si va a concludere senza gloria la parabola divisiva dell’ultra laicista Zapatero, ma vale anche per l’Italia, dove è ormai trasparente il desiderio diffuso di “voltare pagina”, di oltrepassare un’intera classe politica inadeguata (di maggioranza e pure di opposizione), di ribellarsi al declino annunciato dalla persistente crisi economico-finanziaria.

Ormai da anni papa Benedetto sollecita pubblicamente la fioritura in Italia di una “nuova generazione” di cristiani impegnati in politica e preparati ad affrontare le sfide inedite di una complicata modernità. E l’energia che trasuda in questi giorni da Madrid ne costituisce forse la prima promessa: accanto alla abituale dispersione nei rivoli di una feconda testimonianza individuale, sembra di intravedere la nuova consapevolezza di voler prendere in mano la società del proprio tempo, per essere, se non padroni, almeno attivamente partecipi e protagonisti di un destino comune.

Ci sarà la rinascita di un partito cattolico? Probabilmente no, anche perché è evidente la determinazione a non “copiare” il passato, a non acquattarsi nel mediocre presente, quanto piuttosto a far di conto su una naturale creatività che saprà trovare da sola le forme e gli strumenti di una presenza pubblica finora spesso assente oppure sotterranea e sussidiaria.

Certo è che la nuova generazione si inserisce in un fervore culturale, in un bisogno sentito e diffuso di una più efficace azione politica dei cattolici che negli ultimi mesi si è fatto più acuto: domani il presidente Napolitano apre il Meeting di Rimini, antipasto di una vivace stagione di incontri e convegni, vuoi nella discrezione degli eremi, come a Camaldoli, vuoi nelle esplicite convention di correnti, gruppi e movimenti ecclesiali e sociali. Quest’anno la scommessa dei giovani sarà forse più “cattiva” e sicuramente più visibile.