Il contributo di solidarietà non tocca i veri ricchi

Il contributo di solidarietà non tocca i veri ricchi

Della supermanovra appena varata dal governo, che integra quella varata a inizio luglio, due cose colpiscono subito. L’incoererenza, ai limiti della più sfacciata contraddizione con quanto ha sempre professato la maggioranza, e l’iniquità, non solo sociale, ma anche generazionale e territoriale.

Anche a sorvolare su tutte le rassicurazioni che sono state date sulla solidità dell’Italia, colpisce l’incoerenza definitiva con il messaggio su cui Berlusconi ha prosperato dalla sua prima spumeggiante discesa in campo nel 94. Il «meno tasse per tutti» si è trasformato in memorabile stangata fiscale, diretta (il contributo di solidarietà, la tassazione delle rendite finanziarie) e indiretta (i tagli agli enti locali, con via libera al ricorso alle addizionali Irpef). «Io mi ricordo il popolo delle partite Iva, gli imprenditori e quella promessa… Sono irrimediabilmente berlusconiano e continuo ad esserlo mentre Berlusconi si è dimenticato cosa significa»: queste parole, tratte da un ironico e disilluso editoriale di Mario Sechi, direttore de Il Tempo, fotografano bene lo stato d’animo di chi – per tre volte in Italia sono stati maggioranza in Italia – ha creduto in una riforma liberale,  antistatalista, federalista e si è fidato della storica coppia B&B.

Se sull’incoerenza si potrebbe discettare all’infinito – non dimenticando che il mangia-banchieri Giulio Tremonti è stato l’autore di leggine che hanno portato risparmi fiscali miliardari alle banche –, conviene tuttavia concentrarsi sul portato di iniquità che la manovra aggiunge a una situazione già pesantemente compromessa. Anche se al punto in cui l’Italia si trova non si sarebbe dovuti arrivare, una volta che ci siamo finiti dentro bisognerebbe forse porsi qualche domanda in più su cosa significhi che «chi ha di più deve dare di più» o, per usare le parole del Capo dello stato, che «ognuno deve fare la sua parte». 

Come individuare chi ha di più, il “ricco”, ovvero chi ha più capacità contributiva? Ha di più il dirigente che guadagna 100mila euro, con una casa di proprietà, oppure chi incassa 100mila euro come interessi al 2% di 5 milioni di Btp? E più ricco il professionista che si è affermato da solo e guadagna 150mila euro l’anno oppure chi incassa la stessa cifra affittando gli immobili ereditati? Secondo i calcoli della Banca d’Italia, il 10% delle famiglie più ricche possiede il 45% della ricchezza.

Di fronte a una crisi/opportunità storica quale quella che sta vivendo l’Italia oggi, il governo Berlusconi è invece caduto nel più tipico e classico degli errori che dal 1997 in avanti (abolizione dell’Ilor, poi rimpiazzata dall’Irap) sono stati fatti dai governi di centrosinistra: identificare i ricchi in chi ha redditi elevati da lavoro – redditi già sono tassati con aliquota marginale al 43 per cento. E, all’opposto, garantire imposizione agevolata ai redditi di capitale (interessi, dividendi, plusvalenze) o ai redditi da fabbricati (20% con la cedolare secca). Anche tenendo conto dell’innalzamento della tassazione sulle rendite finanziarie al 20% (ma sui titoli di stato resterà ferma al 12,5%), la maggiore imposizione Irpef sui redditi da lavoro superiore ai 90mila euro (5%, che sale al 10% sopra 150mila) più che un “contributo di solidarietà” ha tutta l’aria di una gabella iniqua. Chi produce viene penalizzato ancora una volta a favore di chi vive di rendita.

L’equivoco su chi sia “chi ha di più” è colossale. E fa poca differenza, a questo punto, se discende dalla pressione delle lobby, da interessi personali o da colpevole ignoranza. Anziché restringere la sperequazione fra chi ricava i suoi redditi dal proprio lavoro (salariato, manager, imprenditore o libero professionista) e chi vive di rendita – già inspiegabile in una Repubblica che si vorrebbe fondata sul lavoro –, le misure straordinarie colpiscono i redditi già tassati con una progressività significativa anziché i redditi da rendita patrimoniale. Un ulteriore tassello a un sistema inaugurato da Vincenzo Visco nel 1997, e che ha già avuto l’effetto di ampliare il divario di ricchezza e di benessere fra italiani. Può essere questa la manovra “equa” che è stata raccomandata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

L’equità non sembra poi viaggiare nemmeno sui binari dell’asse centro-periferia. I tagli ai trasferimenti dallo stato centrale agli enti locali  è di 6 miliardi nel 2012 e 3,5 nel 2013, in direzione opposta al perseguimento di quel federalismo tanto sbandierato dal governo, dal ministro Tremonti e dalla Lega Nord. Basti il commento del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni: «Con i tagli che il governo ci ha proposto oggi possiamo dire ufficialmente che il federalismo fiscale è morto». 

La manovra è iniqua perché continua a privilegiare chi prospera sul bilancio pubblico e vive a carico della collettività. Anziché intervenire sui consumi pubblici intermedi – la spesa per forniture sanitarie, per esempio, ammonta a 80 miliardi ed è salita del 50% in sei anni– si aumentano le tasse. Ed è iniqua, anche perché, mentre si “concede” a Confindustria l’impegno a liberalizzare ulteriormente il mondo del lavoro, non si mette mano alla mole di incentivi/aiuti di ogni genere alle imprese che di quello vivono.

L’iniquità è anche integenerazionale. Su questo punto, il governo Berlusconi era di fronte a un bivio storico: riequilibrare il patto generazionale fra vecchi e giovani. Le misure varate, invece, sono debolissime per non turbare troppo un alleato di governo, il senatore Bossi, emblema di un paese che sta divorando il suo futuro. Dalla difesa del territorio la Lega è passata a quella dei pensionati: «Stai tranquillo Raffaele: faremo la nostra parte. Anche io quando vado in giro incontro tanti lavoratori e pensionati. La loro battaglia è anche la nostra, è una questione che ci sta a cuore», ha detto il senatur  al segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che lo incoraggiava a “non mollare”. Bossi e Bonanni, la nuova coppia B&B della politica italiana, ama così tanto i pensionati che sta facendo di tutto per aumentarne il numero. Con tanti saluti a chi la pensione non ce l’avrà. 

Aumentando l’eta di pensionamento, per tutti e da subito, e con le opportune eccezioni per chi svolge lavori realmente usuranti, si potrebbe ottenere un risparmio di spesa immediato. Invece si è scelto per un innalzamento progressivo a 65 anni per le donne nel settore privato, ma a partire dal 2015; d’altra parte, i disincentivi alle pensioni di anzianità (anticipo al 2012 del requisito di 97 anni come somma dell’età anagrafica e degli anni di contribuzione) sono modesti. 

Una società cresce quando gli anziani piantano alberi sotto la cui ombra non siederanno mai, ha scritto un tale. L’Italia è il paese dove gli alberi non si piantano: si tagliano per fare calduccio a Bossi e ai suoi affezionati elettori in via di pensionamento. Sullo stato d’animo dei giovani adulti italiani basti questo commento, letto ieri sulla Rete: «Ho 30 anni e la mia generazione passerà alla storia come quella che pagherà il grande sperpero dei padri».

lorenzo.dilena@linkiesta.it