Zanardi dieci anni dopo: «La tecnologia fa progressi, ma siamo lontani»

Zanardi dieci anni dopo: «La tecnologia fa progressi, ma siamo lontani»

Sono passati esattamente dieci anni dall’incidente di Klettwitz, in Germania, nel quale Alex Zanardi ha perso entrambe le gambe. Da allora conduce «una vita ad altezza variabile, regolata dalle protesi». Il pilota bolognese non ha mai smesso di correre né ha mai nascosto la sua condizione di disabile. Nel 2005 ha vinto il campionato italiano Gran Turismo. Giorni fa, nel campionato mondiale di Handbike (biciclette a tre ruote con pedali per le mani) a Roskilde in Danimarca, ha conquistato la medaglia d’argento nella cronometro e il quinto posto su strada.

Prossimo obiettivo le Paraolimpiadi di Londra del 2012. Una manifestazione dove si incontrano storie e destini simili, almeno all’apparenza. Come la bella Aimee Mullins («Pamela Anderson ha addosso più protesi di me ma nessuno la chiama disabile») che nel 1996 ad Atlanta ha fatto il record sui 100 metri e nel salto in lungo per poi passare alle sfilate di moda per McQueen e ancora alle conferenze californiane del Ted (Technology entertainment design), riprese da Wired. Oppure la ventisettenne nuotatrice Natalie du Toit, una gamba amputata per un incidente stradale mentre si preparava ad Atene 2004, il centrometrista sudafricano Oscar Pistorius con i suoi record mondiali e il maratoneta inglese Richard Whitehead, nato senza gambe come Pistorius.  

Per la determinazione, eredità della puntigliosità da pilota, e per il carattere un po’ guascone, sempre con la battuta pronta, Zanardi è diventato un personaggio amato da tutti. Normale per uno come lui andare ospite al David Letterman Show con le stampelle e scherzare sul fatto che «l’incidente mi ha dato il secondo biglietto per partecipare allo show». La prima volta da Letterman, grande appassionato d’auto, era stata nel 1998 quando Zanardi aveva vinto il secondo titolo in Formula Cart: «Avevamo cucinato tagliatelle in diretta e avevamo finito lanciandoci la farina in faccia».

Benvoluto lo era anche prima, come tutti i piloti italiani della Formula 1, schiacciati dal mito della Ferrari e dalle sue aspettative, in eterna attesa di una chiamata. Per essere profeti in patria bisognava fare molte anticamere e avere molta passione. Tra alti e bassi Zanardi era riuscito a disputare 41 gran premi. L’esordio nel 1991 a Barcellona con la Jordan sostituendo Michael Schumacher andato alla Benetton di Briatore. Poi i campionati americani Cart e la gloria. 

A Klettwitz Zanardi era persino in testa, aveva 34 anni, era un campione della categoria. Paradosso, alla gara era stato cambiato nome, “2001 American Memorial”, per omaggiare le vittime dell’11/9. Ma Zanardi giunse in ospedale con un litro di sangue in meno e in condizioni critiche: le gambe le aveva lasciate dentro l’abitacolo spezzato dall’urto con un’altra macchina.

La F1 non è l’unica voce della sua carriera, così come l’incidente. Domani in edicola uscirà un dvd sulla vita del pilota bolognese intitolato “ A modo mio”, in allegato alla Gazzetta dello Sport. Dieci anni dopo, passata l’emergenza e terminato il lungo recupero al centro protesi dell’Inail di Budrio (quando Zanardi era uno delle 7600 persone in cura), ormai sotto gli occhi di tutti la sua resurrezione anche sportiva, si può provare a fare una domanda a Zanardi: esistono davvero i pezzi di ricambio per gli esseri umani?

Contattato da Linkiesta, il vulcanico bolognese si fa serio e torna nei panni del pilota meticoloso e pignolo. Ci si aspetterebbe la battuta ad effetto, quel mix di entusiasmo e politicamente scorretto che contraddistingue il personaggio. Zanardi invece entra nel dettaglio e racconta l’altro lato della medaglia, quello dei piccoli passi e della complessità. L’orizzonte si fa meno largo rispetto ai discorsi della Mullins.

«Inizialmente il mondo con cui ero costretto a confrontarmi mi sembrava uguale, poi ho capito che anche tra i casi di disabili c’erano delle differenze, come quelle tra la Mullins e me. Io il ginocchio, lei il piede. Oggi con le protesi di silicone fanno cose meravigliose. I risultati ottenuti da lei sono incredibili. L’unica cosa è che la Mullins non si abbronza se si stende al sole. Però, in generale, se esistono o meno pezzi di ricambio, dipende dalle esigenze. Il trapianto di mano non è una tecnica da film ma una realtà. Però è molto legata a quello che è il punto di vista di chi si sottopone a un intervento simile. Mi spiego meglio: c’è chi non si accetta se pensa di dover restare senza una mano. Ne fa anche una questione estetica. E quindi, sapendo delle alte percentuali di interventi riusciti, spera di ottenere un esito soddisfacente. Nel mio caso non sarebbe così».

Dopo dieci anni di protesi, per Zanardi il bilancio è positivo con qualche riserva: «A mio avviso non sono ancora riusciti a fornire un tipo di movimento compatibile con le esigenze che può avere uno come me. L’impianto non è ancora fruibile con soddisfazione. È una mia opinione personale. Faccio un bilancio tra benefici e malefici: peso, ingombro, capacità. Siamo ancora lontani. Ma con la ricerca sulle cellule staminali la soluzione potrebbe essere più vicina».

Diverso è per Zanardi il momento in cui la ricerca dovesse riuscire a trovare materiali biocompatibili: «È come le ruote da attaccare a un’auto. Puoi avere una muscolatura intatta e non essere unito a nulla. Se riuscissero a realizzare un ginocchio sintetico da poter innestare, e collegarlo ai muscoli della coscia, io potrei farla funzionare pienamente. Non è fantascienza ma se la ricerca sulle malattie andasse avanti, conquistando numeri sempre più forti, potremmo anche immaginare questo tipo di intervento». 

Per la possibilità di un trapianto invece le cose si complicano. È un livello diverso rispetto a quelli degli organi, più comuni. Per Zanardi c’è da considerare un fattore importante: «Le terapie antirigetto incidono molto sulla salute. Non sono mica uno scherzo. Dovessero però trovare una soluzione valida, non esiterei a fare il trapianto. Una gamba anche semplicemente vascolarizzata perlomeno ti funziona come protesi. Con la differenza che non devi stare a torturarti ogni volta con l’impianto della protesi. Avresti un controllo immediato e un punto d’appoggio. Ma per il resto non sarebbe fondamentale».

Il pilota che stregò tutti nel 1996, all’ultimo giro del gran premio di Monterey a Laguna Seca, con un sorpasso azzardato (praticamente al buio, impresa che solo a Valentino Rossi è riuscito a emulare) negli anni è diventato un punto di riferimento, Al telefono si congeda con equilibrio: «La cosa vera a cui siamo più vicini è farsi impiantare un moncherino con una copertura generata in laboratorio da cellule staminali, con dentro materiali biocompatibili. Ma al momento è ancora fantascienza». Intanto però Zanardi si prepara per Londra 2012. Lì sarà agonismo, come sempre.

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