Che importa di New York, il Sudamerica teme solo la crisi cinese

Che importa di New York, il Sudamerica teme solo la crisi cinese

Mentre in Cile le proteste studentesche sono sempre più dure (c’è stato anche il primo morto negli scontri di piazza, il quattordicenne Manuel Gutiérrez), la crescita economica non accenna a calare. Al contrario: si attesterà anche quest’anno attorno al sei per cento. Proteste e successi macroeconomici non sono in contrasto. «È proprio perché siamo un Paese ricco, avanzato e con grandi risorse che chiediamo di poterne usufruire tutti, e cioè una migliore distribuzione del reddito», hanno ribadito in più occasioni i dirigenti del Movimento Studentesco. Sui numerosi blog di quest’ultimo, in primis quello della portavoce Camila Vallejo, gli hermanos peruanos manifestano, accanto alla solidarietà agli studenti del Cile, esigenze analoghe alle loro: una scuola migliore e meno dispendiosa per un Paese (il Perù), che benché sia meno avanzato del Cile, viaggia da anni a ritmi di crescita dell’8 per cento (con punte del 9,84 nel 2008), che scenderanno al 6,8 nel 2011 (secondo le previsioni dell’Istituto di Economia della Camera del Commercio di Lima). Il problema anche in questo caso, è la ineguale ripartizione del reddito, che non solo non cade a pioggia ma fa addirittura fatica a “sgocciolare” fino ai meno abbienti.

Da un punto di vista strettamente macroeconomico, Perù e Cile sembrano dunque tenere botta alla crisi nordamericana e, in generale, dell’avanzato Primo Mondo, ma non sono i soli. Secondo le previsioni della Banca Mondiale, l’economia dell’intera regione viaggerà quest’anno a una media del 4,5-5 per cento.
L’America Latina è dunque ancora un’isola felice, un Paese di Bengodi nel destabilizzato panorama dei mercati internazionali? Il Subcontinente rappresenta, come dichiarava il ministro dell’Economia cileno Felipe Larrain un anno fa, una parte della soluzione alla crisi mondiale e non più il problema?
Non proprio. Se è vero infatti che la crescita economica è ancora imponente, grazie all’aumento del prezzo delle materie prime su cui si fonda l’economia di quell’area, c’è una certa preoccupazione riguardo al futuro e medio termine, in particolare per il Brasile da cui dipendono i destini di gran parte dell’America Latina.

«Non siamo un’isola nel mezzo della crisi economica globale», ha dichiarato di recente la presidentessa Dilma Rousseff, che ha criticato la recente decisione di Standard&Poor’s di declassare il rating degli Stati Uniti. Secondo la Rousseff, il Brasile si trova in miglior forma per resistere alla crisi globale di quanto fosse nel 2008, quando è stato peraltro una delle ultime economie a entrare in recessione e una delle prime a uscirne. Le riserve di valuta straniera sono aumentate negli ultimi tempi del 60 per cento, toccando la cifra record di 348 miliardi di dollari e il bilancio è solido. Ma è anche vero che la crescita del Paese subirà quest’anno, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, una caduta di più del cinquanta per cento rispetto al 7,5 dell’anno scorso, raffreddando gli entusiasmi degli investitori.
«Tanto negli Usa quanto nell’Unione Europea, la prospettiva di recupero è a lungo termine e questo finisce per pregiudicare tutto il mondo», ha dichiarato qualche giorno fa il ministro dell’Economia, Guido Mantega. «È vero che il Brasile si trova in una posizione migliore rispetto ad altri Stati dell’area, ma in ogni caso il governo sta preparando le misure necessarie per tendere un cordone sanitario che impedisca al Paese di venire danneggiato». Per esempio, ha già annunciato un piano di incentivazione all’industria che prevede esenzioni fiscali per due anni in modo da migliorare la competitività delle aziende esportatrici, danneggiate dalla crisi internazionale e dall’incremento di valore del real rispetto al dollaro.

Una variabile importante nelle sorti dell’economia latinoamericana è rappresentata dal fattore Cina. L’economia dell’area si regge in gran parte sulla esportazione di materie prime e la Cina è diventata da qualche anno il primo importatore per molti Paesi, relegando al secondo posto gli Stati Uniti. In particolare, le esportazioni dal Brasile (ferro e soia), sono aumentate di diciotto volte dal 2000 al 2009, e adesso rappresentato il 13 per cento di quelle totali del Paese, contro il dieci per cento delle esportazioni negli Usa. La Cina è anche il principale acquirente del rame cileno e peruviano, materiale di cui i due Paesi sono i maggiori produttori mondiali. Se il gigante asiatico riducesse la domanda o subisse un hard landing, il colpo per l’America Latina sarebbe durissimo. «La grande preoccupazione non è soltanto la decelerazione della Cina e cioè che smetta di comprarci beni», ha dichiarato ad America Economia Augusto de la Torre, della Banca Mondiale, «ma il prezzo a cui ci compra quei beni». Secondo de la Torre, per continuare a sostenere gli alti tassi di crescita degli ultimi anni, i Paesi latinoamericani dovrebbero non solo risparmiare ma diversificare e smarcarsi dalla sola produzione di materie prime.

Per affrontare i contraccolpi della crisi, il Sudamerica ha attivato un Consiglio economico destinato a potenziare il Flar, il Fondo Latinoamericano de Reservas, a cui si era ricorso per fare fronte alla crisi del debito regionale degli Anni Ottanta. Nel corso del tempo, il Flar aveva non solo concesso crediti agli Stati in difficoltà, ma aveva assistito Paesi in superinflazione e quelli che, più tardi, si trovarono in maggiori difficoltà durante la crisi globale del 2008.

Per il momento, però, l’America Latina non offre la sponda a eccessivi pessimismi e infatti molti espatriati nel Primo Mondo hanno deciso di tornare a casa. Il miracolo economico dei loro Paesi d’origine rappresenta un incentivo allettante per chi negli ultimi anni ha fatto i conti con una crisi che in molti Paesi d’adozione non accenna a rientrare. Decine di migliaia di ecuadoriani stanno rientrando dalla Spagna e il controesodo verso il Brasile è ancora più marcato. Gli immigrati da quel Paese sono circa quattro milioni in tutto il mondo, una cifra che non tiene conto di chi era privo di documenti. I brasiliani che vivono in Giappone sono tra i più colpiti a causa dei massicci licenziamenti delle case automobilistiche come Suzuky e Honda. Secondo l’ultimo studio sul tema, realizzato due anni fa a Governador Valadares, una delle città con il più alto numero di immigrati del Paese, il 43 per cento di questi sta rientrando a causa del crollo delle opportunità di lavoro.

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