Gira gira, la sinistra rimpiange sempre Prodi

Gira gira, la sinistra rimpiange sempre Prodi

È stata l’estate della nostalgia. Abbiamo passato questi mesi infuocati a ricordare il Berlinguer della “questione morale”, ci avviciniamo all’autunno rimpiangendo Romano Prodi. Il professore da tempo si è chiamato fuori. L’unico suo gesto politico rilevante, e travolgente per il Pd di Bersani, è stata la firma per il referendum abrogativo del porcellum. Poi tanti articoli, alcune prese di posizione dirompenti, come quando ha messo al primo posto il risanamento dei conti rispetto alla battaglia per far cadere il governo, tanti viaggi in Cina. La nostalgia che il suo nome comincia a far riaffiorare è legata a un fatto incontrovertibile. Solo con lui il centro-sinistra ha vinto. La sinistra post comunista invece di perdersi in una lunga e logorante battaglia per abbatterlo, avrebbe dovuto fargli un monumento perché senza di lui al governo non ci sarebbe arrivata mai. Eppure, a sinistra, non c’è stato leader più contestato e osteggiato nella storia della seconda repubblica.

Il suo nome come capo di uno schieramento democratico-progressista sembra sia stato fatto da Nino Andreatta, il fantasioso e singolare politico cattolico che una malattia ci ha sottratto troppo presto. D’Alema vanta di aver sdoganato l’ex presidente dell’Iri con quella frase in cui gli “conferì”, come disse, la leadership che sarebbe spettata al maggior partito di opposizione. Veltroni se ne innamorò immediatamente. Era ancora direttore dell’Unità quando scrisse un editoriale in cui auspicò un nuovo centro-sinistra, sdoganando una sigla politica corrosa dal tempo, e lo scrisse pensando a lui. Me ne parlò molto tempo prima che l’ascesa di Prodi si realizzasse, annunciandomi la svolta che avrebbe definitivamente sepolto la breve stagione occhettiana e quella sua buffa “gioiosa macchina da guerra”. La leadership di Prodi, in quegli anni, sembrava l’ennesima riedizione della stagione degli indipendenti di sinistra. Un partito debilitato, i Pds-Ds post comunisti, e un altro privo di bussola, quello che veniva dalla rovina della Dc, sceglievano il “tecnico” più per disperazione che per volontà consapevole. Invece si trovarono in casa un singolare uomo politico, con idee chiare e progetti radicalmente nuovi.

Prodi colpì l’opinione pubblica perché di fronte a un sovreccitato Berlusconi offriva una immagine tranquilla e competente. La sinistra lo battezzò come l’ideale compagno di viaggio in attesa che fra Veltroni e D’Alema nascesse una leadership per il paese. Dietro Prodi tuttavia non c’era il nulla. C’erano fior di intellettuali legati al cenacolo del Mulino e nuovi politici, fra cui l’agguerrito Arturo Parisii, sottratti agli studi. Si capì subito, e lo capì D’Alema, che il professore non era solo lo speaker di una maggioranza assemblata a fatica. Il primo Prodi, infatti, mise in campo due idee fragorose. La prima riguardava l’ingresso in Europa. La seconda l’idea che l’Ulivo, era questo il nome della creatura politica nata con lui, poteva diventare un nuovo soggetto politico. Veltroni si adeguò immediatamente cogliendo nel prodismo quel nuovo impasto poltico che gli avrebbe consentito di trasferire nei nuovi tempi sia la militanza comunista, svolta a propria insaputa, come si apprese allora, sia il kennedismo. D’Alema, all’epoca affascinato dal mito socialdemocratico, ne vide invece il rischio per la sinistra di tradizione e per la centralità del sistema dei partiti.

La caduta di Prodi fa parte delle cronache più contrastate della seconda repubblica e resta come un gesto di egoismo della sinistra verso il suo salvatore. Comunque la si pensi sull’ipotesi di un complotto dalemiano per scalzarlo, resta il fatto che Prodi conclude la prima parte della sua vicenda politica sull’altare di un’idea che avrà futuro, l’Ulivo che diventa partito. Possiamo azzardare oggi alcune ipotesi su quella disgraziata vicenda ma resta il fatto che Romano Prodi esce di scena non per i suoi difetti, che sono stati raccontati a sufficienza, ma per l’irruzione della sua concezione politica nei vecchi partiti che l’avevano portato alla presidenza del consiglio chiedendogli solo di governare e di non interferire nella vita delle formazioni politiche.

Prodi lascia e sceglie la carriera europea. Il centro-sinistra intanto si avvolge nelle sue contraddizioni. Nella Margherita i prodiani tengono viva l’idea dell’Ulivo-partito, gli ex popolari resistono con tenacia. Anche nei Ds, gestione Fassino, sembra prevalere, dopo il duro scontro con i girotondi, l’idea che si stia avvicinando il tempo delle vacche grasse come suggeriscono alcuni sondaggi. Solo che questa coalizione che aspira a vincere le elezioni dopo il secondo Berlusconi scopre di non avere leader. Veltroni è in Campidoglio, Amato e D’Alema sono bruciati dai fragili governi che hanno presieduto, Rutelli dalla breve stagione alla guida del centro-sinistra.

Torna così la nuova stagione di Prodi. Il centro-sinistra lo invoca, lui resiste e pone infine come condizione esattamente quel tema che lo aveva portato alla caduta qualche anno prima, cioè l’Ulivo come un nuovo soggetto politico, ribattezzato ormai come partito democratico. Anche questa volta attorno a lui si crea un consenso unanime, o quasi, perché nessun altro leader sembra in grado di guidare questo esercito di sfigati alla vittoria.

Prodi questa volta, tuttavia, va oltre l’Ulivo, proprio mentre riesce a imporre il Pd come tema centrale per Ds e Margherita, e dà vita all’alleanza con quella sinistra radicale che era stata la causa ultima della sua caduta alcuni anni prima. Forse sbaglia la campagna elettorale, tuttavia rivince ancora e torna al governo. Berlusconi, pur pingue di voti, sembra nell’angolo ma il governo Prodi paga il prezzo della eterogenità e della fragilità parlamentare della sua coalizione.

Tuttavia cade per ragioni politiche. Il paradosso è che la prima volta cadde perché voleva l’Ulivo come un vero partito, questa volta cade perché l’Ulivo è diventato un partito. La fine della sua avventura porta il nome dei radical e dell’affaire Mastella, ma la sua débacle inizia con l’avvento alla guida del nuovo Pd di Walter Veltroni. La sinistra che per ben due volte si era rivolta a lui non trovando altri leader in grado di vincere, per la seconda volta si scopre ingrata e rivendica quella leadership consegnata pro-tempore al professore.

Siamo al terzo tempo, quello attuale, in cui molti leader della sinistra si sono bruciati le penne e l’attuale, Bersani, ha paura di volare. Per questo molti ripensano a Prodi anche se il professore si sottrae al gioco e con civetteria si descrive come un pensionato della politica. Forse il suo nome verrà fatto quando scadrà il tempo di Napolitano. Ma anche in quel caso dovrà vedersela con competitor del proprio campo. La nostalgia di Prodi intanto dilaga e si fonda su questi pochi elementari dati di fatto. Solo con lui la sinistra ha vinto. Solo il suo mondo culturale ha prodotto idee politiche originali. Il Pd forse è fallito, come i governi del professore, ma sia l’uno che gli altri sono stati i veri fatti nuovi della politica italiana. La sinistra di tradizione ha vissuto di rendita e di conservazione, ha bruciato i suoi leader, ha disperso un patrimonio umano incalcolabile nel proliferare dei partiti personali. Molti di noi, ad esempio chi scrive queste note, sono stati critici di Prodi, delle sue idee, dei suoi intellettuali ma sanno che senza di lui ci sarebbe stato il deserto. E dispersi nel deserto non sono in pochi a rimpiangere il vecchio carovaniere. Ci sarà ancora un Prodi nel nostro futuro?   

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