Dopo Berlusconi, ora Cl è aperta al cambiamento

Dopo Berlusconi, ora Cl è aperta al cambiamento

Forse mai come questa volta il Meeting di Rimini ha avuto pieno riconoscimento “laico” e istituzionale e insieme intrigante “incertezza politica”, pur con un titolo orgogliosamente dedicato alla “certezza” (quella cristiana, però).

Aperto, dopo anni di inviti discreti, dal capo dello Stato, il laicissimo Napolitano, accettato come tribuna dall’intera Fiat e da molto gotha imprenditoriale, ha avuto addirittura la “prima volta” assoluta del cardinal Tettamanzi, che, arcivescovo di Milano, si era visto scippare l’omelia al funerale in Duomo di un suo eccezionale “prete diocesano”. Per diretto imperio di Papa Wojtyla, infatti, l’orazione funebre per il fondatore don Giussani era stata tenuta dall’allora cardinal Ratzinger.

Ma, proprio mentre si stemperano in una generale accettazione i motivi di polemica e di conflitto che hanno accompagnato nel corso dei decenni la parabola di quella “strana bestia” di Comunione e Liberazione (sia nell’ambito ecclesiale che in quello civile e culturale), appare per la prima volta indistinta e aperta a cambiamenti anche di peso la prospettiva dei suoi esponenti sul terreno dell’azione politica, dopo la tranquilla (e per molti cattolici allora scandalosa) collocazione nell’orbita stretta del berlusconismo. In una stagione fatalmente al tramonto, salgono per il futuro le azioni del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi (legato dalla solidarietà generazionale oltre che dal gruppo parlamentare per la sussidiarietà al neo segretario del Pdl Angelino Alfano), ma, checchè se ne dica, non discendono quelle del più vecchio Roberto Formigoni, nel quarto mandato come incontrastato governatore della Lombardia, e ormai titolare di un tessuto di rapporti e di consensi che va ben al di là dell’ambito esclusivo del movimento e dei suoi addentellati nell’economia e nella società.

Forse per comprendere davvero dove andrà a situarsi, nel quadro incerto del prossimo avvenire, la galassia sociale formatasi spiritualmente nell’esperienza ciellina, non è inutile “tornare alle origini” e cogliere da lontano le radici pubbliche di un’esperienza che ha comunque segnato, bene o male, la storia recente del Paese.

Quando don Giussani accettò che alcuni dei suoi “si sporcassero le mani” nella politica (a addirittura nella Dc) in completa e contemporanea controtendenza con la “scelta religiosa” dell’Azione Cattolica, delle Acli e degli altri tradizionali serbatoi cattolici, veniva da due espliciti e consecutivi fallimenti.

La ventata nuovista del ’68 era passata come un uragano sulle non proprio fragili comunità di Gioventù Studentesca, inedito esperimento di aggregazione cristiana nelle scuole attraversate dalla secolarizzazione. E anche la prima faticosa rifondazione operata con CL aveva visto una parte consistente del movimento partire per la tangente, in una passione terzomondista e in un confuso e dispersivo impegno a sinistra, sulla scia dell’allora accattivante “teologia della liberazione”.

E tuttavia, innamorato di Cristo e del suo mandato e per questo cordialmente curioso dell’umano (così lo ricordano quanti, non ciellini, hanno avuto occasione di colloquio con lui), scelse di conoscere di persona l’America. E, pure se non ne fa cenno insistito nelle sue opere e nella sua predicazione spirituale, ne ricavò comunque il senso di una società aperta, rigidamente laica nelle istituzioni e tuttavia ben più religiosa nel sostrato profondo, (e non soltanto nella Bible belt) che non si peritava certo di pensare all’”espulsione di Dio” dal discorso pubblico come andava invece accadendo culturalmente nella stanca Europa.

Discende probabilmente da qui l’impronta a una presenza più cercata nella società civile che nello Stato e nelle sue istituzioni. Da Cl sono usciti pochissimi politici di professione ma moltissimi professionisti attivi impegnati in tutti gli ambiti del variegato panorama sociale. E adesso che sono ormai nonni i primi seguaci del “Gius”, il “popolo del Meeting” è la quarta generazione di giovani che si affaccia alla scena del domani. D’altronde i ciellini sono l’unica presenza organizzata tra gli studenti nelle Università, la Compagnia delle Opere si è affermata come un complesso economico di rilevante peso nel sistema produttivo, e l’influenza è diffusa nella scuola e soprattutto nella sanità.

A suo modo Comunione e Liberazione è stata, al di là della dimensione religiosa, luogo di formazione di classe dirigente, occupando di fatto spazi che altre culture e altre sensibilità (anche ecclesiali) hanno nel tempo lasciato cadere. Con qualche difficoltà di “meticciato” nel mare aperto della società: sia per il ricorso ad un linguaggio oltremodo esclusivo e significante, e sia per una certa tendenza, (peraltro facile in tutti i movimenti ad alta temperatura) all’autoreferenzialità, se non al sospetto verso altre provenienze.

Ora che è realtà accettata nel paesaggio civile del Paese, CL non è più in fase di espansione, almeno in Italia. E sotto sotto la condizione stabile sui numeri non dispiace ai responsabili religiosi e laici del movimento, semmai determinati a preservare il carattere originario di educazione cristiana. Non c’è, come spesso accade per le “anime belle” del cattolicesimo, il rifiuto del potere: ma si preferisce distinguere e, ove possibile, tenere separati il terreno della fede dall’impasto con il mondo. Epperò la politica interpella anche le coscienze e la capacità di contare: forse oggi ben più di prima.

A dire il vero i ciellini si sono sempre sentiti “parte” sia della Chiesa che dell’arena civile. E, pur affermando forte la loro identità, non hanno mai coltivato l’ambizione maggioritaria, neppure nelle formazioni di partito alle quali hanno concorso. Infatti figure di spicco (oltre a Formigoni e a Lupi c’è l’europarlamentare Mauro, molto impegnato nel Ppe) sono poche: e nemmeno hanno costruito corpose rappresentanze parlamentari, tali da diventare lobbies potenti o almeno gruppi di pressione. Però, nel festival di minoranze nel quale si è disgregata la politica, hanno un popolo compatto. Nella fase di scomposizione e di ricomposizione che si intravede alla fine di un ciclo e all’incognita di quello nuovo che sta per aprirsi, loro, magari più “papalini” di altri, hanno robusto filo da tessere…

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